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Scritto Lunedì 12 febbraio 2018 alle 19:08

Varenna, tecnico della Provincia a processo per la morte del carabiniere Benfatto: la caduta potrebbe essere dovuta all'asfalto sconnesso

Un'immagina scattata nel punto dell'incidente
Si erano messi in sella con l'idea di fare un giro in moto, in una bella domenica di sole. Poi la tragedia. "Siamo partiti da Monza in direzione Lecco verso le 9. Abbiamo percorso la Sp 72 per goderci il giro panoramico: abbiamo proseguito fino a Varenna, poi abbiamo deciso di rientrare. Io mi stavo godendo il panorama perchè non avevo mai visto quelle zone: Luca mi precedeva ed ha rallentato per aspettarmi. Quando l'ho raggiunto, ho sorpassato lui ed una fila di macchine. Poco dopo la galleria mi sono girato per vedere dove fosse: non vedendolo più, sono tornato indietro e l'ho trovato a terra supino, contro il muretto di contenimento e con la moto sbalzata sull'altra carreggiata".
Questa è la testimonianza resa oggi in tribunale dal carabiniere Daniele Savino, collega di Luca Giuseppe Benfatto, il centauro morto il 19 aprile del 2015 in seguito ad un incidente sulla Sp 72 all'altezza di Varenna -più precisamente nei pressi della frazione Fiumelatte- su quanto accaduto quel giorno. I due colleghi, in forze alla stazione dei Carabinieri di Brugherio (in provincia di Monza e della Brianza) più che da un rapporto di lavoro erano legati da un profondo legame d'amicizia: spesso uscivano insieme in sella alle loro moto, proprio come quella domenica.
Oggi al cospetto del giudice monocratico Salvatore Catalano si è iniziato a far chiarezza su quanto avvenuto quel giorno: unico imputato l'ingegner Angelo Valsecchi, dirigente del settore viabilità e infrastrutture della provincia di Lecco, chiamato a rispondere di omicidio colposo ai sensi dell'articolo 589 del codice penale. Dai primi rilievi della polizia stradale effettuati poco dopo il sinistro, sembrerebbe infatti che il centauro sia caduto rovinosamente al suolo per colpa di un'anomalia nel manto stradale, ipotizzando così la possibile responsabilità del professionista, difeso di fiducia dall'avvocato Edoardo Fumagalli del foro di Lecco e dall'avvocato Cristina Pastorino del foro di Milano. Presenti in aula anche la moglie e i parenti della vittima, costituiti parte civile e difesi dall'avvocato Luigi Cuscunà del foro di Catania. Quest'oggi sono "sfilati" i testimoni della pubblica accusa e i consulenti tecnici delle parti, per cercare di ricostruire le cause che hanno portato al decesso del Carabiniere.
Luca Benfatto
L'ispettore capo della polizia stradale di Bellano Ezio Ferrante ha parlato di un "sinistro autonomo del motociclista", individuando tre concause: Benfatto avrebbe infatti perso il controllo del mezzo mentre stava effettuando una curva sinistrorsa per la non moderata velocità di crociera, per un dislivello -non costante ma variabile, largo circa un metro e profondo tre centimetri- presente nella carreggiata in direzione Lierna, e per la non conformità del pneumatico posteriore.
Su questo ultimo punto si è discusso in modo particolare con il consulente tecnico della pubblica accusa, l'ingegner Domenico Romaniello: secondo il tecnico il battistrada del pneumatico montato sulla Honda CBR del Benfatto (mezzo tuttavia non sottoposto a sequestro, conservato in un garage di un collega Carabiniere in Brianza) era sì diverso rispetto a quanto indicato sul libretto di circolazione del motociclo, tuttavia non era visibilmente usurato e conforme agli standard di legge e per lo più in misura maggiore, il che avrebbe semmai apportato maggior stabilità e aderenza alla strada. L'ingegnere ha anche calcolato la velocità di marcia del centauro prima della perdita del controllo del mezzo, pari a 87 km/h: il limite in quel tratto era di 90 km all'ora, essendo qualificata come strada extraurbana secondaria. La conclusione del tecnico, per quanto riguarda la causa principale della perdita di controllo del veicolo, è da ricercarsi nel manto stradale gravemente sconnesso, del quale non veniva fatta manutenzione da almeno 2 anni: "effettuando numerosi rilievi" ha detto l'ingegner Romaniello, "si vede che tutti i mezzi a due ruote perdono l'assetto proprio in quel tratto".
