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Scritto Mercoledì 11 luglio 2018 alle 18:47

Abbadia: non si era accorta di aver atterrato una ciclista in '36', assolta dal giudice

Era accusata di aver causato un sinistro stradale, atterrando una ciclista e scappando poi senza prestare soccorso. Nella tarda mattinata odierna il giudice monocratico Nora Lisa Passoni, senza nemmeno ritirarsi in camera di consiglio, scrivendo il dispositivo della sentenza direttamente in Aula all’esito dell’istruttoria dibattimentale, ha assolto “perché il fatto non costituisce reato” una donna di mezza età, presente personalmente al suo cospetto. L’episodio a cui faceva riferimento il capo d’imputazione risale al 10 settembre 2016. Secondo la ricostruzione resa in Tribunale da un automobilista in transito, quel pomeriggio, lungo la ss36, una Golf Bianca che precedeva dinnanzi a lui, all’imbocco della prima piccola galleria che si affronta salendo da Lecco verso Abbadia, avrebbe urtato con lo specchietto di destra una donna in sella alla propria bicicletta, facendola “rimbalzare contro la parete rocciosa”, per poi cadere nuovamente sulla strada. Il soggetto al volante della Volkswagen – con l’utilitaria resa “riconoscibile” dalla presenza di alcuni adesivi incollati sul fascione posteriore – avrebbe tirato diritto, non fermandosi per accertarsi delle condizioni della vittima, una signora polacca poi presa in carico dai sanitari del 118 e trasferita in ospedale dove le è stata attribuita, per le escoriazioni rimediate, una prognosi di 10 giorni. All’individuazione dell’odierna imputata, come spiegato da due agenti della Polstrada di Bellano intervenuti in loco, si è arrivati poi “incrociando” i riscontri degli occhi elettronici che sorvegliano il territorio. In particolare il transito della Golf sarebbe stato “notato” dalle telecamere a Civate e a seguire ad Abbadia, nella galleria Borbino, poco distante dalla “Betulle”, teatro dell’accaduto, luogo dove pur essendoci una banchina di soli 30 centimetri, i velocipedi sono autorizzati a circolare.
“Andavo pianissimo” ha detto, rendendo esame, l’imputata, assistita dall’avvocato Davide Minervini. “Non mi sono accorta di nulla” ha aggiunto, spiegando di aver raggiunto il supermercato di Fuentes dove la attendeva il suo compagno, di aver fatto tranquillamente la spesa con lui e, dopo aver messo la macchina nel box, aver trascorso due giorni in montagna prima di venir rintracciata dai Carabinieri che le hanno chiesto di poter visionare l’autovettura a lei intestata per accertamenti in relazione ai fatti in contestazione. Ricordando, di aver forse visto la bici ma di non aver sentito alcun colpo, pur avendo perso nell’impatto la calotta dello specchietto, la donna ha ricordato come quel giorno splendesse il sole, avesse l’aria condizionata “a manetta” e di essere stata abbagliata imboccando la galleria. “Io i limiti li rispetto sempre” ha altresì aggiunto, sostenendo di essere solita fermarsi “anche se vedo un topo per strada” e di non essere mai stata coinvolta in sinistri o aver ricevuto multe.
“Sono rimasta sotto shock quando ho saputo cosa mi veniva contestato. Non potevo capacitarmi di aver fatto male a una persona” ha inoltre asserito, spiegando al giudice di essersi messa in contatto con la straniera ma di non essere riuscita a ottenere il suo perdono in quanto in partenza per l’estero e dunque non intenzionata a interloquire con lei.
Una versione, quella resa dalla conduce, che non ha convinto il viceprocuratore onorario Pietro Bassi che ripercorrendo l’accaduto, ha chiesto la condanna della donna a un anno e 4 mesi, per riconoscendo alla stessa le attenuanti generiche. Di diverso avviso l’avvocato Minervini che si è battuto per l’assoluzione, ottenendola.
A.M.
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