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Scritto Sabato 11 novembre 2017 alle 09:48

Il 'caso Fiocchi' sotto la lente di Facchini e Castelli. Made in Lecco il 7% di armi e munizioni esportate dall'Italia

Una serata per parlare della Fiocchi Munizioni (ma non solo) sviscerando il tema da diversi punti di vista: le ultime novità societarie che riguardano la storica azienda della città, illustrate da Duccio Facchini di Qui Lecco Libera (organizzatrice dell'iniziativa); il ruolo dell'impresa nel panorama lavorativo e occupazionale del territorio, introdotto da Mauro Castelli sindacalista della Fiom-Cgil ed ex lavoratore di via Santa Barbara; una panoramica più generale sull'esportazione di pistole e simili dall'Italia, affidata a Giorgio Beretta analista di Rete disarmo e membro del consiglio scientifico dell'Osservatorio permanente sulle armi leggere. Una serata "non a senso unico, con lo scopo di creare un dibattito aperto e informato" a cui era stato invitato anche il presidente Stefano Fiocchi che, secondo quanto riferito, ha però con cordialità declinato l'invito.

I relatori della serata con Corrado Conti, primo a destra

È il giornalista ad aggiornare sullo stato dell'arte dopo la notizia della cessione della Fiocchi: "Giulio Fiocchi nel 1876 fondò l'azienda omonima, da cui nacque poi la Fiocchi Munizioni Spa che, con un capitale sociale di 17 milioni di euro, è controllata interamente dalla Giulio Fiocchi Spa, avente come oggetto sociale la produzione e il commercio di munizioni di ogni genere. È della metà di ottobre la notizia che il Consiglio dei Ministri ha dato il consenso alla cessione delle quote di Fiocchi Munizioni a beneficio di un fondo gestito da Charme Capital Partners SGR Spa, società che opera nel settore della difesa e della sicurezza nazionale. Charme è una società per azioni detenuta al 51 per cento da Luca Cordero di Montezemolo, che già durante il Cda di maggio ha affrontato 'il caso Fiocchi', col disegno di costruire un veicolo societario controllato da uno dei fondi di Charme attraverso cui verrà detenuto il capitale sociale della Holdco. Operazione portata a termine il 4 ottobre scorso, con la costituzione della Srl 'FiocchiBi', ancor prima del via libera di palazzo Chigi".

Per capire di che realtà aziendale stiamo parlando, Facchini ha riportato i dati del primo bilancio presentato da Fiocchi Munizioni nel 1992 in Camera di commercio: il fatturato era di 81 miliardi di lire di cui 46 miliardi derivanti dal settore industria e difesa e 505 lavoratori in attività. Nel 2016 l'azienda ha fatturato oltre 140 milioni di euro, di cui 100,5 milioni nella categoria "industria e difesa". Le esportazioni hanno registrato un valore superiore a 98 milioni; i dipendenti sono saliti a 657. Secondo i dati Istat, i principali clienti esteri della Fiocchi munizioni nel 2016 sono stati gli Stati Uniti (per un mercato di 60 milioni), la Germania, la Spagna, la Francia, l'Albania, l'Indonesia, il Belgio, la Svizzera e la Giordania. Nei primi sei mesi del 2017 l'azienda ha avuto un lieve calo del tre per cento nelle vendite, dovute principalmente alla contrazione del mercato statunitense, ma ha potenziato la vendita in alcuni paesi: del 3.715 per cento in Oman e del 1.300 per cento in Pakistan.

Come si traducono questi numeri in termini di occupazione e politica aziendale lo ha spiegato Castelli: "La Fiocchi fa contratti direttamente con i suoi dipendenti senza passare attraverso le agenzie di somministrazione, ogni anno trasforma dai 20 ai 40 contratti a tempo determinato in contratti a tempo indeterminato. Quando è trapelata la notizia della vendita Stefano Fiocchi ha fatto un'assemblea fuori dal cancello per illustrare la situazione agli operai e poi ha incontrato il sindacato illustrando l'operazione e spiegando che il fatto che la notizia fosse trapelata era un problema, dal momento che c'era un vincolo di riservatezza sulla trattativa che è tuttora aperta e potrebbe concludersi, per il sì o per il no, entro la fine anno. La Fiocchi Munizioni vuole andare in Borsa - non in Italia ma negli Stati Uniti e in Gran Bretagna - e per questo serve un'azienda che l'accompagni in questo percorso per poi andarsene".
Allo stato attuale, spiega ancora il sindacalista, l'azienda ha perso il 25 per cento del mercato americano perché con l'elezione di Trump, che non parla affatto di proibire o limitare il numero di armi e munizioni, nessuno fa più scorte. In Italia a dicembre scadono circa 140 contratti a tempo determinato, che verranno rinnovati in base all'esigenza del mercato, sulla base dei nuovi ordini. "Dal punto di vista sindacale ci sono 654 famiglie, cosa possono fare? Quale altra azienda assumerebbe 20-40 persone l'anno? Lì fanno la miscela per fare la polvere da sparo: questo rende quasi impossibile il trasferimento della produzione. Dal nostro punto di vista è un'azienda che investe, assume, produce e ha corretti rapporti sindacali. Vogliamo chiuderla? Parliamone".

