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Scritto Giovedì 20 aprile 2017 alle 18:34

Lecco: i 3 liquidatori della Beco a giudizio. Nel 2013 non pagate ritenute per 280.000 euro

Gli avvocati difensori Francesca Rota e Christian Malighetti
"Omesso versamento di IVA"
e "Omesso versamento di ritenute dovute o certificate": queste le accuse alle quali sono chiamati a rispondere i tre liquidatori della BECO srl, storica azienda meccanica lecchese - l'attività era stata avviata nel 1986 - con sede in via Tonale, 2 all'interno di un capannone ottenuto dal frazionamento della ex SAE, dichiarata fallita nel maggio del 2015. L'assoluzione perché il fatto non sussiste è stata quest'oggi chiesta - tanto dalla pubblica accusa quanto dai difensori - in relazione al primo capo d'imputazione, essendo la cifra oggetto del procedimento inferiore alla soglia di punibilità prevista dalla nuova normativa. Per quanto attiene invece alla seconda ipotesi di reato, il viceprocuratore onorario Pietro Bassi all'esito dell'istruttoria dibattimentale ha ritenuto provata la penale responsabilità dei signor Eligio Ravasi, Valentino Ghezzi e Filippo Sesana chiedendo per gli stessi una pena quantificata in 9 mesi di reclusione accompagnata dalla confisca per equivalente della cifra sul piatto: circa 280.000 euro. Di diverso avviso i legali Christian Malighetti (per i primi due professionisti) e Francesca Rota (per il terzo). Dividendosi le parti, è spettato a quest'ultima argomentare, dinnanzi al giudice monocratico Guido Lomacci, le ragioni per le quali - a loro giudizio - la contestazione mossa ai tre liquidatori non regge. L'ex assessore all'urbanistica di Palazzo Bovara ha così ricordato come i tre imputati siano stati nominati liquidatori della BECO nell'aprile del 2013 e il termine per il pagamento delle ritenute scadesse in settembre, focalizzandosi così sulle azioni intraprese dalla triade in quella manciata di mesi a cominciare dal tentativo non andato in porto di cessione del ramo d'azienda attivo, ovvero quello legato alla zincatura che prevedeva anche il passaggio dei 28 dipendenti rimasti in capo alla srl. Presupposto della liquidazione, inoltre, era la vendita dell'immobile di proprietà dell'impresa, dal valore stimato in almeno 11 milioni di euro, bonificato impiegando la forza lavoro della società al fine di renderlo maggiormente appetibile sul mercato del mattone, già al tempo scricchiolante. "I dipendenti poi sono stati messi tutti in cassa integrazione", con il loro numero sceso a 20. Insomma, secondo l'avvocato Rota, i signori Sesana, Ravasi e Ghezzi avrebbero fatto tutto ciò che era loro possibile fare, con un'attenzione particolare a non creare altri debiti, chiedendo poi il fallimento quando la situazione è apparsa loro irreversibile. "E' stato concesso dal Tribunale ed è ora in essere" ha aggiunto la toga, puntualizzando altresì come Equitalia si sia insinuata al passivo per tutti i crediti vantati, comprese le ritenute. Si è soffermato poi sulla recidiva contestata al signor Ravasi - ma di fatto già "rinunciata" dal VPO, non avendo chiesto una pena "rialzata" - e sull'ipotizzata confisca per equivalente, invece, l'avvocato Malighetti. In particolare, su tale punto, egli ha argomentato in relazione all'esistenza di un attivo significativo - rappresentato dal compendio immobiliare - attraverso il quale il credito erariale potrà essere soddisfatto, senza rivalersi sulle tasche delle persone fisiche ma, appunto, mettendo a profitto i beni societari. Chiesta dunque, per tutti e tre gli imputati, l'assoluzione perché il fatto non costituisce reato.
La sentenza del giudice monocratico Guido Lomacci è prevista per il prossimo 11 maggio.
A.M.
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