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Scritto Sabato 14 aprile 2018 alle 08:58

Lecco: quando il Caleotto era aperta campagna e vide crescere un tale Alessandro

Chi oggi passa dall'incrocio tra via Adamello e via Fiandra si trova imbottigliato nel traffico, circondato da vecchi complessi industriali, nuovi centri commerciali (Le Meridiane), istituti scolastici, in un turbinio di auto, motorini, clacson, precedenze, studenti che attraversano con le cuffie nelle orecchie e lavoratori annoiati bloccati in coda.
E' l'esatto opposto di quello che avrebbe visto 2 secoli e mezzo fa il piccolo Alessandro Manzoni aprendo le finestre della sua Villa del Caleotto: una grande distesa di prati, campi e vigne, piccoli borghi isolati in lontananza, il profumo della vita contadina. La dimora era il centro di una vasta tenuta agricola coltivata a vite e a gelso e probabilmente furono i contadini che curavano i fondi a trasmettere ad Alessandro la passione per la coltivazione delle erbe e dei fiori. Proprio nel parco del Caleotto Manzoni provò innesti e sperimentò la coltivazione di piante esotiche, come il caffè.

Davvero un altro mondo, cancellato nel giro di 200 anni dall'industrializzazione, dal cemento, dall'espansione urbanistica.
A ricostruire il territorio lecchese ai tempi del Manzoni ci ha pensato lo studioso Gianfranco Scotti che venerdì sera ha tenuto un'interessante lectio ospite del "Centro Culturale San Nicolò", alla presenza di un centinaio di lecchesi. Ed è già questa una notizia: vedere il salone Papa Giovanni in via San Nicolò fare il tutto esaurito in un venerdì sera per parlare di Manzoni e di Lecco è stato sorprendente, "un vero e proprio miracolo" ha scherzato lo stesso prevosto mons. Franco Cecchin.

Ugo Baglivo, Monsignor Franco Cecchin e Gianfranco Scotti

Com'era dunque il Caleotto nel 1785, quando venne al mondo il piccolo Alessandro (seppur nacque non ai piedi del Resegone ma a quelli della Madonnina, in via San Damiano a Milano)?
"Il  palazzo della famiglia Manzoni -  il "paterno ostello" di Alessandro per dirla alla Leopardi - a quei tempi era un luogo isolato, fuori dal borgo ed immerso in aperta campagna. La proprietà arrivava fino quasi a Pescarenico ed a Sant'Ambrogio. La Villa si trova in cima ad un rilievo, oggi difficile da scorgere a causa della costruzione del Don Guanella e di via Amendola, che ovviamente al tempo non esisteva. Era dunque isolata. Dall'altura si poteva vedere un bellissimo panorama: il Resegone, l'Adda, Pescarenico, Acquate, il borgo di Lecco, tutti quei luoghi che non a caso poi descriverà nel suo capolavoro. Si sentiva lo scorrere delle limpide - almeno un tempo - acque del torrente Caldone" ha spiegato Scotti.
E non a caso, nelle prime versioni dei Promessi Sposi, Manzoni lo definì un panorama tra i più belli al mondo.
"Alessandro si divertiva a giocare con un suo amico d'infanzia che di nome faceva Giuseppe Bovara...". Lecco dunque è stata il luogo della giovinezza. Ma per Manzoni l'infanzia non fu affatto facile.

Alessandro Manzoni

Giulia Beccaria con il piccolo Alessandro

"L'ipotesi che fosse il figlio illegittimo di Giovanni Verri è avallata da diverse "coincidenze", ad esempio entrambi erano balbuzienti e nei quadri si ravvisano sostanziali somiglianze. Alessandro dovette crescere ascoltando le critiche rivolte alla madre, che lo aveva abbandonato per scappare a Parigi con Carlo Imbonati. Giulia Beccaria si sentiva infatti chiusa a Villa Manzoni, sorvegliata dai parenti, in una casa isolata e lontana dal centro, era una donna che aveva voglia di assaporare una vita. Il piccolo Alessandro dunque venne lasciato dalla madre e dovette rimanere con l'anziano padre, trascorrendo molti periodo in collegio" ha continuato Scotti. "Da adulto, anche per questo, soffrì di ansie e nevrosi, non sapeva difendersi dall'invadenza del mondo. L'infanzia a Villa Manzoni si legò anche al ricordo di quell'abbandono che lasciò ferite non rimarginabili nel suo animo". E' dunque un legame particolare quello che il Manzoni visse con Lecco, casa dell'infanzia immersa in una campagna idilliaca - dove scrisse le prime rime giovanili - ma anche ambientazione di duri episodi della sua vita.
Nel 1818 vendette l'edificio e tutti i beni lecchesi a Giuseppe Scola per trasferirsi a Brusuglio (Cormano), La Villa visse altre storie, tutt'intorno crebbe una città industriale ed operosa, le fabbriche la circondarono, il parco venne smembrato.
Ma, nonostante le contraddizioni, Manzoni lasciò a Lecco il suo regalo più grande: ne portò il nome in tutta Italia, caricandolo sulle spalle di due giovani contadinotti lombardi che non volevano fare altro che sposarsi...
P.V.
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