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Scritto Mercoledì 26 aprile 2017 alle 22:11

Vendemmia: 'ci si deve liberare del preconcetto che tutto era fatto per condizionare la gara'. Parola alle difese, tra riunioni 'criminalizzate', scarpette di Cenerentola e Galli accontentato

Come per le soap opera senza fine proposte dalla televisione, un preliminare breve riassunto delle “puntate precedenti” è quantomeno necessario per riprendere il filo. Ormai ad un passo dalla prescrizione, si appresta a volgere al termine il procedimento penale ingenerato dall’inchiesta “Vendemmia”, originariamente coordinata dalla Procura della Repubblica di Lecco salvo poi trasmettere il faldone, frutto del lavoro degli uomini della locale Digos, per competenza, a Milano con la dottoressa Tiziana Siciliano prima assegnataria e il collega Eugenio Fusco ultimo erede della patata bollente a richieste di rinvio a giudizio per dieci soggetti – dopo 4 patteggiamenti e almeno un’archiviazione – già sottoscritte.
Il sostituto procuratore Eugenio Fusco
e il dr. Domenico Nera della Digos di Lecco
Il processo si è aperto a settembre 2014 con il primo teste – il commissario Domenico Nera – sentito a maggio dell’anno successivo, superata una serie di questioni preliminari che hanno portato tra l’altro alla dichiarazione di inutilizzabilità di una buona parte delle intercettazioni operata nel corso delle indagini.
Due le vicende portate all’attenzione del collegio giudicante della decima sezione penale del Foro meneghino: la presunta turbativa d'asta per il progetto Tv Sanità con l'ospedale di Vimercate capofila e un secondo episodio del tutto analogo, in relazione alla gara per il servizio di brokeraggio per il Carlo Poma di Mantova. Questioni, entrambe, datate 2009-2010. A tinte “celesti”, dunque, giusto per dare “un’ambientazione” politica come del resto fatto anche dagli inquirenti.
Ci sono volute oltre dieci udienze: il 22 febbraio scorso il pubblico ministero, esaurita la propria omnicomprensiva requisitoria, ha chiesto 2 anni di reclusione (con 2.000 euro di multa) per l’allora direttore generale della Sanità Carlo Lucchina esclusivamente per il “capitolo” vimercatese, pur essendo il top manager a processo anche per quanto attiene il filone mantovano per il quale ha “suggerito” invece la condanna per il meratese Luca Stucchi, oggi come al tempo numero uno del Carlo Poma (3 anni, comprensivi della pena relativa alla supposta corruzione a lui ascritta) e per Franco Paolo Candidi, allora dipendente del Pirellone (un anno e 4 mesi con 1.400 euro di multa). Proposta poi dallo stesso sostituto procuratore l'assoluzione per l'ex sindaco di Lecco e ex assessore regionale alla famiglia Giulio Boscagli nonché per i co-imputati Paolo Puccitelli Valentini (capogruppo del PDL) ed Emanuele Cordero di Vonzo (Direttore generale della Marsh, azienda in gara per far da broker all’Ao).
Tornando invece al così detto “Teleospedale”, per turbativa d'asta, chiesta la condanna a un anno e 6 mesi (1.600 euro di ammenda) per la meratese Cristina Clementi, istruttore della pratica e per l'allora direttore generale dell'Ao di Vimercate Maurizio Amigoni (multa di soli 1.000 euro). Da mandare assolti, invece, per il titolare della pubblica accusa, sia l’avvocato Sergio Fienga (legale della Multimedia Hospital, l’impresa proponente) sia l'attuale addetto stampa dell'ospedale di Varese Simone Rasetti, chiamato a rispondere – quale Capo della Segreteria particolare dell’Assessore alla Sanità - di corruzione.

