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Scritto Sabato 12 maggio 2018 alle 09:02

Valgreghentino: Rostand, Yannick e Aboubakar raccontano il loro viaggio 'Verso l'Altro(ve)'

“Marenostro ascolta ti prego, questa notte porta pazienza, c’è una barca in mezzo alle onde, è una barca che porta speranza. Marenostro guardali bene, sotto i piedi portano il mondo, e negli occhi chissà quanta cenere, quante lacrime hanno sepolto”. Basterebbero queste parole - intonate al termine della serata di giovedì presso la biblioteca civica di Valgreghentino - per descrivere il viaggio intriso di tragicità e speranza delle centinaia di richiedenti asilo diretti sulla Penisola, eppure i promotori del mini-ciclo intitolato “Verso l’Altro(ve)” hanno voluto fare anche di più: a raccontare alla folta platea valgreghentinese con parole e sguardi l’Odissea fino all’Italia sono stati infatti Rostand, Yannick e Aboubakar, tre giovani richiedenti asilo attualmente ospiti del Centro di Accoglienza Straordinaria (CAS) di Airuno.



Aboubakar Jobe, dal Gambia, Nepigan Rostand Armel e Djankou Yannick Clerc, entrambi dal Camerun

Ad inaugurare il giro di testimonianze è stato il sorriso contagioso di Djankou Yannick Clerc, che è perdurato per tutto il suo racconto dal nord del Camerun fino allo sbarco sulle rive palermitane senza mai spegnersi, nemmeno durante la descrizione dell’estenuante camminata a digiuno nel deserto, la lunga malattia protratta per tre mesi e da ultima la prigionia ad opera di alcuni aguzzini in Libia. “Questo viaggio non è un problema di soldi, ma di fortuna” ha ammesso ricordando la barca di plastica che l’ha condotto fino alle coste italiane, lasciandosi alle spalle sia il fantasma delle torture sia, purtroppo, la vita di numerosi compagni di (dis)avventura.



Da sinistra Aboubakar Jobe, Nepigan Rostand Armel, Djankou Yannick Clerc, Fabiola Lopez, Laura Longo, Maria Vittoria Sala, la dottoressa Giovanna Scaccabarozzi e l’assessore Matteo Colombo

La sofferenza di un carcere ingiusto è anche nella storia di Nepigan Rostand Armel, suo connazionale, che come Yannik ha lasciato il Camerun per iniziare una nuova vita: appena giunto in Libia è infatti stato rapito e rinchiuso per mesi in una stanzetta isolata insieme ad altri ragazzi, mentre quotidianamente i suoi torturatori tentavano di estorcergli denaro che non possedeva. Per Rostand la salvezza è stata rappresentata dall’aiuto disinteressato di un uomo che l’ha liberato dalla prigione, accogliendolo a vivere con sé e indirizzandolo verso la meta del suo viaggio, quell’Italia in cui risiede ormai da quasi un anno.


A parlare per Aboubakar Jobe sono stati invece l’entusiasmo e la lingua sciolta dei suoi 19 anni, forse un’età ancora acerba, ma sicuramente sufficiente per abbandonare la sua casa in Gambia – priva di radici familiari – e prendere il largo via mare: dopo una disperata fuga, anche in questo caso, da una situazione di prigionia, Aboubakar è approdato a Catania, raggiungendo poi il lecchese e coronando così il suo desiderio più grande, quello di poter studiare. Ad accomunare le intense storie dei tre ragazzi ora è il CAS di Airuno, gestito dalla Cooperativa Tre Fontane e divenuto una nuova casa non solo per Rostand, Yannick e Aboubakar ma anche per altri 70 richiedenti asilo in attesa – in caso di esito positivo - di ottenere dalla Prefettura lo status di rifugiati, una protezione sussidiaria o una umanitaria.


