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Scritto Lunedì 18 febbraio 2019 alle 19:31

Introbio: 2 anni e mezzo al medico da cui si recò l'annonese Borghetti prima del decesso

Il tribunale di Lecco
È terminato con la condanna a due anni e mezzo di reclusione oltre a 400mila euro di provvisionale a favore della parte civile, il processo di primo grado a carico del dottor Furio Riccio, accusato di omicidio colposo per la morte di Luca Borghetti. Il giudice Enrico Manzi ha pronunciato nel pomeriggio di oggi la sentenza di condanna nei confronti del professionista che -all'epoca dei fatti in forza alla guardia medica di Introbio- secondo la ricostruzione della Procura avrebbe "respinto" il 13 aprile del 2014 il 52enne di Annone che si sarebbe recato presso il servizio di continuità assistenziale dopo aver accusato un malore, probabilmente dovuto ad un infarto, nel corso di una arrampicata sportiva. Il dottore, secondo la tesi della pubblica accusa, avrebbe detto al Borghetti di dirigersi all'ospedale Manzoni perchè la guardia medica "non è attrezzata". Una corsa disperata effettuata in auto insieme all'amico Maurizio Valsecchi, che si è tuttavia rivelata fatale per l'annonese, arrivato già in arresto cardiocircolatorio al nosocomio.
Nella precedente udienza -lo scorso 8 febbraio- dopo essere stata dichiarata chiusa la fase istruttoria, il PM titolare del fascicolo Silvia Zannini aveva formulato una richiesta di condanna per il medico a 3 anni di reclusione. Oggi è "toccato" all'avvocato Marco Sangalli -rappresentante della famiglia, costituitasi parte civile- e all'avvocato Gianluca Giovinazzo del foro di Como, difensore dell'imputato, formulare le rispettive conclusioni.
"È una vicenda amara e sgradevole" ha esordito nella sua esposizione il legale di parte civile, nel concordare con la richiesta di condanna proposta dalla pubblica accusa. L'aspetto principale toccato dall'avvocato Sangalli nella sua requisitoria è stata la condotta tenuta dal professionista sia durante che dopo i tragici avvenimenti per cui si è reso necessario il processo: "se il dottor Riccio avesse fatto anche solo il minimo indispensabile, come chiamare l'ambulanza" ha detto il legale, "probabilmente l'esito sarebbe stato diverso. Ma anche la condotta tenuta dall'imputato nel corso del processo è stata a mio avviso parecchio sleale: negare che il Borghetti gli abbia chiesto aiuto è incomprensibile e inspiegabile".
L'avvocato Sangalli ha sottolineato anche che la totale omissione di soccorso è stata a suo parere di una gravità tale da aver provocato un evento del tutto evitabile, il quale ha reso molto più difficile l'accettazione di quanto accaduto per i famigliari (presenti anche oggi all'udienza), oltre alla totale assenza di proposta risarcitoria nei loro confronti.
Di diverso avviso è stato il difensore del medico che, rivolgendosi al giudice Manzi, ha incentrato la sua requisitoria sulle molte anomalie che -a suo avviso- avrebbero dovuto far propendere per l'assoluzione del suo assistito: dalla mancata disposizione -da parte dell'ospedale e della Procura- di un esame autoptico sul cadavere del Borghetti, al comportamento dell'amico che a suo dire avrebbe potuto chiamare un'ambulanza.
Secondo il legale infatti "sono inutili le linee guida se non si è certi della causa della morte e della mancata presa in carico del paziente da parte del medico". Dopo aver ricostruito la vicenda, l'avvocato Giovinazzo ha chiesto in via principale l'assoluzione per il suo assistito per non aver commesso il fatto, in subordine per l'insufficienza di prove e in estremo subordine ha chiesto il minimo della pena, con il riconoscimento delle attenuanti generiche.
Dopo una lunga camera di consiglio, il giudice Manzi ha letto la sentenza di condanna a due anni e mezzo nei confronti del medico, al quale non è stata concessa la sospensione condizionale della pena.
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B.F.
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