Sintetizzato tutto ciò e immaginando il passaggio della “sigla” quale intermezzo, veniamo dunque “all’episodio” odierno della saga: lo potremmo intitolare, almeno per la parte iniziale, “Colletti bianchi alla gogna. Il Boia è di famiglia”.  Questa mattina alle conclusioni del dr. Fusco si è associata infatti la parte civile: attraverso l’avvocato Antonella Forloni Regione Lombardia ha così preso in maniera secca le distanze dai “suoi” imputati, nei confronti dei quali ha espresso l’intenzione – qualora venissero condannati – di rivalersi in sede civile per la quantificazione del “danno patrimoniale” patito e chiedendo invece una provvisionale del 50% o in percentuale ritenuta equa dal collegio in relazione al danno d’immagine dagli stessi arrecato all’Ente, calcolato in 50.000 euro. Tutto ciò per quanto attiene le posizioni Amigoni, Clementi, Stucchi, Lucchina e Candidi, con uno “sconto” applicato a quest’ultimo (con il risarcimento abbassato a 20.000 euro) mancando “il discredito esterno generalizzato”, addossato invece – specularmente - agli altri quattro.
Ha chiesto però di non focalizzarsi solo sull’entità delle richieste l’avvocato Forloni che già la settimana scorsa aveva “stupito” stimando in oltre 600.000 euro la somma da mettere in conto – sempre nell’interesse della Regione - all’ex consigliere Stefano Galli, a processo, proprio dinnanzi allo stesso collegio giudicante, per le così dette “spese pazze” a carico dei contribuenti. Venendo dunque ai fatti – pur ammettendo come sia passato dagli episodi ora sotto la lente un ampio lasso temporale ma, ha aggiunto, “i reati dei colletti bianchi sono scoperti con difficoltà” – la parte civile ha ribadito dapprima come a processo non ci sia la Sanità lombarda, parlando di “turbativa d’asta da manuale” per quanto attiene Vimercate e insistendo sulla centralità di Stucchi – lo stesso Stucchi che Maroni ha confermato dg seppur già indagato – in relazione a Mantova con tanto di sottolineatura della “facilità del pubblico ufficiale a chiedere in pendenza di scelte attività in proprio favore”. E’ stato questo – se non per un inciso del difensore di Lucchina – l’unico accenno odierno alla questione del brokeraggio. Il resto dell’udienza, infatti, ha avuto per protagonisti i legali degli imputati del capitolo Teleospedale.

Cristina Clementi e l'avvocato Marcello Perillo
Non ha puntato su un’arringa ad effetto l’avvocato Marcello Perillo, penalista scelto dalla dottoressa Cristina Clementi. Lo poteva fare, come lui stesso ha ammesso in chiusura, facendo accenno a quanto avrebbe potuto dire sul “conte” Alberto Uva – “personaggio folkloristico” – e sul fiume di parole già spese per l’ormai celeberrima borsa di Prada regalata dal nobile missagliese alla sua assistita senza prestare nemmeno attenzione a togliere il prezzo. Ha optato invece per un monologo tecnico: “ho cercato di darvi quanti più elementi in fatto e in diritto” ha asserito prima di chiedere l’assoluzione della cliente facendo leva sulla non configurabilità del reato. Del resto, già nelle sue prime battute aveva invitato il collegio a “svuotare la mente dai condizionamenti” e dunque da quel “tutto è fatto per condizionare l’esito” posto alla base del castello accusatorio secondo il quale, in concorso tra loro, Lucchina, Amigoni, Clementi, Fienga e i già giudicati Bruno Della Negra (titolare della Multimedia Hospital), Alberto Uva (suo socio e procacciatore d’affari) e Stefano Casali di Monticelli (legale della società) avrebbero “turbato, con collusione e mezzi fraudolenti le gare d’appalto di seguito indicate (quelle per dotate le Aziende ospedaliere lombarde di un sistema televisivo outdoor, la prima a procedura ristretta poi ritirata e riproposta esperita a mezzo di procedura aperta ndr), ciascuno svolgendo compiti ben definiti, nell’ideazione, pianificazione, organizzazione e gestione dell’iter amministrativo delle stesse, al fine di favorirne l’aggiudicazione alla MMH”.
“Il PM non ha mai affrontato l’argomento cardine” ha contrattaccato il legale lecchese, dopo aver puntato il dito sulle fonti probatorie introdotte dal teste Nera – criticata nello specifico la modalità di estrazione delle mail intercorse tra gli indagati poste alla base dell’impianto accusatorio – ed aver evidenziato a più riprese come i requisiti della gara stilati dall’avvocato Clementi – direttore dell’Ufficio approvvigionamenti e responsabile del procedimento – non siano quelli proposti da Della Negra nonché non siano affatto escludenti rispetto ad altri potenziali interessati a partecipare ad una gara “innovativa” quanto a contenuto e incardinata su un progetto del quale ormai, negli uffici dell’Ao ma non solo, “erano a conoscenza tutti, da chi fa le pulizie al direttore generale”. “Non c’è mai stata collusione con mezzi fraudolenti per favorire MMH e eliminare la concorrenza” ha affermato con forza, ricordando come partecipare al bando – etichettato come “difficile” – volesse dire accollarsi in caso di vittoria un impegno economico importante a fronte di “un punto di domanda” quale ritorno.

