Scritto Domenica 11 ottobre 2020 alle 08:37

SCAFFALE LECCHESE/16: inizia a Limonta la storia di Marco Visconti scritta da Tommaso Grossi

«Limonta è una terricciuola presso che ascosa tra i castagni...».Dove l'abbiamo già sentita? Sarà poi la suggestione, l'istinto deformato a cercare per forza echi manzoniani, ma indubbiamente l'incipit ci evoca un passo ben noto: «E' Pescarenico una terricciuola...», "I promessi sposi", capitolo quarto. La grafia (terricciuola) era proprio così nella prima edizione del 1828 che sarà poi quella letta da Tommaso Grossi che nel 1834 pubblicò il "Marco Visconti".

A destra Tommaso Grossi

Inevitabile, del resto, avvertir le frequentazioni manzoniane in questo romanzo. Storico, per giunta. Non foss'altro perché, grande amico del don Lisander, ne era in quel periodo ospite: ai visitatori di via Morone a Milano viene ancora oggi mostrata la sua stanzetta al piano terreno.
Ne avranno pure accennato e discusso, i due amici, di quanto scrivevano l'uno e l'altro. Lo stesso Grossi riconosce il debito nella dedica: «Ad Alessandro Manzoni, colla riverenza di un discepolo, con l'amore di un fratello, candidamente offre l‘autore».
Soprattutto, però, in quegli anni il Gran Lombardo detta la linea, imprime l nuova piega alla letteratura italiana: la svecchia, la apre alla modernità. Paradossalmente, voltandosi indietro e coltivando il genere del romanzo storico. Era poi, quella, epoca romantica, con tutto il trovarobato medievale che sappiamo.
Tommaso Grossi, dunque, nato nel 1790 a Bellano, paese che lo celebra con una statua pensierosa (alla quale però il pittore Giancarlo Vitali riuscì a far volgere la testa verso un albero della cuccagna nella bolgia di una sagra paesana). Laureatosi in giurisprudenza nel 1810, alle carte tribunalizie e notarili preferì quelle letterarie per le quali si trovò in più occasioni a stringer la cinghia. Morirà nel 1853.

La copertina della prima (a destra) e della seconda edizione

"Marco Visconti, storia del Trecento cavata dalle cronache di quel tempo" - questo, il titolo completo del romanzo - è ambientato in uno dei tanti, tantissimi periodi torbidi della storia italiana e, in questo caso, milanese. E' finito con l'essere considerato un romanzo della letteratura minore dell'Ottocento ed è quasi dimenticato. Eppure, ha avuto i suoi momenti di gloria. Nell'Ottocento riscosse un discreto successo di vendite. Tra i suoi lettori anche Giuseppe Mazzini che lo classificò tra i migliori romanzi dell'epoca («pieno, formicolante di cose belle») e che ne prese spunto per un lungo articolo su un giornale inglese teso però a negare la possibilità, in Italia, di un romanzo storico essendo gli scrittori costretti all'autocensura per non indispettire gli occupanti della Penisola. Come si sa, Milano in quel periodo ara ancora governata da Vienna.
«Povero Grossi! mi son detto - scriveva Mazzini -. Quante impossibilità in questo lavoro di armonizzazione tra il concepimento artistico e le formole storiche di una data epoca! Io non conosco Grossi se non per le sue opere. Ha pianto molto. Non ha cantato altro che la sciagura e l'amore. Deve amar la patria sua, la sua patria sì bella e sì disgraziata e immagino tutto ciò che ha dovuto soffrire nella serie di lotte che ha dovuto attraversare la sua immaginazione infiammata dal momento in cui si è detto: "scriverò un romanzo storico", sino a quando ha deposto la penna esclamando: "è fatta".» Ma «ha dovuto, su quella terra lombarda, saltare d'un balzo dal dodicesimo al quattordicesimo secolo....». E allora «se la mia voce potesse farsi ascoltare dall'autore del "Marco Visconti", gli direi: il romanzo storico, come il dramma, è impossibile in questo momento nella terra in cui vivi; scrivi di fantasia».

