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Scritto Sabato 12 agosto 2017 alle 12:15

DANTE PAN E L'ISOLA CHE NON C'E'

Granita & brioscia
Dante De Capitani
Anche quaggiù certe cose che capitano lassù possono fare male.
Dante Eugenio De Capitani è sindaco di Pescate da due consiliature. Nell’ultima, uscita dalle elezioni comunali del giugno 2016, ha ricevuto il 67% dei  voti validi, il che significa grande fiducia, ma anche attrazione alla sua persona di ogni e qualunque problematica municipale e sovracomunale. E questo signore, nei confronti del quale non ho alcuna riserva preconcetta, ha accettato il ruolo di parafulmine. Tutto quello che accade dentro e fuori i confini di Pescate finiscono con il colpirlo. E chi viene colpito reagisce. Ingegnere edile, 58 anni, divorziato, ma convivente, due figli, uno maggiorenne e l’altro di 7 anni si è messo in testa di convincere il fulmine a scaricare altrove. A me un personaggio pubblico così piace. E’ di destra, ma io sono solito valutare la persona, non l’ideologia.  Non gli ho mai parlato, non so quindi come si pone nei confronti dei suoi collaboratori o subalterni. Non so, cioè, se è più podestà o parroco. Certo è che si sente molto compreso nel suo ruolo. Nei siti online  che riferiscono della sua persona e del suo Comune sta scritto che è Sindaco, Presidente della giunta comunale, Presidente del Consiglio comunale e Comandante della polizia locale. E’ uno e trino, con santino aggiuntivo e per giunta in divisa. Bisogna dire che ha la fortuna di governare una comunità di poco più di 2.000 abitanti e sotto il suo sguardo si sviluppa un orizzonte di poco più di 2 chilometri quadrati. Tradotto: ti affacci al balcone e il paese ce l’hai tutto davanti. Però l’uomo è tosto ed esige che lo siano anche i suoi amministrati. Una domenica si è posizionato sulla pista ciclopedonale che costeggia il lago e ha fermato e catechizzato 46 ciclisti le cui bici erano prive di campanello. Ha fatto bene. Poi ha preso posizione contro la Provincia di Lecco, rea di non avere fornito il battello cattura alghe degno di questo nome e di questa funzione, minacciando di togliere il suo Comune dall’elenco di quelli targati Lc. Provocatore, ma il battello tanto invocato si è materializzato. Quindi è arrivato a chiudere due volte per protesta e denuncia  il terzo ponte, colpevole di creare quelle lunghissime fine di auto che stazionano nei giorni festivi e prefestivi e in talune fasce orarie anche in quelli feriali e che intossicano Pescate. Ha ottenuto qualche risultato, ma il traguardo da maglia rosa sarebbe quello di bypassare una ex strada statale che equivale a una conduttura ad alta pressione che eroga forti quantità  di popolo che lavora e che produce e che non può permettersi il treno e neppure percorrere con i battelli un lago che diventa subito fiume. Ma il capolavoro di cui De Capitani può fregiarsi è che nell’anno 2016 i due vigili urbani che compongono il Comando di Polizia Locale hanno elevato contravvenzioni al codice della strada per l’impressionante cifra di 150.000 euro e spicci di cui non meno di 10.000 euro solo per la sosta vietata. E’ bene allora che gli automobilisti che da Lecco vanno a Merate e oltre e viceversa prendano atto che il tratto di statale che attraversa Pescate è l’equivalente di un campo minato. Non salta in alto l’auto, ma traballa il portafogli. E dico ancora che il sindaco fa bene, perché la strada che taglia il Paese invita alla velocità e il rischio di incidente, con tanti impediti al volante, è oggettivamente elevato. Ma c’è di più. Dante Eugenio De Capitani è solito mettere per iscritto i suoi pensieri e le sue intenzioni. Lo fa con una serie di  scritti che chiama Editoriali nei quali emerge tutto l’amore che prova per il suo paese che non esita a definire “ una piccola Svizzera “ perché “ non serve avere tanto territorio per essere grandi”.  Invita apertamente i turisti “ perché a Pescate non si paga l’imposta di soggiorno”. I giovani pescatesi di ambo i sessi sono invitati a fare palestra per imparare a difendersi. Se potesse solleverebbe il territorio comunale dal suolo italiano per evitare ogni contaminazione con le altre realtà circostanti. In altri termini  la sua Pescate è concepita come una sorta di “ isola che non c’è “ di cui Dante Pan è il nume protettore. Il sindaco si è autoconvinto di governare un’ entità a se stante proprio perché la ritiene  diversa da tutte le altre realtà comunali. In queste  ultime sembra vivano e decidano tanti Capitan Uncino per i quali senso civico, ordine urbano, sicurezza e, soprattutto, senso di appartenenza sono, optional di cui ciascun cittadino si può fregiare a sua discrezione. Per lui, invece, la salvaguardia dell’identità territoriale è sacra, un obiettivo irrinunciabile. La sua isola c’è, eccome. E un bel giorno da quest’isola è salpato un motoscafo armato silurante – in gergo mas – destinazione Lecco.
                                
