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Scritto Sabato 21 aprile 2018 alle 18:46

Governo: la partita è sospesa

Enrico Magni
Sono passati ormai una cinquantina di giorni dal voto del quattro marzo ma nulla di nuovo è apparso sulla scena; anzi, si forse è ricomparso il gattopardismo di storica memoria esteso per tutta la penisola.
Svoltata la curva della sbornia ritualistica di chi ha perso e di chi ha vinto, di chi strilla: “Io governo perché ho il trentatré per cento”; “sono la coalizione maggioritaria”; “sto all'opposizione perché ho perso”, come bambini viziati che strillano per dire che il loro gelato di panna o alla mandorla è il migliore, si è sciolta come neve al sole.
Gli unici che strillano, si agitano e commentano sono i vari giornalisti delle varie televisioni disseminate come formiche lavoratrici.
La cosa più assordante però è la mancanza di un'analisi politica da parte delle forze politiche, si fa per dire, di come mai abbiano vinto o perso.
All'infuori delle solite statistiche demoscopiche, dei fari istituti di ricerca, che fanno almeno lavorare qualche studente di statistica o ricercatore in affanno, non c'è ancora, da parte dei soggetti interessanti un briciolo di approfondimento.
Il voto espresso rappresenta una richiesta di un ‘qualcosa’ che smuova la situazione attuale.
Basta fare un giro in Europa per accorgersi che, per strani e strutturali aspetti, questa penisola è in ritardo su le infrastrutture viarie, sul piano urbanistico, sul rinnovo delle strutture scolastiche, sulla gestione dei beni culturali, industriali, è in ritardo su tutto. E' come se fosse in uno stato di torpore, eppure la crisi economica e sociale del 2008 ha coinvolto anche gli altri territori; c'è qualcosa che coinvolge più in profondità la specificità della penisola.
Non è un caso che anche la 'grande nazionale di calcio' sia esclusa dai mondiali e fatica a pareggiare una partita anche con una squadretta dell’oratorio. E' la rappresentazione plastica della fatica, dell'affanno, di non trovare il gol. Cambiano gli allenatori, i giocatori, eppure il risultato non c'è, l'impostazione del gioco, anche se cambia la formula, è sempre quella, non porta risultato. Lo stesso contropiede, che per anni è stato il grimaldello di tante vittorie, non è più giocato, anzi si è perso in fondo al campo.
Non c'è un gioco nuovo.
Nel seguire la crisi attuale per la formazione del nuovo Governo si assiste a un rito vecchio e mimetico. Sono cambiati i volti, gli schieramenti, i linguaggi si sono conformati al bar dell'angolo di casa o quello vicino all'ombrellone della signora accanto; i corazzieri sono sempre belli, alti e splendenti, le uniformi stirate e i consiglieri del Presidente sono curvi, taciturni e smorti, come se fossero fantasmi di un quadro di Previati, o, per non dire, di un corridoio di un vecchio sbiadito sanatorio di un racconto di Berto.
Al posto delle vecchie apparenze, che salivano quei corridoi e raggiungevano il microfono incurvati e pensanti, dietro al lungo bancone delle feste degli alpini, scorrono volti di giovani uomini con denti ben curati, sguardi sicuri, accompagnati da altre giovani figure.
L'unica anomalia della giovinezza cronologica è rappresentata da un vecchio signore che si ritiene il più giovane, il più acuto politico, meglio, come dice l'illustrissimo, non politico e si comporta come un giullare di corte per carpire su di sé, sul suo corpo e volto mascherato, l'attenzione delle telecamere. Il nobile giullare però deforma il rappresentato già decadente.
Tutti gli astanti, come quelli della curva sud o nord, aspettano la parola parlata della risoluzione, dell'accordo, dell'avvio. Le tifoserie restano deluse, però sono sempre speranzose.
Il bambino cacciato dal tempio, in un angolo, con il suo giocattolino Leopolda, si diverte, è contento, dentro di sé è convinto di essere sempre il migliore: poverino è ancora preso dal complesso. Si gratta le sue cose, il sogghigno aumenta, aspetta che qualcuno l'ossequi per uscire dall'angolo accanto alla panchina. Il nuovo capitano di squadra del leopoldino, deve avere preso qualche pedata negli stinchi, fatica a balbettare qualcosa di suo, teme di prendere dei ceffoni da qualche amico accanto, ancora affezionato al piccolo leopoldino.
La partita è sospesa. Giornata di riposo.
Dr. Enrico Magni
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