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Scritto Martedì 26 marzo 2019 alle 15:15

Lecco: i ragazzi del Bertacchi dialogano con tre detenuti del carcere di Bollate, per 'non sbagliare e vivere nella legalità'

Una sola scelta sbagliata è in grado di stravolgere la vita di chi l'ha presa e di condizionare per sempre l'esistenza dei suoi cari. È ciò che hanno imparato nella mattinata odierna gli studenti dell'Istituto Bertacchi di Lecco, grazie alla testimonianza di Domenico, Marco e Roberto, detenuti nel carcere di Bollate - nel quale hanno già scontato parte della loro pena - che sono intervenuti, insieme alle istituzioni, presso la Sala Don Ticozzi in occasione della conferenza intitolata "Oltre le sbarre - La cultura della legalità. Un ponte per abbattere le barriere", organizzata dai rappresentanti d'Istituto in collaborazione con l'artista e arteterapeuta malgratese Luisa Colombo, con il patrocinio del Comune di Lecco.

Una mattinata densa di riflessioni e di testimonianze emotivamente toccanti, relative al tema della legalità e della sua promozione, al rispetto delle regole e all'assunzione di responsabilità, alla prevenzione, oltre che all'importanza dei progetti di recupero e di reinserimento sociale previsti dal nostro ordinamento giuridico e sviluppati all'interno dei penitenziari. Tra questi progetti anche il laboratorio di arteterapia "Oltre le sbarre", ideato e realizzato proprio dalla Dottoressa Colombo con i suoi "ragazzi" di Bollate, un vero e proprio percorso di "autoanalisi", per ripensare agli errori commessi e imparare, per quanto possibile, a perdonarsi.  
"Quando senti il botto del pesante cancello che ti si chiude alle spalle, cominci a realizzare che stai entrando in un luogo "protetto": un posto che protegge... Che protegge chi sta fuori da chi viene condotto lì dentro e che protegge da sé stesso, o tenta di farlo, chi viene scortato in quel territorio", ha spiegato Colombo. "Un mondo dove la libertà si respira attraverso le pesanti sbarre che arredano ogni finestra e dove risuona un perenne tintinnio di chiavi dorate, che aprono e chiudono porte e cancelli. Allora ti fermi, respiri profondamente e oltrepassi la soglia, lasciando fuori giudizi e pregiudizi e vai oltre le sbarre, dando inizio all'avventura nel pianeta della reclusione forzata".
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Le classi III A e III B del Liceo delle Scienze Umane e II E dell'Istituto Professionale dell'assistenza sanitaria e sociale hanno ascoltato affascinati e interessati le storie di Domenico, Marco e Roberto, che hanno risposto alle loro curiosità senza nascondere l'emozione - scaturita dal ripercorrere gli eventi e le situazioni che hanno compromesso non solo la loro esistenza, ma anche quella delle loro famiglie - e lo hanno fatto con delicatezza e riguardo alla giovane età del loro pubblico. Non si sono tirati indietro neppure quando è stato chiesto loro di raccontare quale reato li avesse "portati" in prigione e come si sentissero, se avessero paura del futuro "fuori". "La paura è fondamentale, ti rende razionale", ha affermato Domenico. "Ti consente di indirizzarti lungo la strada giusta: non è un caso che io abbia sbagliato proprio quando mi sentivo più sicuro di me, quasi onnipotente" ha affermato. È così anche per Marco, "emozionato di trovarsi in una città bella come Lecco, accolto con calore da tante giovani persone, e desideroso di avere presto una nuova opportunità".
"Quando stai in carcere capisci che tutto ciò che prima davi per scontato in realtà ti manca moltissimo", ha raccontato invece Roberto. "Quando uscirò penserò solo ai miei figli, alla mia famiglia, e a lavorare, nonostante i numerosi rimorsi".
Tanta la voglia di riscattarsi, di guardare al futuro e di rientrare nella società civile una volta finito di scontare la propria pena, proprio perché - come hanno ricordato i tre uomini - "A dispetto di ciò che potrebbe pensare, moltissimi detenuti sono disposti a cambiare, a cogliere l'opportunità di un percorso di rieducazione, per un vero reinserimento nella collettività, oltre il carcere e le sue sbarre".

