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Scritto Sabato 14 aprile 2018 alle 11:23

Malgrate: gli studenti incontrano 3 detenuti nel carcere di Bollate

Si è svolto nel corso della mattinata di mercoledì 11 aprile, presso le scuole medie “Aldo Moro” di Malgrate, l’incontro inerente al progetto “Crescere ad arte nella legalità. Un ponte tra carcere e scuola” ideato dall’arte-terapeuta e artista malgratese Luisa Colombo e finanziato dal Centro Studi Parlamento della Legalità, sezione di Milano (guidata da Umberto De Matteis). Durante l'evento, tre detenuti in articolo 21 del penitenziario di Bollate - Domenico, Mauro e Salvatore - hanno dialogato con i ragazzi della classe II^B, rispondendo alle loro domande e curiosità sulla vita dietro le sbarre. Gli studenti sono stati accompagnati in un viaggio virtuale all’interno di un universo a loro sconosciuto, quello del carcere, grazie al docufilm “Il cielo dietro le sbarre”, realizzato dalla regista lecchese della RAI Paola Nessi insieme al giornalista Paolo Aleotti e ad alcuni detenuti di Bollate, ed in modo particolare grazie alle testimonianze che i presenti hanno portato ai giovani.


Molti gli argomenti al centro della discussione, soprattutto quelli che meglio rispondevano alle loro tante domande, tra cui: “Come si vive in carcere? Cosa fate tutto il giorno? Siete pentiti di quello che avete fatto? Credete in Dio? Vi mancano i vostri cari?”. Tra tutte queste curiosità, circondato da un grande alone di interesse che traspariva degli sguardi dei ragazzini e dall’attenzione con cui ascoltavano gli ospiti, l'interrogativo che sempre emerge su tutti, durante questi incontri: “Perché siete in carcere, cosa avete fatto?“. I tre detenuti hanno risposto senza nascondere l’emozione - scaturita dal ripercorrere gli eventi e le situazioni che hanno compromesso non solo la loro esistenza, ma anche quella delle loro famiglie - e lo hanno fatto con delicatezza e riguardo alla giovane età del loro pubblico. Hanno raccontato quale fosse la vera realtà della vita in carcere, rivelando anche alcuni aspetti di cui raramente la gente comune è a conoscenza: ad esempio il fatto che per stare in carcere si debba pagare, che non si possa fare ciò che si vuole e che ci sono molte regole da rispettare.


Al dialogo hanno partecipato attivamente anche i docenti presenti e con il loro supporto si sono affrontate tematiche legate alle dipendenze, al bullismo, al cyber-bullismo e alla violenza di genere, senza entrare nello specifico di ogni argomento, ma ricordando che tutte queste  situazioni molto delicate possono sfociare in reati gravi, per cui poi si deve pagare. Sono stati quindi illustrati agli studenti i motivi per cui vengono attivati i percorsi di recupero e di rieducazione e quali sono le loro finalità e i loro obiettivi, rivolgendo una particolare attenzione ai punti cardine di ciò che regola la convivenza civile, ovvero il rispetto verso se stessi e verso gli altri, l’educazione e l’importanza del saper stringere relazioni reali, vere, di cui bisogna prendersi cura ed avere attenzione. Ai giovani uditori è stato chiesto, in ultimo, di divenire anch’essi, insieme ai tanti altri studenti che in questi anni hanno aderito al progetto, "mattoncini" che creano e rinsaldano sempre più questo ponte che mette in relazione due istituzioni solo in apparenza molto distanti: la scuola e il carcere.

“L’impatto emotivo delle storie di queste persone, degli errori commessi, delle pene in corso diviene quindi un monito che, più di molti altri, instilla nell’animo e nella mente dei giovani un seme di conoscenza, di ciò che è bene e di ciò che è male, di ciò che accade realmente quando si trasgredisce e si infrange la legge" ha commentato Luisa Colombo. "Nessuno meglio di queste persone, di detenuti preparati, consapevoli delle scelte fatte e degli errori commessi, può aiutare questi ragazzi a non incorrere nei loro stessi sbagli, accompagnandoli in un percorso di prevenzione ormai consolidato e collaudato, che da anni sta riscuotendo parecchio successo, sia come attività di prevenzione nelle scuole, che come approccio al periodo riparativo in carcere”.
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