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Scritto Mercoledì 13 febbraio 2019 alle 19:10

Il rinnovo del consiglio provinciale è un obbrobrio democratico e un inno alla precarietà

Comunque vada sarà un obbrobrio. A fine marzo si voterà per il nuovo consiglio provinciale.
Ma, come si sa, i cittadini sono stati espropriati del diritto dell’urna e tocca esprimersi ai consiglieri degli ottantasei comuni del territorio.
L’anomalia, un vulnus democratico, risale all’abolizione dell’ente, voluta con determinazione quasi maniacale dall’ex premier Matteo Renzi che ne fece la bandiera  della riduzione dei costi della politica. Pensava, la meteora fiorentina, di conquistare secchiate di consensi tagliando gli stipendi agli amministratori. Poi venne la doccia gelata del 4 dicembre 2016 con la sconfitta del “suo” referendum costituzionale  che avrebbe dovuto tra l’altro abolire il Senato, dove ora si tiene stretto il suo scranno con la relativa paghetta. Intanto le provincie continuano la loro ibrida vita da ectoplasma, con compiti più o meno inalterati su strade e scuole. A proposito di edilizia scolastica vale la pena di ricordare il debutto da premier del Matteo preconferenziere quando in un istituto elementare del sud, quello del coro dei bimbi al nuovo re d’Italia, invitò tutti i comuni d’Italia a inviare la richiesta di finanziamento per un progetto che lo Stato avrebbe finanziato “una tantum”.
Un’idea brillante, a pensarci bene, peccato che poi tra burocrazia, patto di stabilità e pigri appalti, i cantieri aperti non superarono quota 100.
Tornando alle provincie non si possono tacere le condizioni di precarietà nelle quali sopravvivono gli stessi dipendenti che sono stati trattati come un pacco postale, una sorta di esodati anche se in tenera età. Hanno vissuto nella paura di essere trasferiti in qualche anonimo ufficio pubblico lontani da casa e dalle famiglie, costretti al pendolarismo tragicomico dei nostri binari.
Negli ultimi tempi Villa Locatelli è stata menzionata dai media soprattutto per il crollo del ponte di Annone, quasi che lì risiedesse la pistola fumante di quel dramma stradale.
Ce ne sarebbe da scrivere un libro di denuncia, ma ci limitiamo a ricordare, sempre sul piano democratico, che molti dei consiglieri chiamati ad esprimersi decadranno con le elezioni amministrative previste a giugno in  51 comuni lecchesi. Come a dire, votano per la nuova assise provinciale in veste di grandi elettori e due mesi dopo si ritrovano cittadini più o meno anonimi.
Un paradosso che è il simbolo di immaturità istituzionale e la conferma che in Italia non c’è nulla di più permanente del provvisorio.
Marco Calvetti
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