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Scritto Sabato 10 marzo 2018 alle 16:00

Lecco: il CPL ospita Paolo Borrometi, sotto scorta dal 2014 per le sue inchieste sulla mafia

“Sono solo un piccolo giornalista orgogliosamente siciliano – anzi, modicano! – e non di certo un personaggio o un eroe; sono anche un cittadino, un italiano che non può e non vuole rinunciare a lottare contro la mafia, perché sono convinto che se lavoriamo tutti insieme, evitando sterili lamenti, possiamo davvero cambiare in meglio il nostro Paese. La paura è tanta, sarei un ipocrita ad affermare il contrario, ma non deve mai e poi mai bloccarci le gambe”.



I promotori dell’iniziativa

Si è presentato così, dimostrando fin da subito grande spontaneità e uno spiccato senso dell’umorismo, Paolo Borrometi, giornalista classe 1983 fondatore della testata online “La Spia”, intervenuto nella mattinata di oggi, sabato 10 marzo, presso la Sala Don Ticozzi di Lecco per un incontro-testimonianza alle scuole cittadine a cura del Centro Promozione Legalità, che ha ottenuto il patrocinio del Comune e della Provincia di Lecco, nonché di “Libera”, di Regione Lombardia e dell’Ufficio Scolastico Provinciale.



Paolo Borrometi

Dal 23 agosto 2014, Paolo vive sotto scorta: la sua attuale esistenza è il risultato delle sue inchieste, di un capillare lavoro di denuncia – attraverso la scrittura – della presenza della mafia nella sua terra, in quella terra tanto amata che non vede da quasi quattro anni. Il 16 aprile 2014, in 30 interminabili secondi, la sua vita è infatti cambiata per sempre, per mano di due uomini a volto coperto che lo hanno aggredito mentre era impegnato a dare da mangiare al suo cane. “Non ti sei fatto i cazzi tuoi e questa è solo la prima”: queste le parole che il giornalista si è sentito rivolgere mentre giaceva a terra, con una spalla fratturata in tre diversi punti e contusioni in tutto il resto del corpo, quasi incapace di capire se fosse ancora vivo. Su di lui, al momento, pendono cinque condanne a morte da parte di altrettanti clan.



Sulla sinistra la Prof. Valeria Cattaneo (Istituto Bertacchi), referente del Centro Promozione Legalità

“A quel punto mi sono davvero chiesto che cosa fosse meglio fare” ha raccontato Borrometi. “Le mie prime inchieste – per le quali, nel frattempo, ero stato messo alla porta dal giornale per cui lavoravo – avevano già consentito di avviare alcune importanti indagini, quindi avrei anche potuto fermarmi. Ma perché non andare avanti, continuare a fare il mio dovere? È vero, adesso non ho più la mia completa libertà fisica, ma almeno ho ancora quella di pensiero e di parola: in molti mi dicono che “me la sto cercando”, ma come potrei fare finta di niente? Rifarei tutto quello che ho fatto, magari soltanto con un pizzico di responsabilità in più, ma d’altronde ero ancora piuttosto giovane. Da cittadino, e ancor di più da siciliano, non potrei mai rinunciare alla lotta contro la mafia, perché altrimenti diventerei schiavo: sono ancora coinvolto in 11 processi e ogni giorno ricevo decine di intimidazioni, in forme sempre diverse. Ma io sono Paolo Borrometi, sono le mie inchieste, non le mie minacce: sono un giornalista che vuole continuare a fare il proprio dovere”.

Rispondendo alle tante domande dei ragazzi presenti in Sala Don Ticozzi, l’ospite di giornata ha poi ripercorso le sue prime inchieste, risalenti al 2013: la cornice era quella di Scicli, la splendida località sul mare, in Provincia di Ragusa, che fa da sfondo anche alle celeberrime vicende del Commissario Montalbano. Luoghi in cui, secondo l’opinione corrente, “la mafia non esiste”.