Maurizio Amigoni e 
la vecchia sede dell'Ospedale di Vimercate
“Amigoni ha un’unica colpa: aver spinto troppo nell’interesse dell’amministrazione” ha sostenuto invece l’avvocato Roberto Zingari per conto dell’ex numero uno dell’Azienda Ospedaliera di Desio e Vimercate, nato a Lecco 67 anni fa. Tra gli altri passaggi della propria arringa – infatti – il giovane legale milanese ha tenuto a far emergere come il proprio assistito, dopo la presentazione del progetto Teleospedale, abbia lavorato allo stesso “demolendo pezzo per pezzo le aspettative di MMH” nell’interesse della Regione e di tutte le altre realtà ospedaliere interessate alla gara aggregata di cui la sua Ao sarebbe stata capofila. “E’ su questo che va giudicato Amigoni” ha insistito, evidenziando altresì come il dg non abbia poi partecipato alla predisposizione del bando: “se ne disinteressa perché c’è una struttura” ha detto, non mancando anch’egli di ricalcare quanto già argomentato dal collega Perillo circa la non sovrapponibilità tra le caratteristiche della MMH e i requisiti richiesti ai “concorrenti”. “Più che la scarpetta di Cenerentola sono le scarpe delle sorellastre: non è vero che sono fatte su misura” ha spiegato, con ironia. E tagliente è stato anche il veloce accenno alla genesi dell’inchiesta e dunque all’esposto del leghista “nostrano” Stefano Galli, pocanzi citato per altra “bega giudiziaria” a se stante rispetto a “Vendemmia”. “Si è adoperato completamente, per questioni personali, a non far aderire a questo progetto. E’ l’unico che ha ottenuto quello che voleva!”.

Carlo Lucchina
“Quella riunione è stata incredibilmente criminalizzata”. Non ha dubbi l’avvocato Fabrizio Gobbi. Il riferimento è all’incontro avuto il 23 gennaio 2010 dal suo assistito, allora Direttore generale della Sanità lombarda Carlo Lucchina, con tutti i dg delle aziende ospedaliere durante il quale, al Pirellone, lo stesso Della Negra ha avuto la possibilità di presentare il “suo” progetto TV Sanità. Siamo all’inizio della vicenda, nel momento in cui secondo l’accusa già si configura – viste anche le “indicazioni” date dal top manager – la turbativa d’asta, un’interpretazione rigettata dalla difesa in quanto priva – a giudizio del legale spinto a parlare anche di “assetto accusatorio del tutto arbitrario” – di qualsiasi giustificazione giuridica. Dopo tale assemblea - convocata tra l’altro su “spinta” di Paolo Alli della Segreteria Particolare e Politica del Presidente Formigoni al quale, per primo, Della Negra e Uva si erano rivolti – Lucchina avrebbe ricevuto, nella ricostruzione data dal suo difensore – solo il progetto (in fase pre-bando tra l’altro e dunque tale “transito” non rileverebbe ai fini della configurabilità del reato), non gli atti di gara che non sarebbero “mai passati per gli uffici della direzione generale della sanità. Si parla però di supervisione e pilotaggio. Qual è il fatto commesso da Lucchina se non li ha nemmeno mai visti?” ha domandato il legale meneghino che ha poi chiesto per quale ragione il proprio cliente avrebbe dovuto favorire il “conte” di Missaglia, essendo varesino e dunque “lontano” da quel “grumo di potere lecchese” descritto dal dr. Fusco nella propria requisitoria. E poi, perché per Vimercate sì e per Mantova no? ha lasciato intendere, ricordando il famoso “stop dal 30esimo” citato da Uva per la questione brokeraggio, facendo riferimento proprio al “numero uno” della Sanità che non avrebbe appoggiato la Marsh di cui lui era procacciato bensì la concorrente “in area” CL.
Ricordando come Lucchina abbia pagato lo scotto del ruolo ricoperto, “indice di sospetto”, l’avvocato Gobbi ha chiesto in relazione alle due condotte di turbativa d’asta ascritte allo stesso l’assoluzione perché il fatto non sussiste o per non aver commesso il fatto.

Stesse conclusioni ma decisamente più sintetiche per i difensori dell’avvocato Fienga e del dottor Rasetti per i quali già la pubblica accusa aveva avanzato richiesta di proscioglimento.
Archiviato il capitolo Telesanità, a giugno si passerà al Carlo Poma. Altra storia. Stessa rete. Rimanete sintonizzati.
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Alice Mandelli
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