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Scritto Giovedì 10 novembre 2016 alle 20:46

Valgreghentino: un prelievo da 100.000€ dai conti della Nord Dolciaria trascina in Aula il liquidatore. La 'scia' porta altrove

La sede di Valgreghentino in una immagine d'archivio
La mente – all’esito dell’udienza odierna, la prima dibattimentale – parrebbe essere un tale Abele Lanzanova, già destinatario, lo scorso luglio, di ordinanza di custodia cautelare in carcere per le ipotesi di reato di bancarotta e riciclaggio in relazione al fallimento della Cantina La Versa, nota agli intenditori di bollicine e rossi pavesi, estraneo – almeno fino a quest’oggi – al fascicolo in discussione dinnanzi ai giudici Enrico Manzi, Nora Lisa Passoni e Salvatore Catalano avente per oggetto altra realtà produttrice di altri tipi di “dolcezze”. Il braccio, invece –  per quanto asserito sia dal curatore fallimentare Diego Bolis sia dal maresciallo Elpidio Crispino del Nucleo di Polizia Tributaria del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Lecco – parrebbe essere stato proprio l’imputato: si è aperto nel primo pomeriggio il processo a carico di Ezio Mutti, accusato di bancarotta fraudolenta in relazione al “crack” della Nord Dolciaria, azienda con sede a Valgreghentino, fallita nel 2013 lasciando un “buco” ad oggi quantificabile in circa 7 milioni di euro.  100.000 euro la cifra distratta – stando al capo d’imputazione – dall’unico soggetto a giudizio. Una lacrima, se si considera il passivo di poco più di 10 milioni di euro come non ha mancato di evidenziare il difensore che, alla prossima udienza, porterà in Aula la prima tranche dei 22 testi a discarico previsti per “tirare fuori dai pasticci” il signor Mutti, quest’oggi non comparso al cospetto del collegio. Sono invece sfilati, come anticipato, il curatore e il sottoposto del t.colonnello Mario Leone Piccinni citati dal pubblico ministero Nicola Preteroti. Al primo, in particolare, è spettato il compito di tracciare il quadro della vicenda, cominciando dunque dalla sua nomina quale consulente tecnico nel momento della presentazione della richiesta di concordato in bianco, originariamente in continuità poi divenuto liquidatorio. “La domanda – ha detto – prevedeva l’affitto di un ramo d’azienda ad una new-co con amministratori Giancarlo e Riccardo Corti che già lo erano della spa”. Un passaggio questo che sembrerebbe aver innescato problemi nell’ottenimento di fidi bancari. Con l’autorizzazione alla messa in liquidazione – il 13 giugno di tre anni fa – si optò dunque per la nomina a liquidatore dell’odierno imputato, soggetto descritto come estraneo alla Nord Dolciaria ma vicino a Abele Lanzanova, a suo volta vicino ai Corti – secondo quanto appreso in udienza – per quanto attiene la new-co.
Il Tribunale di Lecco
Nel giorno stesso dell’accettazione dell’incarico, mantenuto solo tre giorni – secondo la ricostruzione del dottor Bolis – Mutti avrebbe poi prelevato i 100.000 euro indicati nel capo d’imputazione dai conti della spa: un’operazione, questa, ammessa dallo stesso nel corso di un incontro immediatamente convocato dal commissario giudiziale. Quattro assegni circolari avrebbero così dirottato 55.000 verso tre soggetti terzi mentre i restati 45.000 euro, tramite bonifico, sarebbero finiti sul conto corrente dello stesso liquidatore. La prima movimentazione non sarebbe stata in alcun modo giustificata. Per la seconda l’uomo avrebbe dapprima sostenuto di aver intascato tale somma quale saldo per le proprie prestazioni, mal interpretando la cifra invece effettivamente a lui dovuta (5.000 euro) mentre in seconda istanza avrebbe poi spiegato di aver preso quel denaro per pagare dello zucchero o comunque dei fornitori della new-co, azienda in ogni caso estranea al suo mandato. “Ad oggi non vi è stato alcun rientro di quei soldi” ha affermato il curatore, diventato tale alla sentenza di fallimento, datata settembre 2013.
Se nulla in più il dr. Bolis ha saputo riferire circa i “destinatari finali” dei 100.000 euro prelevati da Mutti, su tale aspetto ha fatto luce il maresciallo Crispino, elencando nomi e cognomi. Quest’ultimo infatti dopo aver confermato come quei soldi siano “usciti e non più rientrati” dalla casse della Nord Dolciaria e aver aggiunto che in relazione a tale prelievo non vi è alcuna giustificazione nelle scritture contabili, si è spinto a sostenere come – a suo giudizio – l’imputato null’altro sarebbe se non “uno strumento di Lanzanova”, giustificando tale affermazione con la ricostruzione della sorte di parte dei 45.000 euro incassati direttamente dal liquidatore: 33.000 euro, infatti, il 13 giugno stesso, sarebbero stati ri-utilizzati per pagare 7 persone, tra professionisti, notai e avvocati tutti identificati quali “conoscenze dirette” di colui il quale è stato etichettato dal finanziere quale “referente dei Corti per un’eventuale cessione della società”.
Se dunque nel corso dell’udienza odierna sembrerebbero essere stati posti paletti inamovibili, allo stesso modo le due testimonianze rese hanno solleticato la curiosità sul ruolo di altri soggetti toccati dalla vicenda ma esclusi dai risvolti penali della stessa: nelle prossime sedute – citati dalla parte civile, rappresentata dall’avvocato Stefano Pelizzari o dalla difesa dell’unico imputato – avranno modo di “dire la loro”.
Si torna in Aula il prossimo 9 marzo.
A.M.
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