Tra le quattro “mura domestiche” i giovani migranti hanno così trovato anche una nuova famiglia, composta da Fabiola Lopez, Maria Vittoria Sala e Laura Longo, rispettivamente direttrice, mediatrice culturale e assistente sociale del Centro. Insieme a loro anche tante altre figure professionali, la cui collaborazione sinergica consente la riuscita dell’impresa di integrazione: tra di loro diversi psicologi, una maestra di italiano che si occupa di 20 ore settimanali di insegnamento, un’informatrice legale che gestisce l’iter burocratico e addirittura un’arte-terapeuta capace di “far riemergere nei ragazzi storie che senza l’arte rimarrebbero silenziose”. Dalla partecipazione al Carnevalone lecchese fino ai diversi tornei di calcio con gli altri Centri della zona di Lecco, i richiedenti asilo di Airuno hanno così iniziato a ricostruirsi la propria normalità, dedicandosi al volontariato, alle attività di divulgazione nelle scuole e alla difficile ricerca di un’occupazione fissa affiancati dai professionisti che li seguono giornalmente e che, più di tutti, comprendono l’importanza di questa missione.


“Nel 2017 in Europa sono arrivati 171.332 migranti via mare, provenienti soprattutto da Nigeria, Guinea, costa d'Avorio e Bangladesh. Ma nonostante queste cifre i richiedenti asilo in Italia corrispondono solo al 5% di tutti gli stranieri presenti sul territorio, statistica che smentisce così l’ormai nota leggenda dell'invasione” ha raccontato la mediatrice Maria Vittoria Sala, ponendo poi al pubblico un veloce quiz sui “numeri” dell’Africa. Il risultato? 54 Stati ufficiali, una quantità incalcolabile di popolazioni diverse, più di 1500 lingue parlate (di cui 200 solo in Nigeria) e tre religioni affermate: cristianesimo, islam (praticato solo da 1/3 della popolazione) e culti animisti. Ben lontano da quanto gli spettatori valgreghentinesi avessero ipotizzato, ma sicuramente specchio di un’inconsapevolezza che non viaggia solo dall’Italia all’Africa, ma anche nella direzione opposta. “L’Europa a casa nostra è vista come un paradiso - hanno infatti ammesso i migranti – e anche se proviamo a raccontare ai nostri amici e parenti in Africa che in realtà non è sempre così, non riescono a crederci”. Da tutt’altra parte però le condizioni di vita sono tragicamente chiare a chiunque: in Libia infatti l’assenza di un governo stabile e la lotta al potere delle varie tribù hanno creato quelli che la dottoressa Giovanna Scaccabarozzi – medico valgreghentinese attualmente impegnata in Sierra Leone per interventi umanitari - ha definito dei veri e propri “campi di concentramento”.



“Il mio attaccamento all’Africa deriva dal fatto che sono convinta che le cose vadano cambiate giù, eppure dire che queste persone vanno aiutate a casa loro è uno slogan pessimo se messo in bocca alla persona sbagliata” ha chiosato la dottoressa, raccontando lo scenario di povertà e miseria in cui spesso si trova ad agire, per poi passare alla descrizione dell’altra faccia della medaglia della storia dei migranti. “La mia esperienza in Africa è stata affiancata anche da una in mare: per otto mesi ho avuto la possibilità di fare un’esperienza umana incredibile sostituendo un collega su una nave di soccorso, assistendo ad eventi di grandi speranze ma anche al racconto di esperienze che non sembrano nemmeno umanamente possibili” ha poi proseguito citando il ricordo dei numeri di telefono scarabocchiati dai migranti sui jeans, le ustioni fisiche dovute all’acqua salata mischiata a benzina sul fondo dei barconi, ma anche delle tante “prime notti” dei salvati che – al sicuro a bordo della nave – riuscivano dopo tempo immemore ad addormentarsi serenamente. Anche per Rostand, Yannick e Aboubakar resta la memoria di quella notte, nonostante ora a costellare i loro ricordi ci sia molto altro: i corsi di mediazione, i pranzi comunitari, il lavoro con le diverse associazioni del territorio, la musica, la lettura, i primi esami. Tutti e tre parlano con gioia e riconoscenza, ma quando dal pubblico si chiede loro se rifarebbero questo viaggio scuotono la testa risoluti, a dimostrazione di come le vecchie ferite si siano rimarginate ma non ancora cicatrizzate. Eppure, messo faticosamente da parte il dolore, quello che rimane una volta abbandonato quel barcone è la speranza dell’Italia e il desiderio di restare: "qui abbiamo trovato quello che cercavamo: sicurezza, protezione e libertà".
F.A.
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