Ed è proprio sulla finalità rieducativa, e non meramente retributiva, della pena che si è espresso il Dottor Enrico Manzi, Presidente della sezione penale del Tribunale di Lecco, unitamente alla Direttrice della Casa Circondariale di Lecco Antonina D'Onofrio. "Permettere ai detenuti di svolgere in carcere un percorso non solo introspettivo, di ravvedimento, ma anche e soprattutto pratico - lavori, laboratori, modi per facilitare un nuovo ingresso in società - permette a chi ha sbagliato di mettersi in gioco e di mantenere vivo l'istinto sociale", ha dichiarato il giudice. "In questo senso, efficace è l'istituto della messa alla prova, che garantisce un tasso di recidiva bassissimo rispetto alla semplice detenzione, assicurando una vera e propria rieducazione del reo".
Secondo la Dottoressa Angelina Quattrocchi, Funzionario Giuridico II Casa di Reclusione di Milano Bollate, basilare è anche educare la collettività a percepire le carceri come "parte integrante della società, non situate ai suoi confini": "Spesso si ha la tendenza a percepire una "frattura" tra detenuti e soggetti liberi: in realtà, anche ai fini preventivi del reato, è utile anzitutto ricordarsi che quando si parla di detenuti si parla di esseri umani che hanno sbagliato e stanno pagando le conseguenze dell'errore compiuto. Solo in questo modo la prigione diventa un "luogo di senso", non limitandosi ad essere il posto della reclusione".
Fondamentali, in questo senso, non solo i laboratori all'interno del carcere, ma anche gli incontri di promozione della legalità all'esterno, specie nelle scuole, affinché si venga a creare un vero e proprio "ponte" che metta in relazione due istituzioni solo in apparenza molto distanti.
Gli studenti della III A e B hanno quindi offerto la loro personale testimonianza a seguito del percorso svoltosi presso il II reparto di Bollate, dove hanno avuto l'opportunità di partecipare a due distinti laboratori artistico-creativi con i detenuti del gruppo di Arteterapia. "Vi siamo grati per averci dato la possibilità di vivere questa esperienza e per aver condiviso con noi, almeno in parte, un po' della vostra vita", hanno affermato alcuni studenti rivolgendosi a Domenico, Marco e Roberto. "Quello dei pregiudizi è troppo spesso un muro, che voi siete stati in grado di sgretolare. Serberemo il vostro ricordo, non come un'unica entità, bensì come ogni singola persona che abbiamo avuto modo di incontrare".
Un ringraziamento particolare per il lavoro svolto da Luisa Colombo e dal "Bertacchi" - e, in particolare, dalle professoresse Rosa Bisanti, referente Centro promozione Legalità per le scuole di Lecco, e Marta Mazzolari - è stato rivolto da Anna Maria Novielli, Presidente Unicef Lecco e dall'Assessore allo Sport con delega alla Legalità del Comune di Lecco Roberto Nigriello. "La società di oggi ha bisogno di conoscere e di riflettere, di aprirsi al prossimo", ha dichiarato quest'ultimo. "Le testimonianze dei detenuti del carcere di Bollate sono un grande esempio di umanità e voglia di rimettersi in pista e meritano di essere divulgate".

Luisa Colombo e Sarajeva Villa

La conferenza si è conclusa con un commovente silenzio, seguito da un lungo applauso, che ha accolto l'intervento di Sarajeva Villa, mamma del giovane Alex Crippa, scomparso lo scorso 23 giugno in un incidente stradale lungo la vecchia Lecco-Ballabio. "Mio figlio e il suo amico hanno sbagliato, ma avrebbero potuto scegliere. Scegliere di non mettersi alla guida, di non bere... A causa della loro decisione, le nostre vite sono cambiate drasticamente, per sempre", ha commentato. "Ogni volta che vi ritroverete a poter prendere una decisione che vi può salvare la vita, pensate. Non agite con leggerezza, perché la vita è una sola e ci vuole davvero poco per rovinarsela, o addirittura per perderla, mentre bisogna sempre celebrarla, come abbiamo cercato di fare, nonostante tutto, donando gli organi del nostro Alex".
M.C.
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