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Scritto Sabato 16 marzo 2019 alle 17:40

Galbiate: economia circolare ed inquinamento da inceneritori spiegati dal chimico Marco Caldiroli

“Se dovessimo dare retta ai governanti la manifestazione di oggi legata al clima non dovrebbe riguardare gli inceneritori, perché gli impianti di incenerimento – nella misura in cui effettuano un recupero energetico termico o elettrico – vengono considerati fonte di energia rinnovabile. Ai fini contabili quindi, i fumi degli impianti di incenerimento non sono conteggiati o lo solo in piccola parte”. È con queste parole che il chimico Marco Caldiroli, tra i relatori dell’assemblea pubblica promossa dal Movimento d’opinione galbiatese Agorà, ha parlato del tema della ricaduta di fumi inquinanti, vero fulcro della serata galbiatese di venerdì, incentrata sull’ormai noto inceneritore di Valmadrera.

Marco Caldiroli

L’esperto - invitato dai “padroni di casa” per trattare a più ampio respiro la questione, prima di cedere il microfono agli altri ospiti presenti all’Auditorium Golfari – ha così raccolto il “testimone” al tavolo dei relatori, prendendo parola al termine dell’introduzione iniziale a cura dell’ex sindaco Livio Bonacina e della presentazione del Movimento d’opinione Agorà rappresentato per l’occasione dall’ing. Alfonso Scarano, che ha sottolineato nuovamente la difficoltà di dialogo con l’attuale Amministrazione, la quale ha declinato l’invito a prender parte all’assemblea pubblica.

Alfonso Scarano

Giunto in rappresentanza di Medicina Democratica (cooperativa costituita nel 1978 e nata su un appello sottoscritto da diversi medici, ricercatori, operatori della prevenzione e diversi consigli di fabbrica), Caldiroli ha definito l’obiettivo del proprio sodalizio come quello di occuparsi della salute nei luoghi di lavoro, facendo inchieste e rivendicando l’applicazione delle leggi sulla sicurezza e salute in ambito lavorativo. A fungere da filo rosso durante l’intervento dell’esperto è stato in particolare il tema di una nuova forma di gestione economica – definita economia circolare – che annullando l’attuale linearità (costituita dal ciclo di consumo delle materie, trasformazione di queste ultime e conversone finale in rifiuti inquinanti) annullerebbe l’attuale re-immissione di tali sostanze in termini di polluzione ambientale. Di essenziale importanza, a detta di Caldiroli, si rivela quindi il ruolo del recupero, “tendendo la componente legata allo smaltimento - come nel caso dell’incenerimento - al più basso gradino delle opzioni possibili, e puntando ad una responsabilizzazione anche dei produttori delle merci”.
Come spiegato dal chimico, la funzione di un forno inceneritore come quello presente a Valmadrera non consentirebbe nello “sbarazzarsi” dei rifiuti, ma semplicemente attuerebbe una conversione di questi ultimi in gas e residui solidi costretti a trovare una nuova destinazione (in aria o nelle nostre discariche) e, di conseguenza, “scaricando” il problema sull’ambiente stesso. Una varietà, quella di tali composti legati agli impianti di incenerimento, che nonostante la propria complessità numerica (circa 250 sostanze) si dimostra effettivamente monitorata solo in piccola parte (una ventina di sostanze circa), sommandosi ad un’ulteriore incertezza dovuta all’eterogeneità del combustibile utilizzato, i cui effetti in termini di emissione restano altamente variabili.

Tra le altre variabili da tenere in considerazione per analizzare effettivamente il modo in cui il fumo si espande, secondo Caldiroli, si annoverano altresì temperatura, umidità, altezza del camino, paesaggio circostante, condizioni meteo-climatiche e altre incognite, il cui continuo mutamento non solo renderebbe difficile modellizzare la ricaduta dei fumi, ma – anche nel caso in cui quest’operazione iniziale avvenisse – obbligherebbe ad un aggiornamento continuo visto l’accumulo degli inquinanti tra la flora e la fauna ambientale e il successivo ritorno all'uomo tramite catena alimentare.
Tra gli obiettivi parziali “portati a casa” da Medicina Democratica vi è comunque l’approvazione di un valore ben definito per i limiti degli ossidi di azoto, pari a 80 mg/m3 e definito come valore medio giornaliero prescrittivo da non oltrepassare. Osservando il caso specifico dell’impianto SILEA, esisterebbe un valore analogo a quello sopracitato, ma esso – a detta dell’esperto – sarebbe invece indicato come valore obiettivo, lasciando come indice prescrittivo 200 (attuale limite di legge degli impianti nazionali). “Andando a dare un’occhiata ai dati, le prestazioni del vostro impianto negli ultimi tempi si aggirano intorno ai 60 mg/m3 di ossido di azoto – ha proseguito Caldiroli - ma se un giorno l’impianto arrivasse a 120 o 130 nessuno potrebbe contestarla come non conformità, perché tale valore è tranquillamente entro i limiti dei 200 mg/m3. Al contrario, abbassare questo limite facendolo diventare prescrittivo costringerebbe il gestore a stare molto più attento al proprio impianto” ha concluso il chimico, precisando come – oltre alla “battaglia” per ridurre tale valore prescrittivo – esistano altri aspetti su cui si possa attualmente lavorare ed indagare, tra cui tutta quella serie di dati derivanti dall'obbligo di reportistica a cui deve sottostare ciascun gestore, e che – per legge – devono essere disponibili agli enti del territorio.
F.A.
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