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Scritto Martedì 18 settembre 2018 alle 21:31

Calolzio, crack della Trafileria del Lario: i Brambilla usciti di scena pagando sono riportati in causa a Milano da Unicredit

Michela Vittoria Brambilla e Vittorio Brambilla
in un frame estratto da uno spot delle Trafilerie
La trattazione della causa è stata differita al prossimo 12 febbraio ma il Tribunale delle Imprese ha già fissato quest’oggi un primo non secondario paletto nell’ambito del processo civile incardinato all’ombra della Madonnina su espressa volontà della curatela rappresentata dall’avvocato Carlo Galli, parallelamente al fascicolo penale aperto invece in Procura a Lecco con il faldone, da mesi ormai, nelle mani del giudice per le udienze preliminari Massimo Mercaldo, vistosi costretto a più riprese ad aggiornare il caso, tra legittimi impedimenti, astensioni e tentativi d’accordo, con nuova seduta calendarizzata ora per il 16 ottobre. L’imprenditore Vittorio Brambilla e la figlia Michela Vittoria Brambilla, usciti di scena, a Milano, dalla porta sono stati infatti fatti rientrare… dalla finestra. Sul calolziese e sulla parlamentare forzista, come già noto, pende ai piedi del Resegone, così come a carico di altri soggetti, l’accusa – formulata dai sostituti procuratori Nicola Preteroti e Paolo Del Grosso ed al vaglio del GUP - di bancarotta fraudolenta in relazione al crack della Trafileria del Lario, già Trafilerie Brambilla, attività di famiglia dichiarata definitivamente fallita, con un passivo accertato di 55 milioni di euro, nel giugno 2017 dalla Cassazione, a seguito della prima pronuncia in tal senso dei giudici lecchesi datata settembre 2014. In sede di udienza preliminare, dopo aver tra l’altro staccato un assegno da 3 milioni di euro a copertura tanto dell’Iva quanto delle presunte ritenute non versate e dei relativi interessi estinguendo dunque i reati tributari originariamente ascritti alla società, i Brambilla – padre e figlia – hanno altresì risarcito (senza che tale scelta comporti un’assunzione di responsabilità) il fallimento portando dunque l’avvocato Galli a rinunciare all’esercizio dell’azione di responsabilità civile nel processo meneghino, giocato invece sugli iniziali 27 milioni di euro che il legale “assoldato” dal curatore Diego Bolis rivendicava in solido dalle tasche tanto dei 7 indagati a Lecco quanto di tre istituti di credito che, secondo l’impianto accusatorio ancora tutto da provare, con il loro comportamento avrebbero contribuito ad aggravare ulteriormente il dissesto delle Trafilerie "foraggiando" la spa già decotta con un'iniezione di liquidità per 15 milioni di euro a fronte, anche, della presentazione di fatture giudicate dagli inquirenti quantomeno sospette. 21 milioni (un paio in meno per le banche in relazione a calcoli basati sul momento in cui l’azienda calolziese se non fossero intervenuti correttivi esterni avrebbe dovuto portare, secondo la curatela, i libri in Tribunale) la cifra ora pretesa da Nicola Vaccani (liquidatore della società), Alessandro Valsecchi (amministratore delegato), dai sindaci Francesco Ercole, Mario Ercole e Aida Tia nonchè agli istituti di credito maggiormente "esposti" nei confronti della Trafileria ovvero Unicredit, Intesa San Paolo, Banca Popolare di Milano e Credito Bergamasco (quest'ultimi entrambi ora sotto l'etichetta Banco BPM), dopo i 6 milioni versati dall’amministratore di diritto Vittorio Brambilla e dal supposto amministratore di fatto MVB. Entrambi però, come anticipato, sono stati ripresi per i capelli e tirati nuovamente in causa, non già dall’avvocato Galli bensì dalla stessa Unicredit. Il tribunale ha ritenuto infatti di accogliere la richiesta della banca che ha chiamato in garanzia i due ritenendo che, qualora dovesse venir accertato un illecito a proprio carico, dello stesso dovranno rispondere anche i Brambilla. Si torna in Aula, a schieramento ricomposto in questo modo, nel 2019.
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A.M.
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