Ai primi di agosto 2017, Dante Eugenio De Capitani ha inviato una lettera formale al Prefetto di Lecco Liliana Baccari per avvertirla di non destinare migranti a Pescate perché li avrebbe rispediti al mittente non appena posato l’alluce sul confine di un Comune che è “ un sogno tra lago e monte”. La lettera è riportata nella sua interezza al termine dell’articolo. Ciascuno può leggerla a valutarla come crede. Io la considero insolente. Si possono dire anche le cose più dure senza sconfinare nel greve e nel gratuito. E non solo perché dall’altra parte della lettera c’è una signora, ma perché questa signora rappresenta lo Stato in provincia di Lecco e Dante Pan  è un’emanazione di uno Stato che gli ha consentito di essere eletto e che nel suo piccolo incarna. Non mi risulta si sia rifiutato di indossare la fascia tricolore. Vantarsi di “ non partecipare da anni alla Festa della Repubblica e nemmeno a cerimonie istituzionali varie” non sono medagliette da appuntarsi al petto. Scrivere che il Prefetto “ non dirige me e non credo voglia provarci” è come dire che a braccio di ferro ti batto io. D’altronde lo aveva già detto e scritto qualche giorno prima con ampio rilievo sulla stampa locale: “ I migranti per nessuna ragione saranno accolti a costo di fare le barricate”. Li definisce “ orde di mantenuti a sbafo” e avverte “ chi di dovere – alias il Prefetto – che nel caso dovranno passare sul  cadavere del sindaco  e su quello di tutti i consiglieri comunali “.                         
E anche in questo caso gli riconosco il diritto, espresso a nome della stragrande maggioranza della popolazione pescatese, di preavvertire che lui i migranti di colore nel suo Comune non li vuole. Siamo o non la Svizzera d’Italia? L’aveva già formalizzata questa precisa volontà non firmando il documento di solidarietà proposto dal Prefetto  ai sindaci della Provincia il 5 dicembre 2015 e accettato da 81 primi cittadini su 88.  E’ tutto scritto nella lettera.  Ma c’è un passaggio che mi ha fatto venire il sangue freddo e suggerito questo articolo. E’ quando nelle ultime righe  cita il figlio di 7 anni, Daniele e lo porta a esempio dei tanti  bambini pescatesi che a contatto con “ bighelloni mantenuti a sbafo”  si vedrebbero privati della “ possibilità di vivere secondo la tradizione dei nonni per qualche altro anno in più “.
Ecco vede, signor Dante Pan, in quel passaggio lei è volato troppo alto e si è scottato le ali. Non se ne è accorto e questo è un peccato perché non la considero personaggio di secondo livello. Gli entusiastici complimenti che le inviano su facebook i suoi elettori dicono quanto lei sia stimato. Ma stia attento a chi le da carta bianca. A parte la famosissima battuta di Totò, c’è il rischio che al momento opportuno qualcuno possa trovarsi in difficoltà a riconoscere le firme che vi ha apposto. Il vento fa sempre il suo giro.
Le costava poco o nulla dare prova di rispetto per l’autorità prefettizia e  di stima per tutti gli 81 sindaci che non la pensano – sinceramente o per opportunismo – come lei. Poteva compiere un gesto di buona volontà e di umana intelligenza scrivendo al Prefetto di rifiutare un vagone di migranti, ma di accettare una famiglia composta da padre, madre e due figli. Una casa gliela avrebbe trovata, il padre poteva aggiungersi ai mitici sei spazzini e  l’iscrizione di tutti e quattro  a un  corso elementare di lingua, prima di introdurre i due bambini nella scuola, avrebbe garantito la sicurezza e realizzato l’integrazione. Lo Stato le avrebbe riconosciuto un contributo in denaro che sarebbe stato, per la persona che lei è, ben impiegato. E avrebbe conosciuto in forme non dirompenti, ma istruttive un’altra civiltà, insegnando  e imparando. Invece no. Questa specie di esseri umani costantemente e pesantemente  abbronzati, come direbbe ancora oggi uno dei suoi leader politici di  riferimento, lei li tollera male solo alla vista. Questa si chiama “ selezione”, un termine che rimanda a periodi atroci del nostro recente passato. Non so se Daniele, da grande, sarebbe orgoglioso di questa lettera. In ogni caso lei ha il diritto di decidere e io quello di criticare. Concludo e prendo a prestito -  umilmente -  una frase di Primo Levi che è divenuta prima poesia e poi il titolo di un libro di successo: “ Se questo è un uomo “. Ecco, signor sindaco, in questa circostanza  due distinti – non diversi - tipi di umanità, si sono trovati idealmente di fronte l’uno all’altro e lei è stato misurato, pesato e  trovato mancante. Almeno per me.                                                                

