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Scritto Sabato 11 maggio 2019 alle 15:34

Calolzio: un cippo da oggi ricorda Giovanni Ripamonti, ucciso 'dalla cattiveria umana' a Gusen

Il ricordo dell'ultimogenito e della figlia del dr. Zannini
La domanda era stata protocollata nel 2016 da Enrica Bolis e Clara Tacchi - ricercatrici storiche e autrici del libro "A Calolzio è morto l'Arciprete" incentrato sulla figura di don Achille Bolis, massacrato di botte dai nazi-fascisti - supportate da Maria Grazia Ghisleni iscritta all'Aned, l'Associazione Nazionale ex Deportati. Recepita dalla Giunta Valsecchi e lasciata in eredità all'amministrazione Ghezzi, quest'oggi la proposta di rendere omaggio alla memoria di Giovanni Ripamonti, nato a Calco il 2 settembre 1904, morto cremato nel campo di concentramento nazista di Mauthausen - Gusen il 2 marzo 1945, si è concretizzata con la posa di un cippo, nell'area verde tra viale De Gasperi e l'isola pedonale a ridosso del Dancing, al Lavello.
Realizzato - come detto dal sindaco - totalmente grazie all'apporto di volontari, il monumento è una semplice colonna di granito arrecante, sulla sommità, una targa a peritura memoria del sacrifico del compaesano, arrestato in paese dalle SS con l'accusa di prestare aiuto alle formazioni partigiane attive in Val San Martino.

Da sinistra Peppina Zannini, il sindaco Marco Ghezzi e Franco Ripamonti

"Non ha mai avuto la possibilità di chiamarlo papà" ha detto, con la voce rotta da una comprensibile commozione, Franco, il minore dei figli di Giovanni Ripamonti presente alla cerimonia odierna con il fratello Fabio anche in rappresentanza di Carlo e Enrica, la primogenita che oggi ha 86 anni.
Mancavano infatti 15 giorni alla sua nascita quando la madre Piera venne prelevata e, in una cantina, interrogata tutto il giorno dai nazifascisti, convinti di riuscire a estorcerle informazioni sull'attività del marito. "Era un avvertimento" ha raccontato Franco, ricostruendo la sequenza degli avvenimenti che hanno portato poi il padre al viaggio senza ritorno verso Gusen. "Gli venne suggerito di scappare. Ma per lui la famiglia veniva prima di tutto. E' stato arrestato, portato a Milano, poi a Fossoli, poi a Bolzano e infine a Mauthausen".
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A raccontare cosa avvenne durante la prigionia è lo stesso Giovanni in alcune lettere inviate all'amata moglie, cariche di speranza di tornare ad abbracciare lei e i bambini nonché la testimonianza di un tal Giovanni Grasso, calzolaio di Milano, arrivato al campo - celebre per la morte per sfinimento inflitta ai detenuti - due mesi prima della fine della guerra. Sopravvissuto, quest'ultimo ha avuto modo di riferire come il calolziese citasse sempre la sua famiglia e come l'ultima volta che lo vide si stava recando in infermeria, avendo le gambe ingrossate a dismisura rispetto ad un corpo ormai magrissimo. "E' entrato lì dentro e non è mai tornato" ha chiosato il figlio parlando a una nutrita platea di amministratori, membri delle associazioni del paese e giovani, con la presenza dei rappresentanti di tutte le classi dell'Istituto Rota nonché di quattro allievi del corso musicale della scuola Manzoni che hanno allietato la cerimonia proponendo diversi brani e i delegati del consiglio comunale dei ragazzi con il sindaco in carica che ha definito Giovanni Ripamonti come un concittadino "ucciso dalla cattiveria degli uomini", ricordando tutti coloro che, dalla Val San Martino, hanno trovato la morte "perché ebrei o perché lottavano per restituire a tutti la libertà".
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Un messaggio in linea con le - poche - parole spese anche dal primo cittadino Marco Ghezzi, desideroso di lasciare spazio alla famiglia del calolziese, vera protagonista della giornata. "E' importante la memoria" ha detto il borgomastro aggiungendo altresì come sia essenziale però far sì che ciascuno si faccia promotore affinché fatti come quelli ricordati dinnanzi al cippo - benedetto da don Matteo - non si ripetano. E viva testimonianza del dolore arrecato da una guerra divenuta fratricida è stata resa anche da Peppina Zannini, figlia di Oscar, il dottore del paese, arrestato con don Achille Bolis e instradato poi, dopo essere passato per San Vittore e Fossoli, verso Dachau su u carro bestiame.

Lontana dal paese natio da molto tempo, la donna ha voluto ribadire con forza di sentirsi comunque ancora calolziese e di essere orgogliosa delle proprie origini perché "tutta la Valle è stata eroica", ha dichiarato ricordando altresì tutti quei giovani che si ritirarono sulle montagne, dando vita poi alla Resistenza. "I pericoli erano tanti, i nostri papà lo sapevano ma non potevano voltare la testa altrove" ha proseguito, rivolgendosi a Franco Ripamonti. "Chi aveva bisogno di aiuto andava da don Achille o veniva da mio padre. Una notte sono venuti i tedeschi, cercavano carte che non hanno trovato ma hanno portato via papà. Il dolore non è mai finito" ha aggiunto, spiegando come sua madre sia morta senza sapere nemmeno dove il suo Oscar si è effettivamente spento.

"È stata per noi una tragedia immane. Si può vivere felici ma le cose da un momento all'altro si possono rovesciare. Si può essere liberi ma da un momento all'altro si può non esserlo più. Si può essere sazi e ritrovarsi ad avere fame... I nostri genitori non hanno chiesto a nessuno provenienza o religione. Si sono prodigati per tutti. Questo ci hanno lasciato come insegnamento. Tutti voi - ha detto in un altro passaggio del proprio intervento - dovete essere orgogliosi del nostro paese. Vivo fuori da 67 anni. Ma io sono di Calolzio e me ne vanto".
A.M.
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