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Scritto Giovedì 16 febbraio 2017 alle 22:46

Cortenova: in Tribunale il crack della Pro.fer.all distrutta dalla frana di Bindo. Chiesti 3 anni e 4 mesi per l'amministratrice

Il sostituto procuratore
Paolo Del Grosso
La dichiarazione di fallimento è del dicembre 2011, quando la situazione era ormai già tracollata e l'araba fenice, rinata dalle proprie ceneri, si è trovata costretta a ripiegare definitivamente le proprie ali. I debiti hanno potuto ciò che nemmeno la frana di Bindo era riuscita a fare: staccare la spina alla Pro.Fer.All. srl (divenuta nel frattempo Vama srl in liquidazione), rinomata azienda specializzata nella lavorazione dell'alluminio con sede a Cortenova Valsassina. Proprio nel dicembre del 2002, però, con quella "scarica" di terra e detriti che ha completamente sommerso il sito produttivo, trascinando con sé per diversi metri l'immobile e distruggendo così macchinari e scritture contabili, è stato fissato da Norberto Manzoni l'inizio della fine. L'uomo, classe 1945, con un passato in politica, direttore generale e socio dell'azienda  di famiglia, è stato quest'oggi invitato - dalla difesa - a sintetizzare dinnanzi al collegio giudicante del Tribunale di Lecco gli avvenimenti che hanno portato dapprima al crack e, quale conseguenza, al rinvio a giudizio della consorte, la signora Enrica Maria Vassena, legale rappresentante della "loro" Pro.Fer.All, chiamata a rispondere di bancarotta fraudolenta, bancarotta documentale semplice e falso in bilancio, con quest'ultimo reato "stralciato" dal pubblico ministero. Il dr. Paolo Del Grosso ha riconosciuto infatti, a chiusura dell'istruttoria, come tale fattispecie - prevista dall'articolo 2622 del codice penale, poi di fatto riscritto - fosse al tempo procedibile sono per querela di parte. In assenza della stessa, il sostituto procuratore, nella propria requisitoria, ha chiesto il non doversi procedere in relazione a tale accusa, posta comunque alla base di alcune condotte ascritte all'imprenditrice negli altri capi d'imputazione per i quali, complessivamente, ha suggerito ai giudici una condanna quantificata in 3 anni e 4 mesi di reclusione. Nello specifico, il magistrato ha ritenuto provata non solo la bancarotta documentale ma anche tre "azioni" di depauperamento del patrimonio della fallita: l'aver sottoscritto un contratto d'affitto d'azienda per soli 30.000 euro annui, canone "non congruo nemmeno per un bar di periferia" come asserito dal PM, rifacendosi ad analoga affermazione del curatore dr. Cesare D'Attilio, l'aver dirottato verso un istituto di credito del Senegal 250.000 euro dieci giorni dopo la sentenza emessa dal Tribunale di Lecco e l'aver pagato, il giorno stesso, diversi professionisti per un totale di 180.000 euro, poi restituiti. Tutte condotte, queste, ammesse ma allo stesso tempo "giustificate", nella propria deposizione, dal marito della Vassena. Norberto Manzoni, nella propria premessa, ha puntualizzato come prima del 2002 l'azienda non avesse avuto problemi. Con la frana, però, "abbiamo perso tutto" ha proseguito, ricordando come l'assicurazione non abbia poi coperto il disastro e per la rinascita non si sia potuto far affidamento né su fondi governativi né su fondi regionali, pur avendo patito un danno stimato originariamente in 28 milioni di euro e poi ridimensionato a 25. L'impresa è comunque ripartita, anche - e probabilmente soprattutto - grazie a un'iniezione di denaro proprio dalla famiglia con tanto di beni personali posti a garanzia e ad oggi ancora gravati da ipoteche. "Nel 2010 con un consulente abbiamo intavolato delle riunioni con 8-10 banche per rispalmare i debiti. Abbiamo riproposto loro il finanziamento che non avevamo avuto nel 2002-2003. Ci sono stati mesi di trattative e abbiamo speso ulteriori soldi che non avevamo fino ad arrivare a luglio quando una banca ha detto no ed è stato la fine del tutto" ha sostenuto il dirigente, rispondendo alle domande poste dall'avvocato Luca Berni del Foro di Parma, legale dalla moglie, non comparsa.
Il Tribunale di Lecco
 "L'amministratore - ha detto poi, facendo riferimento proprio all'imputata - ha cercato di salvaguardare anche il patrimonio dipendenti: 80 famiglie del territorio che altrimenti non avrebbero più avuto di che vivere". Così ha quindi motivato la scelta di affittare l'azienda per una cifra modestissima, evidenziando come anche dopo la frana, in dieci mesi, tutte le maestranze fossero state riassunte e come nessuno degli operai vantasse, al fallimento, mensilità arretrate. "Gli abbiamo sempre pagati fino all'ultima lira" ha tenuto a dichiarare, ammettendo anche il bonifico da 250.000 euro partito alla volta dell'Africa, su suggerimento di un'altra "consulente". Sarebbero dovuti rientrare in tranche mensili, quali rendita a distanza, ma così non è stato. "Abbiamo messo 1.350.000 euro nostri nell'azienda e ora viviamo di pensione" l'amaro sfogo del teste seguito poi al microfono dai sindaci della Pro.Fer.All e da un tecnico chiamato, prima del fallimento, a fare "un'analisi generalizzata su banche, società di leasing e Equitalia", per tentare di abbattere i debiti e recuperare al contempo liquidità. Il professionista, sempre portato in aula dalla difesa, ha fornito dei numeri per sostenere come la società avesse un flusso finanziario non indifferente e come la stessa - a suo giudizio - abbia "subito parecchia usura dagli istituti di credito" pronti a anche dettare strategie minacciando i titolari in relazione alla revoca dei fidi. "Non era - ha comunque rimarcato - una società decotta", un assunto ripreso anche dal dr. Del Grosso che ha parlato di un'azienda che, spogliata dell'esposizione, era in grado di produrre reddito e ancora di "un'azienda sana che ha avuto poi una serie di vicissitudini per la frana del 2002 e da lì il disastro finanziario, dovendosi rimettere in piedi senza grosse risorse interne. Ed è andata male". Nel chiedere la condanna il PM ha fatto riferimento anche a "personaggio non affidabilissimi" ai quali l'amministratore si sarebbe rivolta, "consulenti da bar" come sostenuto poi dall'avvocato Berni che ha aperto la propria arringa affermando come la sua assistita si trovi ora ad una tavola sulla quale mancano - a suo dire - molti altri commensali, per poi puntare il dito contro gli istituti di credito "accusati" di aver "condizionato la vita di questa società fino alla morte", seppur titolari di una minima parte del debito complessivo (4 milioni a fronte di un "buco" di 36).
Per le repliche e la sentenza il processo è stato aggiornato al prossimo 23 marzo.
A.M.
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