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Scritto Sabato 24 giugno 2017 alle 00:19

Metastasi: anche Palermo va condannato per associazione di tipo mafioso? La Cassazione rinvia in Appello per il verdetto

A destra Ernesto Palermo
Ci si aspettava il definitivo triplice fischio. Ed invece quest’oggi – seppur solo parzialmente, ma indubbiamente per l’aspetto più significativo – la Cassazione ha riaperto la partita. I giudici della Suprema Corte, chiamati a pronunciarsi in merito alle posizioni dei tre imputati nell’ambito dell’inchiesta Metastasi che da subito hanno differenziato il loro percorso giudiziario da quello intrapreso invece da Mario Trovato e da tutti gli altri soggetti toccati dall’indagine (Marco Rusconi incluso), optando in prima battuta per il rito abbreviato, ha rigettato i ricorsi presentati dalle difese, dichiarandoli inammissibili, accogliendo poi in parte, di contro, quello sottoscritto invece dalla Procura Generale, annullando la sentenza d’Appello e rinviando ad altra sezione del Tribunale di Milano, esclusivamente per la riqualificazione del reato associativo. In primo grado, infatti, il Gup meneghino Roberto Arnaldi, aveva derubricato da associazione per delinquere di stampo mafioso ad associazione semplice la fattispecie contestata all’ex consigliere comunale di Palazzo Bovara Ernesto Palermo e ai lecchesi Alessandro Nania e Claudio Bongarzone, condannando gli stessi a pene tutto sommato lievi, comprensive delle ulteriori accuse ascritte ai singoli componenti del terzetto, poi riconfermate in Appello: 4 anni e 6 mesi la pena irrogata al professore con casa a Galbiate, ex membro della maggioranza consigliare durante la prima Giunta Brivio, difeso dagli avvocati Armando Veneto e Vincenzo Belvedere; 3 anni e 4 mesi per l'imprenditore Bongarzone, socio della Rinnovo Immobiliare e della DBM finite sotto la lente degli inquirenti anche in relazione al secondo filone investigativo legato non più alla mera esistenza di una supposta Locale ‘ndranghetista a Lecco quanto piuttosto all’ipotizzato riciclaggio di denaro sporco da parte di sodali, conoscenti e affini; 6 anni e 8 mesi con ammenda da 3.000 euro la pena comminata infine al pregiudicato Nania, affidatosi all'avvocato Gianluca Crusco. Di diverso avviso la Cassazione, che ha di fatto “insinuato il dubbio” – ci si passi la semplificazione – in relazione all’effettiva appartenenza dei tre imputati all’associazione mafiosa originariamente descritta dagli inquirenti, capitanati dal sostituto procuratore della DDA di Milano Bruna Albertini, strenuamente convinta di aver provato l’esistenza di un “clan” a Lecco, tanto da strappare ai giudici del Tribunale lariano, all’esito del dibattimento, una pronuncia in questo senso in merito alle posizione di Mario Trovato, indicato quale il boss in città, Massimo Nasatti, Antonio Romeo e Antonello Redaelli con il riconoscimento del 416 bis a loro carico anche, il mese scorso, da parte delle Corte d’Appello (e pene inasprite per mera questione tecnica relativa al calcolo del “peso” dei singoli reati contestati ai primi tre citati). La decisione odierna della Suprema Corte sembrerebbe portare a ripianare la discrepanza più macroscopica tra le pronunce – in sedi diverse – di giudicanti differenti, pur sicuramente non potendo tenere in considerazione le sentenze emesse in relazione a co-imputati che hanno optato per il rito ordinario e pur non colmando tutte le incongruenze a partire dalla corruzione in favore dell’ex sindaco di Valmadrera Marco Rusconi per la quale Palermo è stato giudicato colpevole e il borgomastro assolto. Si allontana, questo è certo, la chiusura del caso, con la palla che torna in Corte d’Appello a Milano.

A.M.
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