Questo sito utilizza cookie tecnici e di profilazione propri e di terze parti per le sue funzionalità e per servizi in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di più o se vuoi negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie clicca qui. Proseguendo la navigazione nel sito, acconsenti all'uso dei cookie. Accetta
  • Sei il visitatore n° 50.545.491
Vai a:
Il primo network di informazione online della provincia di Lecco
link utili
cartoline
Scritto Sabato 10 febbraio 2018 alle 19:43

Lecco: madre de Plaza de Mayo e nipote di un deportato ad Auschwitz, il racconto di Vera

"Essere partecipi, solidali e mai indifferenti" è stato questo il messaggio che Vera Vigevani ha voluto trasmettere alle persone presenti all'incontro "Nunca Mas: mai più il silenzio", organizzato, venerdì 9, da ANPI Lecco e dall'associazione 24marzo presso l'aula magna dell'istituto comprensivo Lecco 3 "A. Stoppani". Nipote di un deportato ad Auschwitz e madre di Franca scomparsa (desaparecida) a diciassette anni durante la dittatura in Argentina, Vera Vigevani ha tracciato un parallelismo tra queste due tragedie del XX secolo: "Mio nonno è stato ucciso così come mia figlia" ha affermato, ribadendo il carattere intenzionale della loro morte: "non sono morti. Sono stati uccisi senza un vero processo".

Prima di lasciare a Vera Vigevani lo spazio per la sua testimonianza, di fronte anche ai ragazzi e alle ragazze del Centro Adolescenti e Giovani (CAG) di Calolziocorte è intervenuta Patrizia Milani dell'ANPI Lecco, presentando le due relatrici. "Vera Vigevani di origine ebraica ha abbandonato l'Italia nel 1939, dopo l'approvazione nell'anno precedente delle leggi razziali da parte del fascismo. Si è trasferita in Argentina dove l'ha raggiunta la notizia della deportazione e della morte del nonno nel campo di sterminio di Auschwitz" ha detto, ricordando che un dramma simile l'ha affrontato dopo la scomparsa della figlia diciassettenne: "venne arrestata e fatta sparire dal regime militare argentino".

Dell'altra ospite, Aurora Meloni, invece, ha ricordato il suo impegno per la verità e la giustizia, spiegando come la determinazione sua e di altre donne abbia permesso di avviare il "processo sul cosiddetto piano Condor" che si è concluso nel 2017 con otto condanne all'ergastolo per i crimini delle dittature sudamericane. Ha preso la parola anche la professoressa Rurali che ha posto l'attenzione sulla presenza di tanti ragazzi nell'aula magna, enfatizzando il valore educativo dell'incontro con Vera Vigevani: "oggi è un momento per riflettere, capire e dar la possibilità ai più giovani di far crescere i semi contro soprusi e dittature".

Terminate le presentazioni accompagnate dalla performance musicale e canora dei ragazzi e delle ragazze del CAG di Calolziocorte, la parola è passata a Vera Vigevani. Ha ricordato la persecuzione antiebraica e la scomparsa della figlia oltre che il suo impegno per la giustizia e la verità come "madre de Plaza de Mayo", invitando i presenti "a riconoscere i segni e i sintomi delle tragedie per cercare di evitarle. Ciò che è accaduto, può ripetersi di nuovo". Il suo intervento ha toccato gli anni delle dittature sudamericane negli anni '60 e '70, quando i "giovani volevano cambiare il mondo, rendendolo migliore e lottando contro i pochi che avevano e continuano a gestire potere e denaro". Per questo Vera Vigevani è convinta che si debba resistere come i partigiani durante la guerra, perché da una parte ci sono "i diritti umani e la democrazia, non perfetta ma perfettibile" e dall'altra "c'è il fascismo". La ricetta per resistervi secondo la relatrice sta nella partecipazione e nell'interesse di quanto succede nel mondo intorno a noi, per evitare quanto accaduto in Argentina. "Il silenzio complice degli altri ha permesso ai generali argentini di compiere i crimini che hanno voluto fare" ha ricordato, spiegando come le Madres de Plaza de Mayo fossero animate dal "bisogno viscerale di sapere dove fossero finiti i nostri cari". I drammi vissuti da ognuna di loro le spinse a farsi vedere e far sentire la loro voce, chiedendo pubblicamente verità e giustizia, nonostante i divieti del regime militare e l'indifferenza per molti anni della comunità internazionale. Come da parte dell'ambasciata italiana, dove Vera Vigevani ha detto di non aver mai avuto un aiuto e visto la porta troppo spesso chiusa in faccia. "Per anni io e mio marito abbiamo sperato che nostra figlia fosse viva" ha asserito, ricordando come la tragica conferma della sua morte sia arrivata solo venticinque anni dopo la sua scomparsa. "Una sua compagna ci ha raccontato di come Franca sia sopravvissuta nel carcere dell'ESMA meno di un mese, conservando il senso dell'umore anche in quel momento tragico" ha ricordato Vera Vigevani. Per evitare che drammi del genere possano continuare a ripetersi la donna italo-argentina ha sottolineato l'importanza di avere uno spirito critico e di non rinunciare mai a pensare con la propria testa, rifiutando l'indifferenza. Ha concluso quindi con un vero e proprio appello per la cittadinanza attiva e per l'impegno, a partire dai più giovani, per evitare che "mai più ci sia il silenzio (nunca mas haya silencio)".

Dopo il suo intervento la parola è passata subito a Aurora Meloni, vedova di Daniel Banfi, sequestrato in Uruguay e assassinato dai militari in Argentina negli anni Settanta, che ha aggiornato i presenti sugli sviluppi della sua lotta per avere giustizia e verità. "In Uruguay non ho mai avuto nessuna risposta e allora mi sono rivolta al tribunale di Roma per ottenere un processo vero nei confronti dei responsabili della stagione della "desapariciòn"", la scomparsa forzata e la privazione dei diritti per gli oppositori politici. Dopo anni di silenzio la donna è riuscita a far partire a Roma il processo al piano Condor, la strategia elaborata dalle dittature del Sud America e dalla CIA per eliminare qualunque oppositore. Nel giudizio di primo grado, il tribunale ha condannato all'ergastolo otto uomini politici sudamericani di quegli anni, accusandoli di "omicidio plurimo aggravato e sequestro di persona" per la morte di ventitré cittadini italiani che vivevano in America Latina. "E' un processo che ha fatto onore all'Italia, l'unico paese in cui una tale condanna è stata emessa" ha riconosciuto Aurora Meloni con le sue ultime parole.
A.P.
© www.leccoonline.com - Il primo network di informazione online della provincia di Lecco