Scritto Mercoledý 12 giugno 2019 alle 08:01

Lecco: don Davide porta in città, al Cenacolo, Sulla mia pelle. Il film su 'quel drogato di merda' commentato dal suo regista

"L'uomo ha sempre un dignità. Sia uno spacciatore, l'ultimo dei barboni o il Papa. Un uomo è sempre un uomo": partiamo dall'ultima, scontata - ma nemmeno così tanto - affermazione di don Davide Milani per raccontare la serata che lunedì la città di Lecco o meglio la comunità parrocchiale locale, stante l'assenza in sala di esponenti delle Istituzioni, ha voluto dedicare a Stefano Cucchi, proiettando al Cenacolo Francescano la pellicola "Sulla mia pelle", alla presenza del regista Alessio Cremonini intervenuto prima e dopo la visione del film per sottoporsi alle domande introduttive del prevosto e a quelle "di restituzione" del pubblico.

La locandina del film

Pluripremiata, la pellicola, racconta, come recita anche il sottotitolo, gli ultimi sette giorni del geometra romano morto a 31 anni all'ospedale Sandro Pertini mentre era in stato di detenzione e della settimana che ha cambiato per sempre la vita della sua famiglia. Senza voler fare però di Stefano Cucchi un martire, come spiegato fin da subito da Cremonini alla non particolarmente nutrita ma decisamente attenta platea lecchese. "Non ha girato questo film nemmeno per fare propaganda verso Ilaria Cucchi ma per raccontare la storia di un nostro concittadino che entra vivo in un processo giudiziario in quanto - giustamente - arrestato perché trovato con della droga e ne esce morto". Senza romanzare. Senza calcare la mano con il sentimentalismo. Tutt'altro.

Don Davide Milani, prevosto di Lecco. Sotto il regista Alessio Cremonini

"L'orribile vicenda" è narrata con quel rigore che la rende ancor più agghiacciante. E coinvolgente nella sua crudezza. Pur essendo infatti - come evidenziato da don Davide, a titolo in quanto, come noto, Presidente della Fondazione Ente dello Spettacolo - una pellicola parte di quella cinematografia impegnata non meramente "estetica" - "Sulla mia pelle", che ha avuto indubbiamente un certo peso nel far riaprire il caso dopo le prime assoluzione, "non prende una parte, non esprime una posizione precostituita". "Abbiamo incontrato Ilaria (la sorella di Cucchi) e Fabio Anselmi (l'avvocato che la segue) molte volte ma per farci raccontare il privato di Stefano, quell'aspetto che nei verbali non c'è. Per tutto il resto ci siamo attenuti alle carte. Il PM del resto ha un potere coercitivo che il registra non ha: a noi tutti avrebbero potuto mentire, nel farlo davanti agli inquirenti si incappa nel reato di falso. Ci siamo fidati e affidati a quei verbali a cui la Giustizia e quindi tutti noi ci affidiamo" ha argomentato Cremonini, riuscito ad essere premiato dai cattolici come dagli atei razionalisti, in una sorta di "compromesso storico" attorno ad una storia vera che, di fatto, avrebbe potuto riguardare ciascuno di noi, come confermato anche da un noto professore lecchese che, al termine della serata, ha "confessato" di essere stato sottoposto a fermo di polizia per aver battibeccato con delle divise dopo aver scattato una foto durante una "retata" notturna con coinvolti dei senzatetto.

La scena finale

E non sono mancati, dopo i titoli di coda a chiusura del racconto della via crucis di Stefano - titolo originario della sceneggiatura, condiviso anche dal prevosto - diversi altri spunti da parte del pubblico, sollecitati dal giornalista Gigi Riva. C'è chi si è soffermato sull'isolamento patito, anche da cadavere, dal 31enne, chi sul ruolo del giudice e chi, come l'avvocato Marilena Guglielmana, sull'assenza di un avvocato al fianco dell'arrestato, seppur richiesto dallo stesso anche dal letto del Pertini. Ma a colpire, forse più di ogni altra cosa, è stato innanzitutto quel senso di distacco che sembra accumunare i personaggi che, per ragioni diverse, si sono trovati a interloquire, tra la notte dell'arresto e il giorno della morte, con un Cucchi livido, emaciato, deperito nel corpo e nell'animo, impossibilitato nel fidarsi e pronto, come un bambino, a nascondersi sotto un lenzuolo pur di non mostrare quel volto con una verità scritta in faccia. "In 90 minuti abbiamo proposto un riassunto delle 140 persone che in una settimana hanno incontrato Stefano. 140 persone come noi, non più buone o più cattive" ha detto il regista, ribadendo come evidentemente qualcuno dinnanzi a quel ragazzo ha preferito non farsi domande, girarsi dall'altra parte. O forse ancora ha ritenuto "normale" ciò che "normale" non dovrebbe essere? "L'unico che assurge al ruolo non dell'eroe ma del cittadino è il medico del carcere che lo manda al Pertini. E per trasferirlo ci mettono 4 ore, 4 ore per compiere un percorso di 50 metri. Quel medico ha subito una relazione di servizio per essersi lamentato dell'attesa patita da Cucchi. Quel medico non ha più lavorato a Regina Coeli...".

Ilaria Cucchi con la foto del fratello cadavere

E a quel qualcuno che dalla platea ha parlato di un triste individualismo, di un mondo che cammina a occhi bassi, Cremonini ha chiesto e si è chiesto con fermezza "ma non lo tratterei così anch'io un drogato di merda?" ricordando, per dare forza al proprio interrogativo, come Ilaria sia stata costretta alla scelta oscena di mostrare l'immagine della salma del fratello per essere creduta, nel suo calvario verso l'affermazione della verità. "Io come cittadino dovevo tutelare Cucchi con le mie scelte. E non l'ho fatto" ha rimarcato l'autore del film, senza voler trascendere nel politico ma rammentando come quello di Stefano sia solo un caso (termine questo, invece, non condiviso dal prevosto perché "esistono le persone, non i casi") tra i tanti che non hanno fatto clamore. "La sua storia è però un atroce bignami del nostro mondo carcerario", un sistema che forse ha davvero dimenticato la chiosa - scontata ma nemmeno così tanto - di don Davide, basata sulla pietas cristiana ma anche sulla Costituzione, come dichiarato, in chiusura, da Cremonini. Applausi. Amari.
A.M.
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