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Scritto Lunedì 11 febbraio 2019 alle 09:28

Lecco, il racconto di Vera Vigevani Jarach: ''Ricordare le vittime delle dittature è necessario''

È impossibile rimanere impassibili di fronte al racconto di Vera Vigevani Jarach. Nelle inflessioni delle sue parole si annida il dolore di due vite spezzate: quella di suo nonno materno e quella di sua figlia. Il primo deportato ad Auschwitz, la seconda sequestrata e uccisa durante la dittatura del generale argentino Jorge Rafael Videla. Nel pomeriggio di venerdì, presso il Liceo Manzoni di Lecco, la giornalista e scrittrice italiana, invitata dall’Anpi (Associazione nazionale partigiani italiani) provinciale, ha raccontato la sua terribile esperienza di vita.


Vera Vigevani Jarach

Dopo la promulgazione delle leggi razziali del ‘38, a soli undici anni Vera, italiana di famiglia ebraica, è costretta ad emigrare in Argentina con la famiglia per sfuggire alle persecuzioni. L’unico a rimanere è suo nonno, Ettore Felice Camerino, convinto che la situazione non sia tanto allarmante. Non sa che da lì a poco verrà deportato in un campo di sterminio in Polonia per non farne più ritorno. Nel '76, invece, sua figlia, Franca Jarach, diventerà una desaparecida, un fantasma come tanti negli anni della dittatura in Argentina: a soli diciotto anni viene catturata e condotta all'Esma, la Escuela de Mecánica de la Armada, adibita a centro di detenzione e tortura dei ribelli. La sua colpa è quella di essere molto attiva nella sua scuola: prende parte ai movimenti studenteschi, partecipa a iniziative per cambiare i sistemi di studio e i programmi. Sebbene intraprenda tali attività quando ancora l'Argentina è democratica - ossia prima della dittatura -, la ragazza continua la sua militanza anche in seguito all'instaurazione del regime, momento in cui gli studenti e l'ambiente scolastico in generale sono presi di mira dai militari. La detenzione di Franca dura qualche settimana: a metà luglio, pochi giorni dopo aver parlato con i genitori, è vittima di un "volo della morte". In pochi mesi, infatti, sono condotti all'Esma moltissimi giovani e le celle scarseggiano. I militari decidono così di uccidere dei prigionieri per fare posto ai nuovi arrivati.



Ma che cosa hanno in comune, si domanda Vera, le leggi razziali del ’38 in Italia e la dittatura di Videla del ’76? «Ai dissidenti argentini e ai detenuti nei campi di sterminio nazisti veniva annientata l’identità: una volta incarcerati perdevano lo status di esseri umani. Venivano torturati e uccisi senza pietà nella totale indifferenza del mondo – ha spiegato con voce ferma. – Tutti abbiamo delle responsabilità, tutti siamo colpevoli del silenzio. E ce ne sono stati tanti di silenzi nella Storia, troppi. Negli ultimi anni sia io sia Liliana Segre (senatrice a vita e deportata ad Auschwitz, ndr) abbiamo notato che l'odio è in aumento. Dobbiamo vigilare perché queste cose non si ripetano».


Sulla sinistra la vice presidente dell'ANPI Patrizia Milani

Vigevani ha poi ricordato come sia importante l’educazione. «Molti anni dopo sono tornata nella scuola da cui ero stata esclusa in quanto ebrea e da anni racconto la mia esperienza. I bambini sono curiosi, capiscono, imparano, giudicano: bisogna stare attenti alla relazione che abbiamo con loro», ha ribadito con forza. Dal 1986 Vera Vigevani fa parte del gruppo Madres de Plaza de Mayo - Línea Fundadora ed è membro della Fundación Memoria Histórica y Social Argentina, dell’associazione dei familiari dei desaparecidos ebrei e di altre realtà minori. «Siamo state ignorate dal mondo e dai giornali italiani, ma non abbiamo mai smesso di credere nella giustizia e, nonostante tutto, abbiamo continuato a denunciare le torture. Sandro Pertini è stato l'unico ad indignarsi nel clima di indifferenza generale. C'è un gioco tra pazienza e impazienza che bisogna capire. Non subito si vuole ascoltare, non subito si può raccontare. Ma noi, nonostante l'assordante silenzio, abbiamo avuto la forza della perseveranza».



Ad oggi i processi sono ancora in corso e tutte le prove che le famiglie hanno raccolto in questi anni sono servite alle famiglie per ottenere giustizia. Vera ha poi ribadito quanto sia importante il concetto di perdono, che può aver luogo però solo dopo quello di giustizia. Il 2003 segna la prima grande conquista del movimento: vengono abolite le leggi del "punto finale" e dell'"obbedienza dovuta", garanti fino a questo momento dell'immunità dei ex militari della Giunta e, grazie alla pressione delle Madri, hanno preso avvio i processi per condannare i colpevoli. Nelle parole di Vera, al contrario di ciò che si potrebbe pensare, non c’è odio. C’è la voglia di testimoniare, la volontà di ricordare i buchi neri della Storia, «affinché ciò che è successo sia conosciuto e mai dimenticato. Anche i gesti buoni si ripetono, come quelle cattivi». Che cosa dobbiamo fare? Forse, suggerisce la scrittrice, «dobbiamo solo continuare a sognare».
B.V.
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