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Scritto Giovedì 16 agosto 2018 alle 10:37

Siamo appesi a un filo. E allora viviamo bene ogni momento senza lesinare in generosità

Il preside Stefano Motta
“Vai adagio”, mi raccomandava e mi raccomanda ancora mio papà ogni volta in cui sa che devo imbarcarmi in un viaggio. Che sia casa-scuola in moto, che sia casa-Ghisallo in bici (certo che vado adagio: da Bellagio a Civenna solo un dopato riuscirebbe ad andare in fretta!), che sia casa-vacanze. Poi io disattendo le sue raccomandazioni perché ho il piede pesante, ma questo è un mio difetto.
Il camion verde dei supermercati Basko finirà per diventare il simbolo di quella sfuggente sliding door che è stata la disgrazia del Ponte Morandi di ieri. “Si è salvato perché andava adagio” non è vero: perché lo stesso varrebbe per chi stava quattrocento metri più avanti, e se solo fosse andato a 5km all’ora in più avrebbe fatto in tempo ad artigliare con le ruote l’asfalto davanti a sé prima che il mondo gli crollasse di sotto. È vero che l’autista ha dichiarato di aver dovuto frenare perché una macchina l’ha sorpassato in modo ardimentoso. E questo colpo di freno l’ha salvato.
“Un miracolato”, leggo di lui e dei pochi che si sono salvati. “Dio ti ha protetto” hanno detto a un automobilista volato insieme ai calcinacci e uscito illeso: “devi accendere un cero alla Madonna della Guardia”. E faccio fatica a immaginare una Madonna che salva a caso, random, uno sì e uno no, questo col camion verde sì, quell’altro con il tir bianco no. C’è molta casualità, purtroppo, in questi fatti come in moltissimi che sconvolgono la vita di noi tutti, e la sensazione di essere davvero appesi a un filo. Di cemento armato, di acciaio, degli anni ’90 o del 1967, comunque purtroppo fragile. La fede aiuta, ma non sempre spiega. Ricordo la pagina toccante di Camus in cui il dottor Rieux e padre Paneloux discutono di questo: “mi rifiuto di amare questa Creazione in cui i bambini sono fatti morire così”, e non è la prima volta che, nella vita personale e lavorativa, mi capita di dovervi attingere per cercare spiegazioni che non sempre trovo. Siamo appesi a un filo. Non basterebbe ma consolerebbe almeno sapere che questo filo non è stato eroso e minato dalla dabbenaggine, dall’incompetenza o dalla speculazione di chi doveva in qualche modo garantirne la solidità. Le molte parole in libertà delle schiere di ingegneri, legulei e vocianti cacasenno che sono tutto ad un tratto usciti dall’anonimato non mi danno granché fiducia sul futuro.

Cosa rimane, a noi semplici automobilisti che abbiamo percorso quell’autostrada cento volte avanti e indietro per portare gli alunni all’Acquario di Genova, o alle grotte di Toirano, i nonni a Pietra Ligure a giugno, i figli a Pietra Ligure, gli amici a vedere il GP a Montecarlo?
Di andare adagio? Di correre veloce? Forse solo di vivere bene, in ogni momento, senza lesinare sulla generosità, senza rimandare le occasioni di gioia vera, senza negare un favore a chi ce lo chiede, senza rispondere male subito e d’istinto a chi pure lo meriterebbe, senza lamentarci per delle sciocchezze, senza perdere l’occasione per dare un bacio, un abbraccio, per dire “bravo!”, o “grazie”, per chiedere scusa, per prendere un caffè con un amico, per leggere un libro a una figlia, per giocare ai Lego con un figlio gettando via lontano lo smartphone, perché davvero potrà capitare che “uno verrà preso, uno verrà lasciato” (Lc 17,34), e non sempre per meriti acquisiti.
Stefano Motta, preside del Collegio Villoresi di Merate
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