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Scritto Mercoledì 30 gennaio 2019 alle 15:50

In viaggio a tempo indeterminato/61: caste e matrimoni in India

Se fossimo nati e cresciuti in India, probabilmente io e Paolo non ci saremmo potuti sposare. E anche molte delle coppie che conosciamo, nella loro versione indiana, non esisterebbero. E sicuramente anche molti di voi che ci leggete ogni settimana, se foste nati a Delhi o Mumbai, oggi avreste accanto un consorte diverso. “Magari...” sospirerà sognante qualcuno.



Tutto questo perché in India, ancora oggi, moltissimi matrimoni sono combinati e i due sposi non si conoscono fino al giorno stesso della cerimonia. Una situazione che solo a pensarci mette i brividi. Pensate cosa voglia dire “andare all’altare” senza sapere chi ci sarà dall’altra parte. Le probabilità di rimanere delusi o che non scocchi la scintilla sono altissime. In India sono le famiglie che organizzano tutto, spesso fin da quando i bambini sono molto piccoli. A incidere sull’unione è soprattutto l’appartenenza alla casta. Nonostante la costituzione indiana abbia reso illegale il sistema delle caste nel 1950, ancora oggi queste condizionano moltissimo la vita della popolazione, soprattutto degli abitanti delle zone rurali. I matrimoni, infatti, sarebbero possibili solo tra membri della stessa casta. Ma cosa sono le caste esattamente e come funzionano?



Incuriositi da questo mondo per noi quasi completamente sconosciuto, abbiamo chiesto a Vishnu, il proprietario della guesthouse in cui dormiamo, di raccontarci i meccanismi e cosa sta dietro. Per caste si intende la divisione della società in classi diverse. Questo sistema sarebbe nato circa 3000 anni fa e le indicazioni si troverebbero nei testi sacri, i Manamsriti. Quattro sono le caste principali, ci spiega Vishnu.
– I Brahmani, che sono i sacerdoti e occupano il livello più alto;
– I Kshatriya, al secondo gradino, sono guerrieri e nobili;
– I Vaisya, cioè gli agricoltori, i commercianti e gli artigiani;
– Infine i Shudra, cioè i servi.
A queste quattro caste, va poi aggiunto il gruppo dei Dalits, gli intoccabili o oppressi, esclusi dalla classificazione precedente perché non degni. A questo gruppo appartengono tutte le persone che vivono ai margini della società. Ma non è finita qui, perché ognuna delle quattro grandi categorie chiamate Varna, letteralmente “colori”, si suddivide a sua volta in circa 3.000 caste e 25.000 sottocaste che identificano più nel dettaglio le professioni.



Insomma, stabilire se io e Paolo in India saremmo appartenuti alla stessa casta è un vero terno al lotto. A questo si aggiunge il fatto che non si può, nel corso della vita, cambiare casta. L’appartenenza a una categoria piuttosto che all’altra è stabilita per nascita. La parola nascere per gli induisti si traduce, infatti, con entrare a far parte di una casta. Alla base di tutto ci sarebbe il principio della reincarnazione. La casta in cui si nasce dipenderebbe dalle azioni compiute nella vita precedente. Se si è stati dei peccatori, l’anima si reincarnerà in una casta inferiore. Al contrario, nascere brahamini significa avere un’anima pura che, se accompagnata da una vita virtuosa, potrà portare al Nirvana, interrompendo il ciclo di reincarnazione. Il sistema delle caste influenza ancora molto la vita degli indiani, anche se piano piano, con le nuove generazioni, si sta sempre più attenuando. Nonostante la spiegazione chiara e dettagliata di Vishnu, per noi è ancora difficile capire bene quanto la società possa essere influenzata da questa categorizzazione. E così non ci resta che fare un gesto che abbiamo imparato qui in India: facciamo ciondolare la testa a destra a sinistra come a dire “Ok, più o meno abbiamo capito!”

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Angela e Paolo
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