In prima fila il sindaco Virginio Brivio e il consigliere comunale Roberto Nigriello

“Inizialmente avevo raccontato di un clan di netturbini che si era impadronito di tutti i mezzi di pulizia di proprietà comunale, depositati presso la casa del boss” ha ricordato Borrometi, laureato in Giurisprudenza. “Il loro obiettivo era quello di condizionare la vita di chi voleva soltanto lavorare, utilizzando come mezzo la loro forza di intimidazione. Il mio secondo filone di inchieste, invece, era incentrato sulla richiesta di aiuto di una madre, alla ricerca di giustizia per il figlio ucciso dalla mafia qualche mese prima, a soli 23 anni. Da allora ho cominciato a trovare la mia auto rigata, spesso con un “Stai attento” scritto sulla fiancata; poi, ecco le prime lettere di minaccia, ecco le buste contenenti proiettili. “Che sarà mai” – pensavo – “Magari qualcuno mi sta suggerendo di entrare nell’industria bellica…”. Evidentemente non era così, tanto che il 23 agosto 2014, pochi mesi dopo la brutale aggressione subita in campagna, mi sono ritrovato sotto scorta”.


Ma com’è, ora, la vita quotidiana di Paolo? “Come fai, per esempio – ha chiesto Martino – a corteggiare una ragazza, se sei circondato 24 ore su 24 da cinque o sei uomini?”.

“Beh ammetto che non è facile, soprattutto se il tuo capo-scorta è più bello di te” ha ammesso con un sorriso divertito il giornalista, suscitando l’ilarità di tutti i giovani studenti. “A parte gli scherzi, io non sono uno che fa drammi, anche se non posso più andare al cinema o a un concerto, anche se non torno nella mia Sicilia da più di tre anni. So che, in un modo nell’altro, riuscirò anche a trovare la mia anima gemella, a condividere con lei – e con i miei amici della scorta, ai quali va la mia più sincera solidarietà – una semplice cena in riva al mare. A volte lo sconforto rischia di prendere il sopravvento, ma sono convinto che ne vale sempre la pena, che la paura non deve mai vincere. Per me sarebbe impensabile comportarmi in una maniera diversa da questa”.



Prima a sinistra il Capo di Gabinetto di Lecco dott.ssa Marcella Nicoletti

Riprendendo le parole del Capo di Gabinetto dott.ssa Marcella Nicoletti e del sindaco di Lecco Virginio Brivio, che hanno aperto l’incontro in Sala Don Ticozzi, Paolo Borrometi ha poi rivolto un accorato invito a tutti i ragazzi presenti.

“La responsabilità di testimoniare la legalità e di lottare contro la criminalità organizzata è di ognuno di noi, non soltanto di poche persone” ha affermato con forza, quasi gridando, il giornalista. “La mafia teme di più la scuola della giustizia, così come l’illegalità teme di più i gesti quotidiani di tanti giovani come voi rispetto all’eroismo di un mucchietto di cittadini che agiscono da soli. Noi crediamo in voi non perché siete il futuro, questa è una cazzata, ma perché siete il presente e avete la possibilità di cambiare le cose fin da ora, senza aspettare, stimolando anche noi adulti a farlo, magari con qualche calcio negli stinchi, che ogni tanto ci meritiamo”.



Sulla destra, in prima fila, il consigliere provinciale con delega alla scuola Marinella Maldini

La giornata a Lecco di Paolo Borrometi si è conclusa con un pranzo da “Fiore-Cucina in libertà”, bene-simbolo della lotta alla criminalità organizzata in città, restituito alla collettività grazie all’impegno di tanti uomini e donne delle Forze di Polizia come il Colonnello Antonio Mulargia, anch’egli presente in Sala Don Ticozzi. Nelle prime ore della mattinata, il giornalista aveva invece fatto tappa a Pescarenico, per visitare lo Spazio “Il Giglio”, anch’esso confiscato alla mafia e oggi centro di attività e incontro per ragazzi e anziani. Tutto ciò nel ricordo di Paolo Cereda, referente provinciale di “Libera”, scomparso lo scorso settembre a soli 54 anni. A rappresentare il Coordinamento Locale dell'Associazione e illustrarne genesi e finalità, quest'oggi, è stato il giovane Stefano Vassena, neo laureato proprio con una tesi sulle vicende dell'ex "Wall Street" (oggi Pizzeria "Fiore"), peraltro discussa con Fernando (Nando) Dalla Chiesa.
B.P.
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