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Scritto Venerdì 14 dicembre 2018 alle 14:37

I Figli sono un dono grande

Anche quest’anno l’Istat  ha reso pubblico il saldo negativo riguardante l’andamento demografico in Italia, suscitando, a ragione, commenti preoccupati per l’avvenire. Ma quanto veramente importa agli italiani  questo problema della denatalità? Se importasse veramente, la politica prenderebbe provvedimenti ben più incisivi di quelli adottati fino ad oggi.
Il dato Istat conferma che, per il terzo anno consecutivo, i nati in Italia risultano meno di mezzo milione. Nel 2017 gli iscritti all'anagrafe sono stati infatti 458.151 (in calo di 15 mila unità rispetto al 2016), di cui circa 68 mila stranieri (14,8% del totale), anch’essi in diminuzione rispetto allo scorso anno. Si tratta del minimo storico per il nostro Paese dai tempi dell'Unità d’Italia.
Uno dei motivi di questa decrescita, rilevato dal rapporto Istat, sta nel calo dei matrimoni. Il legame tra natalità e nuzialità è ancora molto forte nel nostro Paese, come del resto è naturale che sia, anche se in altri Paesi non è più così. In Italia nel 2016 il 70% dei figli è nato nel matrimonio, ma i matrimoni sono molto calati: nel 2016 i matrimoni sono stati 203.258, poco più della metà dei matrimoni celebrati nel 1970. Per la cronaca, in quell’anno i nati furono 906mila, cifra praticamente
doppia rispetto al 2016.
Tuttavia, il rimedio vero alla denatalità sta nella crescita dei tassi di fecondità. Se non si tornerà almeno al livello di sostituzione, che è di 2,1 figli per donna (contro gli 1,34 attuali) le cose potranno solo peggiorare. Il crollo della natalità in Italia è iniziato negli anni ’70. Fino a quel momento il tasso di fecondità totale si attestava sui 2,4 figli per donna, con condizioni di vita non certo migliori di quelle di oggi.
Con la diminuzione dei matrimoni, con l’aumento delle separazioni e dei divorzi il tasso di fecondità è calato bruscamente. Basti pensare che nel 1970 c’erano 10.269 separazioni. Nel 2016 le separazioni sono schizzate a 84.165, da sommarsi a 54.351 divorzi: un aumento di quasi 14 volte. Si tratta di una vera e propria opera di distruzione della famiglia, con le ovvie conseguenze sulla fertilità.
L’altro dato clamoroso è l’aumento delle donne senza figli.
Si è diffusa una mentalità contraccettiva, incentivata dai tanti messaggi che bombardano ogni giorno, messaggi portatori di un’idea banalizzata, se non degradata, del sesso come solo piacere. Senza escludere poi la diffusa pratica omosessuale, pratica naturalmente sterile.
Questo dato è destinato a peggiorare ulteriormente con le nuove generazioni, per effetto dei corsi di educazione sessuale introdotti nelle scuole italiane per insegnare l’uso della contraccezione.
A completare il quadro c’è la tragica realtà dell’aborto, ormai sempre più banalizzata, al punto che è diventata impossibile da quantificare visto l’abbondante consumo di pillole del giorno dopo o dei 5 giorni dopo, pillole abortive a tutti gli effetti nonostante siano chiamate “contraccezione d’emergenza”.
Solo salvando i bambini abortiti chirurgicamente, avremmo circa centomila nati in più all’anno.
Si parla poi molto di politiche economiche e sociali che incentivino le nascite, come accade in certi paesi del Nord Europa: cospicui assegni familiari, asili nido, permessi parentali, e così via.
Per quanto possibile, è infatti doveroso evitare che una nascita, da ineffabile dono, si trasformi in una condizione di disagio e povertà per la famiglia. Eppure i tassi di fecondità anche di questi paesi, benché più alti di quelli italiani, restano ben sotto il livello di sostituzione.
Il perché è semplice: la motivazione per avere o non avere un figlio non è anzitutto solo economica, ma anche culturale.
Se una coppia ha deciso di non avere figli non saranno certo il bonus bebè, o la disponibilità di un asilo nido, o una opportunità di conciliazione famiglia-lavoro a farle cambiare idea.
Se, al contrario, una coppia crede nel grande bene rappresentato da un figlio, sarà ben disposta ad accettare quei costi e quella fatica che i suddetti parziali aiuti non potranno totalmente sgravare. Il crollo della fecondità in Italia è andato di pari passo con il processo di secolarizzazione, con la perdita della fede e della nostra identità cristiana.
Accanto ad una politica economica per la famiglia, occorrerebbe promuovere una vera educazione all’affettività e alla procreazione responsabile. Nel contempo dire basta all’ideologia gender e alla promozione dell’omosessualità o della sessualità fluida, che renderà ancora più sterili le generazioni che si affacciano ora all’età riproduttiva.
Si tratterebbe di una grande opera di evangelizzazione, di annuncio di una Speranza certa.
Avere una speranza fondata per la propria vita, aiuta a scegliere liberamente di generarne un’altra. Bisogna credere in un destino buono, che sia possibile costruire qualcosa di positivo, soprattutto oggi che anche il semplice assecondare la nostra natura, che ci vuole madri e padri, è diventato più difficile a causa di una opposta e martellante propaganda.
Qui si apre un grande compito per ogni uomo di buona volontà e per quelle agenzie educative che mirano al bene della vita delle persone. Non è sufficiente parlare di agevolazioni fiscali, di contratti di lavoro, nemmeno tirare la volata a chi vuole sostituire i bambini mancanti con gli immigrati; serve innanzitutto richiamare l’annuncio di Cristo. Se non si tiene conto di questo, ogni altra misura alla lunga rimarrà sterile.                                
Centro di Aiuto alla Vita di Lecco
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