Una tesi confermata anche dall'amico della vittima: "la moto ha sbacchettato, come si dice in gergo" ha detto il Carabiniere Savino rispondendo alle domande del Vpo Mattia Mascaro, "ed ho quasi perso il controllo. Stavo viaggiando ad una velocità compresa tra gli 80 e i 90 km all'ora, seguendo la traiettoria naturale della curva". Anche la segnaletica stradale è stata oggetto di studio: secondo il tecnico dell'accusa vi sarebbe stata unicamente la segnalazione, poche centinaia di metri prima, di una galleria; l'ispettore Ferrante invece, rispondendo alle domande dell'avvocato Fumagalli, ha riferito che in quel particolare tratto erano presenti tre tipi di segnale, quello di pericolo, di caduta massi e di curva pericolosa. Pacifico invece che pochi mesi dopo, in conseguenza di un altro sinistro avvenuto il 21 di giugno dello stesso anno, la Provincia abbia deciso di abbassare il limite di velocità in quel tratto da 90 km/h a 30.
Il consulente tecnico della difesa, la Dott.ssa Patrizia Filippi, dopo aver elencato alcune problematiche -dalla mancanza di testimoni per accertare la dinamica del sinistro, alla moto non sottoposta a sequestro e quindi alla possibile alterazione delle prove, e all'assenza di un esame autoptico sul corpo che non ha rilevato se il centauro avesse avuto un malore che avrebbe potuto causare la perdita di controllo- ha dovuto ammettere, sotto le incalzanti domande del Vpo Mascaro, che quella particolare asperità nel tratto di strada, percorsa da un guidatore ordinario, avrebbe potuto risultare pericolosa e che avrebbe dovuta essere segnalata da cartelli.
Non sembrerebbero esserci dubbi sulle cause della morte del Carabiniere: il rianimatore del 118, intervenuto dopo l'arrivo dei volontari del soccorso di Mandello, ha parlato di "asistolia completa, presenza di sangue nelle vie aeree e in bocca; il soggetto stava anche sanguinando dall'orecchio destro, segno di un emorragia interna in corso. Non erano presenti attività elettriche cardiache e a livello encefalico"; al suo arrivo quindi Benfatto era già deceduto. Sempre secondo il rianimatore però, il militare fuori servizio non sarebbe propriamente morto sul colpo: "la presenza di un'emorragia dall'orecchio, di colore rosso vivo, indice di sangue arterioso, mi suggerisce che il soggetto sia stato ancora vivo, spero per il più breve tempo possibile, dopo l'impatto, seppur in uno stato d'incoscienza". Anche il Dott. Gedeone Baraldo, direttore medico dell'ospedale di Lecco, all'epoca reperibile per i servizi in camera mortuaria, ha parlato di una chiara causa di morte: "il soggetto è deceduto per le numerose fratture, evidenziate anche dalla TAC total body effettuata sul cadavere: a livello encefalico si rilevavano lesioni molto gravi, la pluri-frattura della base del cranio, con conseguente lacerazione della carotide che ha causato una emorragia massiva".
Ultimo testimone intervenuto in aula è stato il geometra Fabrizio Selva, dipendente della Provincia chiamato dalla difesa di Valsecchi: il tecnico ha precisato che non erano giunte segnalazioni in merito alla pericolosità di quel tratto di strada e che non erano in previsione lavori di manutenzione, legati alle risorse finanziarie, in quel momento limitate.
Restano ancora da chiarire due punti: se il Carabiniere, al momento dell'incidente, indossasse le lenti a contatto o gli occhiali come prescritto nella patente di guida, e come sia stata conservata la moto della vittima, sulla quale sono poi stati effettuati i rilievi dei tecnici della pubblica accusa. Per questo verrà citato Ivan Rizzotti, il Carabiniere presso cui è stato custodito il mezzo, che renderà testimonianza il prossimo 20 marzo.
B.F.
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