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Scritto Giovedì 16 febbraio 2017 alle 15:54

Colico: un falegname condannato a due anni per bancarotta. Nel 2007, strozzato dagli usurai, voleva vendere un rene

Nel 2007, strozzato dai debiti e dalle persone alle quali si era rivolto per avere liquidità, si era addirittura detto disponibile a vendere un rene. A distanza di dieci anni, Maurizio Pezzini, classe 1964, artigiano nel settore della falegnameria con attività a Colico e casa a Chiavenna, è stato condannato dal collegio giudicante del Tribunale di Lecco a due anni di reclusione - senza sospensione condizionale della pena - per bancarotta fraudolenta, in relazione al fallimento della propria impresa individuale. La sentenza di riferimento, a firma dei giudici dal medesimo Foro, è datata ottobre 2007, l'anno nero per l'uomo, chiamato a rispondere penalmente dell'ipotizzata distrazione di un autocarro rivendicato dalla società di leasing insediatasi tardivamente al passivo, come riferito dal curatore dottor Ciro Arrigo Nicolig, unico teste escusso nel corso della velocissima istruttoria dibattimentale. Il professionista, rispondendo alle domande poste dal sostituto procuratore Nicola Preteroti, ha ricordato di essersi recato personalmente presso il magazzino di via Nazionale 46 a Colico dove la ditta individuale aveva sede, incontrando i locatari pronti a riferire di come l'attività fosse stata dismessa già nell'estate del 2006 con tutti i beni rimossi dall'immobile e probabilmente esportati in Romania. Impossibile è stato per il commercialista reperire il signor Pezzini, risultato essere a sua volta all'estero, così come dichiarato dalla madre e dallo stesso alla Guardia di Finanza, dicendosi comunque pronto a collaborare con il curatore. "L'ho incontrato nel 2008 ma si è trattato di un colloquio informale, nel quale egli contestava la sua condizione di fallito" ha riferito Nicolig, precisando, circa i beni dell'impresa, di non aver neppur potuto procedere all'inventario in quando nulla è stato trovato presso la sede e di aver quindi saputo dell'Iveco solo successivamente dalla società di leasing, ritenendo dunque che lo stesso fosse stato sottratto dal patrimonio della società facendo così venire meno una garanzia per i creditori, come riassunto dal presidente Enrico Manzi nel sintetizzare il capo d'imputazione a Pezzini stesso, già seduto al microfono per rilasciare spontanee dichiarazioni. Il falegname ha asserito di non aver distratto il furgone: "me lo hanno portato via con la forza", ha raccontato facendo riferimento agli usurai a cui si era rivolto per ripianare i propri debiti, tutti poi condannati in via definitiva proprio grazie alla querela dell'uomo, a sua volta denunciato per tentata estorsione nei confronti del fratello e appropriazione indebita, proprio del mezzo oggetto del procedimento.
"Avevo paura a restare in Valtellina, avevo minacce da tutte le parti" ha aggiunto poi per motivare la propria sparizione. "Avevo tentato di vendere anche un rene ma mi è andata male anche quello".
Tutte argomentazioni, queste, a cui si è rifatto anche l'avvocato difensore nella propria requisitoria sottolineando come la mancata denuncia del "furto" dell'autocarro sia stata dettata dal clima d'ansia e paura ingenerato dalle pretese di denaro da parte dei cravattari e del timore di ritorsioni dopo la denuncia. Il legale ha altresì ricordato come il proprio assistito di fatto non fosse mai divenuto proprietario del mezzo, avendo smesso di pagare le rate e dunque come lo stesso non sia a suo giudizio da considerarsi sottratto alla massa fallimentare, evidenziando infine come Pezzini per quello stesso bene sia già stato condannato per appropriazione indebita.
Due anni, con la concessione delle attenuanti generiche, la pena irrogata dal collegio (giudici a latere Salvatore Catalano e Nora Lisa Passoni), come da richiesta del sostituto procuratore.
"Faremo appello" ha "replica" della difesa.
A.M.
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