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Scritto Venerdì 27 febbraio 2015 alle 18:10

La deriva della Provincia di Lecco ridotta a un ufficio di collocamento. Flavio Polano, presidente eletto da amici è il curatore fallimentare

Marco Calvetti
E’ avvilente assistere al declino irreversibile della Provincia. Il povero Flavio Polano, presidente eletto dagli amministratori e, senza colpe, è diventato il curatore fallimentare di un ente ridotto alla stregua di un ufficio di collocamento. Di che altro si parla a Villa Locatelli, negli ultimi mesi, se non di posti di  lavoro e persino di esodati? Il rammarico cresce in chi come me, a vario titolo, ha partecipato alle battaglie ventennali per conquistare l’autonomia da Como. Lecco portò a casa novanta comuni nel segno di una peculiarità socioeconomica riconosciuta a tutti i livelli. Da Lecco a Milano a Roma fu un unico coro per accompagnare un processo condiviso con altre realtà come Rimini, Prato, Lodi. Poi a dire il vero su questa scia si moltiplicarono le provincie, più sulla spinta di rivendicazioni clientelari e campanilistiche che in nome  di una reale esigenza  di autonomia.
Non siamo tra quelli che ritenevano le attuali provincie un totem, anzi ne vedevano  il superamento e l’obsolescenza, come Ugo La Malfa etichettava, già negli anni settanta, l’inadeguatezza dell’ente intermedio.  Ma c’è modo e modo. E’ intollerabile che un organismo fresco di età, appena maggiorenne, come recita la carta d’identità della provincia di Lecco, sia inghiottita da questioni e preoccupazioni occupazionali, di solito di competenza del sindacato.  Per tacere dell’elefantiaco apparato istituzionale che ha accompagnato la nascita delle provincie e che ora si ritrova a fare i conti con palazzi vuoti e personale da collocare.
E quando non si parla di mobilità o del futuro incerto dei dipendenti, il discorso scivola inevitabile sulle scuole che presto resteranno senza riscaldamento. Se vado a rileggere le pagine che motivavano l’istituzione di Lecco provincia e la paragono all’odierna miseria mi cascano le braccia perché è come studiare Dante e Petrarca  e poi ritrovarsi tra le mani qualche romanzetto pronto per lo Strega. O peggio coltivare l’illusione di appartenere a un territorio riconosciuto per il suo patrimonio ambientale e produttivo e accorgersi che oltre i ponti, siamo terra di nessuno.  Dietro l’angolo, tra l’altro, rischia di maturare una prospettiva beffarda, cioè il ritorno sotto l’egemonia comasca. Potremo rivendicare una nuova targa di riconoscimento: invece dell’ormai bandita LC, vedrei bene un CM. Cioè cornuti e mazziati.
Marco Calvetti
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