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Scritto Venerdì 28 settembre 2018 alle 17:18

La messa è infinita. Il Papa vuole prediche di otto minuti, ma troppi sacerdoti raddoppiano

Marco Calvetti
Una decina di giorni fa Papa Francesco ha suggerito ai sacerdoti di contenere le omelie entro gli otto minuti, specie nelle celebrazioni festive.
Va da sé che l’invito del Pontefice dovrebbe essere osservato come obbligo morale, prima che come una coercizione. Una buona norma, l’essere essenziali e stringati, per non disperdere in mille rivoli la parola di Dio e perdere, nel contempo, schiere di fedeli.
Ebbene, domenica scorsa, con la collaborazione e complicità di qualche collega e amico abbiamo scandagliato le varie messe delle parrocchie lecchesi, cittadine e confinanti.
Ne è scaturito un quadro che farebbe rizzare i capelli al Papa e che quindi, secondo il diritto canonico, dovrebbe essere relegato nel capitolo delle disobbedienze.
L’obiettivo poi è chiaro e largamente condivisibile: nella società sempre più secolarizzata le chiese sono sempre meno frequentate e sotto accusa finiscono i riti troppo lunghi e soprattutto le prediche che sfidano la pazienza dei fedeli, dall’alto ( anche se il pulpito non usa più) di una presunzione magistrale che è l’esatto contrario della semplicità dell’annuncio evangelico.
Capita invece spesso che il prete nel corso della predica s’allontani via via dal Verbo e si avviti in una prosa zeppa di avverbi e di aggettivi.
Tra l’altro non è che gli oratori di turno brillino, per lo più, per facondia e capacità di attrazione.
Nulla da spartire insomma con la tradizione dei domenicani, noti come i frati predicatori, che in tempo d’Avvento e Quaresima riempivano le chiese, peregrinando di parrocchia in parrocchia.
Ci siamo sorbiti sermoni di sedici minuti (due prediche in una secundum Papam) con la platea sempre più distratta e gli anziani sull’orlo di una pennichella mattutina.
Un linguaggio asciutto, ma non laconico, gioverebbe anche a loro evitando di uscire dal seminato, di indulgere in ripetizioni, come ho ascoltato con le mie orecchie, di azzardare incursioni sociali e politiche e soprattutto arginando la diaspora in atto.
Per ora è un peccato veniale, anche se i preti, vescovi o parroci che siano, avrebbero dovuto cogliere il segno dei tempi dalla bacchettata di papa Bergoglio, ma se continuassero imperterriti nello loro maratone verbali davvero aiuterebbero la Chiesa a perdere sempre più consensi e popolo.
Marco Calvetti
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