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Scritto Mercoledì 07 marzo 2018 alle 19:34

Galbiate: nell’ambito del progetto MeMo, la drammatica storia di Nino Agostino, morto per mano della mafia

“Da un decennio la violenza politica estremistica è andata man mano aumentando tanto da lasciare quasi indifferente l’opinione pubblica. I giornali ci parlano quotidianamente di episodi criminali, di regolamenti di conti, di morti ammazzati, di scomparse di persone: tutti questi episodi che sono all’ordine del giorno ormai lasciano nell’indifferenza più totale il cittadino medio. Secondo il mio parere il problema è più grave di quanto non sembri a prima vista perché la criminalità organizzata ha diramazioni tali da far tremare le fondamenta di un grattacielo, e questo potere occulto va dalla criminalità spicciola all’appoggio politico del Parlamento. Lo scopo di ottenere questo potere è lo stesso che nei secoli ha spinto l’uomo in una lotta senza quartiere contro i suoi simili: il dio denaro”.

Nino e Ida il giorno delle loro nozze


Questo estratto di un vecchio tema scolastico - firmato dall’ambiziosa penna di Antonino Agostino, classe 5^ LC - profuma ancora del genuino coraggio di un giovane studente all’anno del diploma: in tasca il sogno di diventare un agente di polizia per portare un po’ di giustizia nella sua amata Sicilia e tutt’attorno l’ombra di una Palermo schiava di corruzione e violenza. Eppure quella divisa era un sogno che si realizzava, sia per il giovane Nino che per mamma Augusta e papà Vincenzo, fieri come non mai della prodezza del figlio e ignari del fatto che, pochi anni dopo, quella stessa uniforme avrebbe accompagnato il loro ragazzo alla morte.
Era il 5 agosto del 1989. Ormai divenuto agente del commissariato San Lorenzo di Palermo, Nino si stava dirigendo da Altofonte alla casa al mare dei genitori a Villagrazia di Carini, accompagnato dalla giovanissima moglie Ida Castelluccio. Lei soli 19 anni e lui 28, nonostante l’età – racconta papà Enzo – erano legati da un amore genuino e fresco, coronatosi circa un mese prima con un matrimonio sul caldo sfondo di luglio. Era proprio l’album di nozze che Nino e Ida stavano trasportando fino alla casa di Carini, insieme ad un’inaspettata notizia: Ida era incinta.  

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Ma quella sera non ci fu spazio né per i festeggiamenti né per gli auguri. “Mio figlio era andato a suonare alla nostra vicina di casa per mostrarle le fotografie, in strada c’era il silenzio totale. Poi d’un tratto, il rumore di un botto” prosegue tremante Vincenzo Agostino, come se stesse rivivendo in diretta quell’episodio devastante. “All’inizio credevo si trattasse di un petardo, ma poi ne sono seguiti altri”. Il resto è confuso, una voragine di emozioni indefinite che nelle rapide istantanee di quel momento hanno preso forma solo nell’eco di una voce straziata proveniente dall’esterno che urlava a pieni polmoni “stanno ammazzando mio marito”.
Quando Enzo e Augusta si precipitano fuori di casa è ormai tardi: i neosposi corrono in una pioggia di proiettili, Nino viene colpito e cade a terra inerme sotto gli occhi pietrificati dei genitori. “Io so chi siete”: queste le ultime parole pronunciate da Ida, prima che anch’ella fosse trafitta da un proiettile e, ferita ed ansimante, raggiungesse a carponi il corpo esanime dell’amato, il compagno con cui si era unita per la vita ed ora abbracciato a lei nella morte.

I genitori Enzo e Augusta Agostino

“Credevo che per Ida ci fosse ancora una speranza così sono corsa con le in ospedale” racconta mamma Augusta, accarezzando con la voce il ricordo della nuora. “Quando è morta mi sono chiesta cosa avrei detto ai suoi genitori. Non sono riuscita a pronunciare parola: li ho guardati senza avere il coraggio di dire niente, ho fatto un cenno verso la barella dove giaceva il corpo della figlia e sono corsa indietro a vedere Nino. Al mio ritorno era pieno pieno di poliziotti, carabinieri e magistrati. Non mi facevano entrare, così mi sono messa a carponi e sono passata sotto le loro gambe. Ho visto mio figlio a terra in un lago di sangue, l’ho guardato poi senza dire una parola sono corsa a prendere una coperta e gliel’ho appoggiata addosso”. Gli ultimi ricordi di quella notte, quelli più penosi, sono la vista dei feretri di legno spogli, le luci della camera mortuaria al cimitero di Carini, la sensazione ancora ardente sui palmi di Augusta Schiera mentre con una mano in ciascuna delle due bare stringeva quelle dei due sposi, successivamente sepolti con gli abiti ancora freschi del loro matrimonio.
Ma insieme al dolore per la scomparsa del figlio, la vera ferita mai rimarginata è la ricerca ossessiva di un motivo per quell’atto omicida. “Dopo la morte di Nino ho trovato per caso nel suo portafoglio un biglietto che diceva ‘se mi succede qualcosa andate a guardare dentro il mio armadio’ ma i carabinieri e i magistrati che hanno controllato al suo interno non hanno mai voluto dirci cosa hanno trovato. Mio figlio sapeva di essere in pericolo ma non ci ha mai raccontato nulla, ora però vogliamo delle risposte. Vogliamo verità e giustizia” prosegue Vincenzo. “Sono stato interrogato dall’allora Capo della Squadra Mobile, Arnaldo La Barbera, quasi fossi un criminale e subito dopo da Vincenzo Parisi, capo della Polizia di Stato, e dal Ministro dell'Interno di allora. Volevano risposte che non potevo dargli perché non le sapevo, ma in cambio non volevano concederne nessuna a me: quel giorno ho deciso che non mi sarei mai più tagliato barba e capelli fino a quando non avessi avuto la verità che cercavo”.

La chioma candida di Enzo, dopo quasi un ventennio, è più folta che mai e lui e la moglie proseguono nel loro viaggio in nome di Nino, raccontando la sua storia nelle scuole così come nelle carceri, rinnegando non solo la mafia ma anche tutte quelle altre forme di violenza psicologica e fisica che attanagliano il nostro presente e che il figlio è morto per combattere: bullismo, discriminazione, razzismo.
Nel frattempo Nino e Ida continuano a vivere nei cuori di coloro che li hanno amati e in misura ancor più tangibile nel nome di nipoti nati dalla sorella di Antonino Agostino, Flora, che ha ribattezzato i suoi bambini come il fratello e la cognata strappati via prematuramente.
Giustizia ancora non è stata fatta ma, per Augusta e Vincenzo, i nipoti rappresentano uno squarcio di luce nel buio di quella vicenda e, in modo ancor più intimo, un messaggio da parte del figlio: il nipote Nino, che sarebbe dovuto venire al mondo nel mese di settembre, è invece nato prematuramente il 5 agosto, a dodici anni esatti dall’assassinio del suo coraggioso e valoroso omonimo.
Francesca Amato
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