Duccio Facchini e, al centro, Giorgio Beretta

Meno locale, da un certo punto di vista, l'intervento del sociologo Giorgio Beretta, che per introdurre la sua lettura del tema ha portato un caso emblematico, ricordando la visita del 10 giugno 2009 di Gheddafi a Roma, accolto sfarzosamente dall'allora premier Silvio Berlusconi. "Nello stesso giorno l'azienda Beretta venne autorizzata ad esportare 11.100 pistole e fucili in Libia, destinati alla Guardia di pubblica sicurezza di Gheddafi. Il 23 agosto 2011 gli insorti entrarono nel quartier generale di Gheddafi e lo espugnarono, entrando in possesso di migliaia di armi Beretta e di montagne di casse di munizioni italiane, simile a quelle trovate nei palazzi presidenziali di Saddam Hussein nel 2003. Questo per dire che nei compound dei due dittatori si trovavano armi italiane. In quegli stessi giorni al mercato nero di Benghazi venivano vendute carabine Beretta per 1.600 dollari: le armi esportate dall'Italia - in un Paese instabile come la Libia - sono finite in mano ad una marea di gente. Quando chiediamo chi alimenta il terrorismo internazionale, qualche riflessione andrebbe fatta".
Un nuovo sguardo ai dati Istat: nel triennio 2014-2016, la provincia di Lecco ha contribuito alle esportazioni nazionali di "Armi e munizioni" per il sette per cento. La quinta in Italia dopo Brescia, La Spezia, Roma e Pesaro-Urbino. Nella nostra Provincia la crescita delle esportazioni è cresciuta lentamente dal '95 fino al 2009/2010, poi è schizzata.

(Dati elaboratori da Giorgio Beretta)

Sicuramente c'è la grossa fetta del mercato statunitense, ma c'è anche nuovo orientamento verso il mercato militare e verso nuovi acquirenti tra cui Kuwait, Oman, Giordania, Marocco e Tunisia. "L'esportazione delle armi in Italia è normata da due leggi: la 110 del 1975 che regola l'esportazione per uso civile e la legge 185 del 1990 che regola le esportazioni di armi destinate a sistemi militari, enti governativi, forze armate o di polizia". Questa legge prevede il divieto di esportazione verso i Paesi in stato di conflitto armato, verso Paesi la cui politica contrasti con i principi dell'articolo 11 della Costituzione, verso i Paesi nei cui confronti sia dichiarato l'embargo delle forniture belliche, verso i Paesi i cui governi siano responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani. "È una norma importante ma discrezionale: se non c'è accertamento da parte dell'Onu sta al Governo decidere. A livello europeo - continua l'esperto - c'è una Posizione comune, che non è però una direttiva, quindi non è né vincolante né sanzionatoria che valuta la possibilità di esportazione in base a criteri che considerano i diritti umani, la situazione interna, la promozione della pace. Gli Stati membri devono diffondere i dati delle domande di licenza di esportazione che hanno rifiutato in base ai criteri della posizione comune corredati di motivazione: prima di rilasciare una licenza già rifiutata da altri Paesi membri nei tre anni precedenti, uno Stato deve consultare il Paese che ha dato il diniego e se decide comunque di rilasciare la licenza deve informare il Paese che l'aveva rifiutata dando una motivazione dettagliata. L'applicazione seria di questa regola permetterebbe anche alle aziende italiane di esercitare il proprio criterio di responsabilità di impresa. Il mercato delle armi funziona non per la richiesta, ma per il sostegno politico: c'è una stratta relazione tra politica estera, politica di difesa/sicurezza e industrie della difesa, ma non esiste un'impostazione strategica comune, né tra i governi né tra i partner industriali; tutte le società industriali con sede in Europa si focalizzino sui mercati d'esportazione. E le industrie della difesa dispongono di un notevole margine di manovra sui mercati di esportazione, ciò è in parte dovuto alla privatizzazione e in parte all'incoraggiamento dei governi. È un'industria sostenibile per i nostri bisogni o che serve per sostenere l'esportazione in quei paesi dove ad alimentare il mercato sono le guerre, le violazioni dei diritti umani, il terrorismo? Bisogna intraprendere un processo graduale, che passi attraverso una chiarificazione di ciò che viene esportato. Fare armi è diverso da fare lavatrici o scrivanie. Gli stati innanzitutto creano una domanda che porta insicurezza e droga il mercato, bisogna chiedersi: di quante armi e munizioni abbiamo effettivamente bisogno? E ci si ferma lì".
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