LETTERA APERTA AL PREFETTO

Eccellenza, io la conosco poco, ma Lei credo mi conosca molto meglio.
Non frequento le sue sale di corso Promessi Sposi, da anni non partecipo alla festa della Repubblica e nemmeno a cerimonie istituzionali varie che Lei ogni tanto organizza.
La colpa è mia, sono un vecchio lupo solitario che sta diventando sempre più solitario nel panorama dei sindaci lecchesi, anche se confesso che ci sono molti cittadini della provincia – anche non pescatesi – che  con il loro sostegno mi fanno sentire un po’ meno solitario.
Premetto subito che non ce l’ho con Lei, che fa solo il suo lavoro e cerca di farlo bene.
Lei è un bravo e solerte funzionario dello Stato nominato dal Consiglio dei ministri e dirige le Forze dell’Ordine e la sicurezza sul territorio.
Ma non dirige me, e non credo voglia provarci.
Ho un bambino di sette anni che si chiama Daniele che sto cercando di far crescere in un paesino bello, curato e fiorito dove il degrado non esiste, dove non ci sono scritte sui muri ed erbacce ai bordi delle strade,  dove il lago nonostante le alghe si mantiene balneabile, dove i parchi in cui l’erba viene tagliata nove volte all’anno sono pieni di giochi e pieni di bambini contenti, in ogni mese dell’anno.
Dove Le sagre di Pescate portano avanti la tradizione gastronomica dei nostri nonni e dove la bandiera biancoazzurra di Pescate si dispiega in vari luoghi accarezzata dal vento lacustre, in un  paese ormai conosciuto come “Un sogno tra lago e monte”.
Dove, sempre i nostri nonni, ci hanno insegnato che chi non lavora non mangia e che il lavoro nobilita l’uomo, e che l’ozio è il padre di tutti i vizi.
In questo Comune i cui  cittadini  ci hanno affidato il territorio per renderlo sempre più bello e sicuro, pur con tutti i limiti della nostra azione amministrativa, abbiamo deciso che noi i migranti non li vogliamo.
Noi: Sindaco, assessori e consiglieri comunali tutti.
Non vogliamo che entrino nelle case di Pescate, non vogliamo che siano mantenuti a sbafo qui a Pescate, non vogliamo che delle cooperative ci lucrino sopra qui a Pescate.
Non sopportiamo che entrino nel nostro paese a chiedere l’obolo ai clienti del supermercato, sopportiamo a fatica vederli bighellonare con tablet, cellulari e cuffiette al seguito, con le biciclette regalate, mentre agli italiani, anche quelli più indigenti, non regalano mai niente, solo tasse e doveri.
Lei potrà obiettare che Pescate è ancora comune italiano e non ancora della Svizzera e quindi a questo Stato sottoposto, ma noi diciamo che il territorio è prima di tutto del popolo sovrano e dei cittadini che hanno votato chi li rappresenta, e noi i voti li abbiamo presi, e tanti.
Lei che ha proposto e fatto firmare a larghissima maggioranza il documento sulla solidarietà diffusa del 5 dicembre 2015, mandi i migranti dai sindaci che si sono detti favorevoli all’accoglienza, che sono ben 81 sugli 88 complessivi.
Quelli che non hanno firmato tra cui il sottoscritto, li lasci in pace, hanno fatto una scelta diversa, la rispetti.
Daniele e i tanti bambini che stiamo cercando di far crescere in un paesino bello, curato e fiorito dove il degrado non esiste, avranno così una possibilità di vivere secondo la tradizione dei  nonni per qualche altro anno in più.
Solo qualche anno in più, perché non basterà la determinazione di qualche sindaco per fermare il mondo senza regole che si sta profilando.
Ma anche se non basterà, vivremo quegli anni in più contenti, svegliandoci un poco più tardi dal nostro sogno tra lago e monte.
Saluti Eccellenza.
Dante De Capitani - Sindaco di Pescate

                                     
Alberico Fumagalli
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