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Scritto Martedì 13 marzo 2018 alle 17:10

La Provincia vegeta, non copre le buche e la campagna elettorale se l'è dimenticata

Marco Calvetti
C'è una parola che non ha trovato cittadinanza nella campagna elettorale: è la Provincia. Solo un inverno fa i problemi legati al cosidetto ente intermedio erano pane quotidiano e, a giorni alterni, occupavano i titoli dei media. La mancata sepoltura, seguita alla bocciatura del referendum istituzionale, ha fatto resuscitare un organismo che ora sopravvive, o meglio vegeta. Dalle scuole fatiscenti, al riscaldamento, dalle strade ai ponti, e giù giù fino agli spiccioli per la cancelleria era tutto una giostra di penuria e di carestia. Per tacere dei quasi trecento dipendenti, più o meno giovani più o meno forti, che hanno rischiato e forse ancora rischiano di essere deportati nel campo degli esodati. Una tipica abitudine italiana, della sfera pubblica intendo, che sa trasformare il provvisorio in permanente e la Provincia fatiscente, inutile e improduttiva resiste a dispetto dei santi. E di quei fanti che, a titolo gratuito, si impegnano ad amministrarla in cambio di un' eco di insulti e di accuse. Possibile che nessun candidato si sia intestato questo capitolo che a Lecco ha più  senso che altrove. Non in virtù di radici lontane, tipo Sondrio per capirci, ma proprio perché è nata sull'onda di una legittima ambizione autonomista ed è approdata a una “targa” grazie a una spinta democratica e istituzionale, corroborata da un'opinione pubblica sapientemente coltivata.
A parte il voto favorevole dei novanta comuni del territorio tranne Viganò, basti citare il consenso unanime del consiglio provinciale di Como che approvò la perdita della sua costola lecchese.
Io credo che questa sia materia trasversale e che quando mi riferisco a una lobby degli eletti, a Milano e a Roma, penso ad argomenti di questa natura e caratura in grado di dimostrare che i voti non si conquistano solo con la flat tax al 15% o con il reddito di cittadinanza che ha ingolosito e catturato l'elettorato del sud.
Il mio pallino è che le politiche nazionali e regionali non stiano in piedi senza il contributo diretto degli enti locali, dei Comuni in prima fila, dei sindaci che devono mostrare coraggio e amministrare giorno per giorno, al di là della scena o meglio sceneggiata romana.
Si badi bene, nessuna apologia della Provincia che ancora vive di alcuni reperti della legge del 1935 e che nonostante i cambiamenti in corso non è in grado di interpretare le profonde metamorfosi del nostro tempo. E forse neanche di riparare le buche nelle strade che stanno emergendo in queste ore dopo la gelata polare.
Marco Calvetti
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