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Scritto Mercoledì 13 febbraio 2019 alle 21:04

Lecco: siamo davvero obbligati a tenere in vita tutti? Da chi? Chiacchierata oltre Eluana con il dr.Tavola della rianimazione

Il dr. Mario Tavola
Accettiamo che un testimone di Geova rifiuti il sangue altrui e muoia per una complicanza operatoria che poteva essere contrastata con una banale trasfusione. E non ci interessa se abbia professato il suo credo e la determinazione in questo senso 10 minuti o 10 anni prima di finire sotto i ferri. Era una testimone di Geova e così ha voluto. Non ci sbattezziamo nemmeno se una donna muore dopo aver negato il consenso all'intervento che le avrebbe potato via una gamba, salvandole però la vita: lo ha scelto lei.
Per capire forse qualcosa in più sugli stati vegetativi e sul diritto all'autodeterminazione che da sempre ci è riconosciuto ma in nome del quale Beppino Englaro ha dovuto lottare per 17 anni per "lasciare andare" il suo "purosangue votato alla libertà" dobbiamo decontestualizzare il tema dalla vicenda di Eluana.
E' questa la prefazione al ragionamento ad ampio respiro che, a qualche giorno dal 9 febbraio, abbiamo sviluppato con il dr. Mario Tavola, primario dell'Anestesia e Rianimazione dell'ospedale Manzoni di Lecco dal luglio 2017 ma già presente - prima di una lunga parentesi professionale lontano da casa - in struttura quel maledetto 18 gennaio 1992, ultimo giorno della vita cosciente dell'allora 21enne dall'ampio sorriso e dalla volontà di ferro, per come ci è sempre stata descritta dal padre.
"Siamo davvero obbligati a tenere in vita tutti? Chi lo decide?" domanda il medico. "Perché gli oncologi quando vedono che non c'è più nulla da fare smettono le terapie?". E perché viene da chiedersi di contro il Tribunale di Firenze ha condannato un collega che d'iniziativa ha praticato la colostomia a una paziente non intenzionata ad accettare un sacchettino esterno le proprie produzioni corporee. Non le ha salvato quella vita considerata così sacra da chi ancora oggi porta in piazza acqua e pane per Eluana e da chi, dieci anni fa, correva per bloccare con un atto parlamentare l'autorizzazione a lasciar morire la ragazza arrivata all'esito dell'ultima e definitiva pronuncia della Cassazione? Negli ospedali non funziona cosa. Da prima del caso Englaro. In cui a fare colpo è stato l'elemento neurologico. L'impossibilità della ragazza di dire la sua, identica a quella del testimone di Geova già moribondo in sala operatoria di cambiare idea sulla sua convinzione in relazione alla purezza del sangue. "Stabilizzate le condizioni, la fortuna di Eluana è stata di non aver nessuna complicanza. O la sua sfortuna. Non è vero però che non prendeva medicine: riceveva la nutrizione" ha evidenziato il dr. Tavola, ricordando come l'alimentazione artificiale non curasse però la malattia della donna mentre lo scopo della cura è appunto curare la malattia.
L'ospedale Manzoni di Lecco
"Abbiamo il dovere di non giudicare qual è la vita dignitosa ma di garantire una vita dignitosa a quel soggetto in quello stato lì" ha sostenuto l'anestesista, puntualizzando di avere un'opinione personale ma che tale deve rimanere non dovendo essere, sul lavoro, ne' favorevole né contrario a certe decisioni. Affermato un diritto, quello di scegliere, tramite la lunga battaglia giudiziaria combattuta da Englaro, pur in presenza di una legislatura ancora lacunosa, "ora sta nell'educare le persone" afferma con convinzione il professionista che già ha chiesto al collega Pierfranco Ravizza, presidente dell'Ordine dei medici di Lecco, di valutare la possibilità di aprire uno sportello in ospedale, alla presenza di camici bianchi pronti a dare informazioni e a aiutare eventualmente chi lo desidera nella compilazione delle DAT. Questo nell'ottica di garantire davvero "il diritto di chi vuole sopravvivere così e chi non lo vuole fare", nell'altrettanta convinzione che servano poi anche una nuova cultura.
"In un percorso di malattia la guarigione è garantita non nella maggioranza dei casi: il fine della cura è spesso avere la minore disabilità possibile" aggiunge poi il primario, introducendo il tema della cronicità e della non guarigione, aspetto che, per formazione culturale, non siamo ancora propensi a mandar giù.
 "Quando poi è debole la risposta sociale al dolore, una persona cerca di morire. E' portata a dire soffro così tanto che è meglio la fine, il prima possibile". Occorrono dunque risorse per garantire le cure palliative e tutti quei servizi anche a carattere sociale (di cui spesso non si ha contezza) per alleviare quella sofferenza che appare insormontabile e che può portare poi, in casi in cui è possibile, a gesti estremi, in considerazione anche di una popolazione sempre più anziana e sola. "Ma va anche cambiato il paradigma sociale. Quel bisogno di essere sani, belli, giovani e senza problemi sempre". Bisognerebbe lavorare dunque forse più sulla propria immagine, contro l'omologazione, in ottica d'accettazione.
Le massime di Catalano, valgono per Catalano.

A.M.
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