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Scritto Lunedì 13 agosto 2018 alle 08:53

Specializzandi da Pakistan e India in coda per venire a Lecco per imparare la tecnica ortopedica 'importata' da un alpinista

Al centro Carlo Mauri che fuma una sigaretta direttamente in sala operatoria con
il dottor Ilizarov (sulla sinistra) che gli ha appena applicato il fissatore da lui "brevettato"
Lunedì scorso, 6 agosto 2018, Aloisio Bonfanti ha ricordato sulle pagine di questo giornale il sessantesimo anniversario della conquista del Gasherbrum IV, narrando così nuovamente una delle imprese più celebri "firmate" da Carlo Mauri. A Bigio, come nel mondo dell'alpinismo locale veniva chiamato, qualche mese fa il "Giornale Italiano di Ortopedia e Traumatologia" ha dedicato - grazie all'avvincente esposizione del dottor Nunzio Spina di Macerata - un ampio servizio, nella sezione riservata alla storia della disciplina medica. "Carlo Mauri alla scoperta di Ilizarov: il felice incontro voluto dal destino!" è il titolo della pubblicazione che, pur lunga, senza annoiare ma tutt'altro da leggere tutta d'un fiato (per farlo, CLICCA QUI), racconta come il nome del Ragno lecchese, venuto al mondo a Rancio il 25 marzo 1930, si leghi indissolubilmente a quello del medico di origini ebree, destinato dal governo sovietico ad esercitare a Kurgon, nella gelida Siberia, Gavrijl Abramovich Elizarov, diventato Ilizarov per un errore di trascrizione dell'atto di nascita, il 15 giugno 1921. E di come per volontà del primo, la tecnica sviluppata dal secondo sia arrivata fino a Lecco, radicandosi tra le mura del vecchio e del nuovo ospedale Manzoni, tema di questo scritto, che introduciamo prendendo il presto "abstract" del pezzo, decisamente più "poetico" - per certi aspetti - del dottor Spina.

"La mia gamba resti pure martoriata e menomata; peggio per lei, io vado in montagna e lei deve seguirmi". Se Carlo Mauri, noto alpinista ed esploratore di Lecco, non avesse avuto questa dichiarata tenacia - diremmo quasi sfrontatezza - di rincorrere al di là di ogni ostacolo la sua passione e il suo istinto d'avventura, la metodica di Ilizarov sarebbe arrivata chissà quando nelle nostre sale operatorie, blindata com'era nella Russia del regime comunista. E, soprattutto, l'ortopedia italiana non avrebbe avuto quel ruolo di preminenza sul piano divulgativo che buona parte del mondo occidentale ha dovuto riconoscerle. Un paziente illustre, come tanti nella storia. Ma la sua, di storia, ha veramente avuto qualcosa di straordinario, che lo ha trasformato da personaggio a protagonista. La tenacia di non fermarsi, il desiderio mai appagato di conoscere, il coraggio di affidare quella gamba martoriata (ormai da vent'anni quasi) a un ignoto chirurgo confinato nella Siberia. E poi il bisogno di trasmettere agli altri la sua felice esperienza, l'impegno nel coinvolgere la classe medica, la convinzione che quella metodica avrebbe potuto salvarne tanti di arti, oltre al suo. Insomma artefice, per certi versi, del proprio e dell'altrui destino.

Il dottor Francesco Guerreschi e il dottor Piero Poli, primario di Ortopedia
Sono 250 i pazienti che oggigiorno, a Lecco, ogni anno, beneficiano della testardaggine di Mauri e dell'ingegnoso sistema di fissatori esterni e tiranti pensato da Ilizarov, presso quello che a tutti gli effetti è il Centro di riferimento a livello italiano per questa metodica, basata sulla capacità atavica dell'osso di autorigenerarsi e sull'intuizione in base alla quale, mettendo il sistema scheletrico in una posizione biomeccanicamente favorevole e interrompendo in maniera ottimane l'osso stesso, fornendogli determinati stimoli è possibile guidarlo nella sua rinascita. Si allungano così gambe una più corta dell'altra, si raddrizzano arti curvati in maniera innaturale, si garantisce una vita "in verticale" a chi spesso parrebbe destinato a non potersi reggere sui propri piedi. E si realizzano anche - ma decisamente marginalmente - sogni per mero gusto estetico, regalando - non senza sofferenza - quei pochi centimetri in più per sfondare la soglia del nanismo o, come realmente successo, per poter accedere al test d'ingresso tra le file di quella forza di polizia che richiede per i suoi membri un'altezza minima prestabilita.
2 o 3 gli interventi programmati in elezioni ogni settimana a cui si sommano chiaramente le operazioni "impreviste" nell'ambite della traumatologia e dunque dell'urgenza. Un migliaio complessivamente gli utenti afferenti nel corso del 2017 all'ambulatorio, presentato dal primario Piero Poli come una sorte di "corte dei miracoli" gravitante attorno al responsabile, il dottor Francesco Guerreschi, dal 1987 dipendente dell'Asst e dunque arrivato al Manzoni appena sei anni dopo il primissimo intervento effettuato da Ilizarov in persona fuori dai confini dell'Urss, proprio nelle sale operatorie del vecchio ospedale lariano, dando il via ad una tradizione divenuta "nostrana" tanto è vero che, da anni ormai, giovani specializzandi da ogni dove fanno letteralmente la fila per giungere a Lecco.
"Abbiamo una lista d'attesa di tre anni" spiega Guerreschi, in riferimento alle molteplici richieste che il Centro riceve da dottori in erba, pronti a pagarsi di tasca propria viaggio, vitto e alloggio, pur di poter accedere alla rotazione che porta ogni due mesi uno di loro a entrare a diretto contatto con la metodica in sala operatoria e soprattutto ambulatorio: avviata infatti la correzione attraverso il posizionamento di "gabbia" e "fili", bisogna poi seguire di volta in volta l'andamento della stessa, in maniera dinamica. "I nostri pazienti vanno rivisti tante volte, ci vogliono spazi ed energie a loro dedicati" ammette il dottor Guerreschi. "La metodica Ilizarov rende dal punto di vista morale, non certo da quella economico" aggiunge il dottor Poli, molto pragmaticamente ma con l'inflessione di chi riconosce ai colleghi un impegno che va ben oltre i canonici orari di lavoro, con risultati importanti riconosciuti anche fuori dal circuito nazionale, tanto da attrarre utenti anche dall'estero, come una giovane macedone ospite del reparto nei mesi scorsi.
E gli studenti, invece, da dove vengono? Due l'anno dalla Statale di Milano ma le richieste più "insistenti" giungono da Pakistan, India e Arabia. Difficile quasi a credersi ma così è. L'Italia terra di cervelli in fuga, accoglie nella piccola Lecco "il mondo" per condividere con i suoi miglior elementi una tecnica portata "su quel ramo del Lago di Como" da un alpinista messo all'angolo dalla vita ma determinato a rialzarsi, sempre.
A.M.
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