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Scritto Martedì 13 febbraio 2018 alle 14:19

Morte dell'agente Pischedda: in aula i legali dei famigliari per chiedere che il caso non venga chiuso

Francesco Pischedda
Gianni e Diana Pischedda quest'oggi sono tornati a Lecco: pur sapendo di non aver la possibilità di intervenire, hanno scelto di essere al fianco del loro legale - unico titolato a interloquire con il giudice - e di essere dunque fisicamente presenti in Aula per sentire l'avvocato argomentare sulla necessità di andare avanti, "non per trovare un colpevole a tutti i costi ma piuttosto per capire cosa non ha funzionato ed evitare che quanto successo a Francesco possa accadere di nuovo, ad altri colleghi che hanno quale unica colpa quello di essere fedeli servitori dello Stato, al fianco di tutti noi quando abbiamo bisogno". Non presente, invece, al cospetto del Gip Massimo Mercaldo il sostituto procuratore Paolo Del Grosso, titolare del fascicolo fin dalla sua apertura e firmatario della richiesta di archiviazione alla quale i genitori dell'agente scelto della Polstrada di Bellano, spirato, dopo lunga agonia, il 4 febbraio 2017, si sono opposti chiedendo dunque la fissazione dell'udienza odierna. Stessa richiesta è arrivata anche dall'avvocato Arveno Fumagalli che assiste invece Anna Altarelli, ex fidanzata dal poliziotto, madre della piccola Nicole, frutto del loro amore.
Ascoltate le parti, il giudice si è riservato: nei prossimi giorni, se non già nelle prossime ore, dovrà decidere se accogliere la tesi della Procura, di fatto chiudendo il caso oppure se disporre ulteriori indagini per arrivare, eventualmente, alla formulazione di un capo d'imputazione a carico di uno o più operatori del soccorso che - a vario titolo - hanno preso decisioni in relazione alle cure da prestare al 28enne, precipitato da 7-8 metri d'altezza, gettandosi dal cavalcavia della superstrada 36 alle spalle di un giovanissimo moldavo che, con altri due connazionali, viaggiava su di un furgone provento di furto, non fermatosi all'alt intimato diversi chilometri prima dalla volante.
Se la toga lecchese ha preferito non rilasciare dichiarazioni, rimandando le stesse dopo la lettura del provvedimento del dr. Mercaldo, ha invece scelto di rendere pubblica la propria linea l'avvocato Vittorio Delogu che, con la collega Annalisa Sorgiu, rappresentata la famiglia Pischedda.
Con fermezza, pur in una cornice di rispetto e correttezza nell'ambito del gioco delle parti, il legale ha giudicato "non particolarmente elegante, da parte del PM, liquidare un'opposizione ad una archiviazione per un presunto omicidio colposo con due righe". A suo dire, infatti, la Procura avrebbe concluso per l'assenza di responsabilità per il decesso del giovane agente "perché non ci sarebbe un nesso causale tra i presunti ritardi e l'evento morte. Ci si è basati solo su un supplemento di indagine e dunque sulle considerazioni di un professionista secondo il quale di fronte a traumi come quelli riportati da Francesco l'incidenza della mortalità oscilla tra il 57 e l'87%. La statistica a noi però non basta".
Non condividendo tale ragionamento probabilistico, l'avvocato Delogu riavvolge dunque il nastro, partendo da quella che ha definito "una segnalazione partita male", con l'invio, da parte dell'operatore di turno alla centrale operativa dell'Areu 118, di una sola ambulanza, pur in presenza di un evento con due feriti, vittime entrambi dello stesso volo. Accertata poi sul posto una gravità delle condizioni di entrambi, "hanno deciso di lasciare Francesco a terra per due ore e venti minuti. A terra, con i vicini che hanno portato loro una coperta per coprirlo e gli ombrelli per evitare restasse sotto la pioggia" ha sostenuto il penalista, senza però addossare precise responsabilità a qualcuno ma proponendo una panoramica d'insieme. "Mi hanno detto che tremava come una foglia. Ma non si lamentava. Lui non si lamentava mai" ha voluto aggiungere mamma Diana. "Aveva però l'addome teso: io stesso che non sono medico so che è conseguenza di un'emorragia in corso" ha sottolineato il marito Gianni, poliziotto (a sua volta) in pensione.
"Non ne facciamo una questione di distinzione per ruolo o per etnia. Ma sappiamo per certo che il moldavo è stato considerato più grave anche perché non rispondeva alle domande, Francesco invece sì. Non poteva essere un problema semplicemente linguistico?" ha sostenuto il legale, evidenziando come lo stesso dr. Paolo Tricomi, l'anatomopatologo scelto come consulente dalla Procura, abbia parlato, nella propria relazione, di una "certa lentezza dei soccorsi", in relazione alle oltre 5 ore trascorse dalla caduta all'arrivo - dopo sosta a Gravedona - di Pischedda al Manzoni di Lecco, praticamente già esanime. "Il perito conclude in ogni caso scrivendo come a suo avviso non vi siano comunque responsabilità dei sanitari. Ma come? Tutti, non solo in nostri consulenti, accertano che Francesco è stato tenuto due ore e più sull'asfalto mentre per l'altro soggetto si è intervenuti subito".
"Non vogliamo un risarcimento, non vogliamo un responsabile per forza. Si cerca però la verità perché non succedano altre cose del genere" ha insistito mamma Diana, ben consapevole che niente e nessuno le restituirà il suo ragazzo. Ma con un tarlo ancora nella testa, comprensibilmente: sarebbe cambiato qualcosa se Francesco fosse stato caricato sulla prima ambulanza arrivata in posto?  Una domanda che, in questo anno, non si è posta solo lei.
Attesa a stretto giro la decisione sull'archiviazione del dr. Mercaldo.
A.M.
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