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Scritto Martedì 11 giugno 2019 alle 16:08

Ballabio: si chiude la vicenda giudiziaria per la morte di Liam. Il GUP decreta il 'non luogo a procedere' per mamma e papà

Il tribunale di Lecco
Nel primo pomeriggio odierno il GUP del Tribunale di Lecco Salvatore Catalano ha decretato il non luogo a procedere nei confronti della mamma e del papà del piccolo Liam, il neonato di Ballabio spirato dopo soli 28 giorni dalla nascita, il 15 ottobre del 2015. Ci sono voluti oltre tre anni per chiudere il “caso”, forse il più delicato tra i fascicoli trattati recentemente dalla Procura chiamata a fare luce in una situazione dove l’unica certezza è, ancora oggi, la morte dello sfortunato bebè la cui brevissima esistenza è stata caratterizzata da due accessi e due successive dimissioni dall’ospedale e un ritorno al Manzoni, a sirene spiegate, nella mattina in cui il suo cuoricino non ha più ripreso a battere lasciando al personale sanitario solo il doloroso compito della constatazione del decesso.
Alla richiesta di non luogo a procedere formulata quest’oggi in Aula dal sostituto procuratore Giulia Angeleri, subentrata alla collega Cinzia Citterio che già in fase d’indagine, per ben due volte, aveva reiterato la richiesta di archiviazione “scontrandosi” con la decisione del dr. Paolo Salvatore di disporre l’imputazione cotta di entrambi i genitori de bambino, si sono associati gli avvocati difensori Luisa Bordeaux e Marco Sangalli, proponenti di quella “super-perizia” i cui risultati hanno posto pilastri rivoluzionari, cambiando le carte in tavola rispetto agli esiti dell’esame autoptico e dei connessi accertamenti affidati ad un primo pool di specialisti, facendo ulteriormente vacillare un quadro accusatorio già in parte nebuloso. Se infatti per il dr. Paolo Tricomi e i colleghi che per primi hanno affrontato il caso, Liam potrebbe essere mancato per un soffocamento meccanico, in sede di incidente probatorio gli anatomopatologi Ezio Fulchieri e Andrea Rossi con la radiologa Rita Celli, hanno collegato l’evento morte ad una polmonite interstiziale all’esordio, non adeguatamente curata, causata da un virus contratto dal piccono quasi sicuramente a casa e non “visto” e dunque trattato dai medici che, al primo e al secondo accesso in ospedale, lo hanno preso in carico.
Nemmeno i super-esperti scelti dal Gup Massimo Mercaldo (nel frattempo trasferito a Como e sostituito dal dr. Salvatore Catalano), però, parrebbero essere riusciti a dissipare tutti i dubbi sulla fine di Liam, nato il 17 settembre 2015 all'ospedale Manzoni di Lecco. Proprio da quella medesima struttura il piccolo era stato dimesso soltanto tre giorni prima del decesso, constatato intorno alle 8 del mattino del 15 ottobre: il ricovero era durato 6 giorni e aveva fatto seguito ad un primo accesso - di appena 48 ore - all'inizio del mese. Parrebbe infatti che il bebè, il primo ottobre sia stato vittima di una caduta accidentale. Rovinato a terra in malo modo sarebbe stato portato in ospedale dai genitori e trattenuto in osservazione fino al 3. A tre giorni di distanza la comparsa di quelli che vengono descritti come "rigonfiamenti" sulla testolina del bambino, avrebbero spinto mamma e papà a tornare al Manzoni per chiedere un ulteriore consulto a cui avrebbe fatto seguito il secondo ricovero, protrattosi - questa volta - più giorni, fino al 12. Il 15, del tutto inatteso, nella modesta ma accogliente abitazione di famiglia a Ballabio Superiore, l'ultimo respiro esalato probabilmente prima ancora che la sua mamma gli si avvicinasse pronta ad allattarlo, di buon mattino, al termine di una silenziosa agonia.
Restano "nebulose" - secondo quando trapelato dopo l’udienza dello scorso 6 maggio -  le cause delle fratture bilaterali rilevate alla testolina del bimbo, le quali sarebbero comunque secondo i periti non dovute ad una causa accidentale e quindi apparentemente in contrasto con quanto affermato dalla madre (che sostiene il bimbo le sia scivolato mentre lo teneva in braccio); in merito a queste fratture al cranio sarebbe per i tre esperti impossibile da verificare quando si siano formate anche se più probabilmente le stesse, hanno detto i tre, potrebbero essersi originate tra il primo e il secondo ricovero in ospedale. Impossibile dunque per la Procura, in un quadro del genere, ricondurre la responsabilità dell’accaduto ad uno dei due imputati (genitori di un’altra bambina, rappresentata in Aula dall’avvocato Grazia Corti) o a un soggetto terzo, oltre ogni ragionevole dubbio. Da qui la richiesta di non luogo a procedere, avallata dal giudice.
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