Pure nel Novecento, il "Marco Visconti" ebbe i suoi riconoscimenti. Le nuove edizioni, naturalmente. Inoltre, nel 1941 divenne un film per la regia di Mario Bonnard e nel 1975 uno sceneggiato televisivo iretto da Anton Giulio Majiano con tanto di colonna sonora cantata da Herber Pagani e diventata un disco.
Marco Visconti è personaggio reale: figlio di Matteo, fu un grande condottiero nell'epoca in cui infuriava la guerra tra Guelfi e Ghibelini, c'erano due papi e volavano scomuniche, c'era l'imperatore tedesco che scendeva in Italia, c'era lo Stato milanese a rischio. Tentò, senza riuscirci di liberarsi del fratello Gian Galeazzo nel governo di Milano e successivamente congiurò contro il nipote Azzone (proprio lui, quello del lecchese Ponte Vecchio) finendo ucciso e scaraventato da una finestra.
Grossi ne descrive i volteggi politici e diplomatici, le imprese militari, le crudeltà e poi vi ricama attorno una storia d'amore che è più storia di prepotenza, di diritti del più forte: tragedie, tradimenti, matrimoni impediti, una promessa sposa rapita, servi fedeli fin troppo zelanti, una notte di pentimento. Insomma, ingredienti ben noti, vien da dire.

Qui la facciamo breve, per non rovinarvi la lettura. C'è una donna che dovrebbe sposare un cavaliere - Ottorino - per il quale però lo stesso Visconti avrebbe già disposto un matrimonio d'interesse. Ma il problema non sta in questo, bensì nell'incontro casuale del Visconti con la giovane per la quale perde la testa, come molti anni prima la perse per la stessa madre di lei. E già questo è un bell'osare per il Grossi, questo lavorio psicologico della madre rivista nella figlia e di una passione che si riaccende. Lasciamo che ve la racconti lo stesso scrittore bellanese.
La storia comincia appunto da Limonta, la popolazione è in rivolta, il parroco non può più officiare perché si è messo dalla parte sbagliata e un altro prete ha smesso la veste talare per reinventarsi giullare di piazza in cambio di qualche sorsata di vino. C'è un duello per decidere le sorti di una comunità, ci sono giudici e soldati. D'attorno, il popolo minuto, gli umili, il cui destino è legato alle sorti di quel duello, legato come sempre alle guerre dei potenti.
La trama si incardina sulle vicende della famiglia del conte del Balzo, signore appunto delle terre di Limonta e padre di Bice, la giovane che dovrebbe sposare Ottorino e che diventa l'ossessione di Marco Visconti.
Grossi sa usare la penna. Usa e dosa le diverse tinte del raccontare: dai momenti drammatici a quelli di tenerezza, dal tragico all'ilare. Imperdibile, per esempio, la descrizione dell'epoca cavalleresca, tra dame amate e tornei: «A tanto era venuta crescendo nei cavalieri la pazzia, la febbre, la rabbia dell'amore, e la picca di non la voler ceder d'un dito su questo particolare a nessuno, che non era cosa rara di trovare qualche balocco tutto vestito di ferro, esso e il cavallo, andar girone d'uno in un altro paese, d'una in un'altra corte, disfidando in battaglia ogni cavaliere...: bietolone senza sale, che per quel sugo gettava da cavallo, storpiava, ammazzava altri bietoloni suoi pari» fin quando non avesse incontrato qualcuno più forte di lui deciso a far «l'opera pia di cavargli il pazzo dal capo, mandandolo a rincalzare i cavoli». E ce n'è anche per i poeti dell'amor cortese che «innondarono per tanti anni l'Italia di sonetti e di canzoni sugli occhi, sulla bocca, sul piede, sulla mano, sulle chiome e che so io, di tante tiranne tutte una più bella dell'altra».
Sull'intero romanzo grava comunque un'aria cupa che il finale non dissolve, anzi. Non c'è lieto finale e non c'è nemmeno quel rassenerarsi dell'orizzonte che apre l'animo alla speranza. Per quanto anche in Grossi vi sia un afflato religioso e un richiamo alla Provvidenza.

Gli ultimi capoversi sono dedicati a uno dei malvagi che la fa franca, sfugge la vendetta e si vende a molti altri padroni differenti, muore «vecchissimo, di suo male» e viene sepolto in pompa magna.
«Cose dico, - conclude Grossi - che a prima giunta fanno rabbia. Però, chi appena ci badi, vien tosto in mente che, se la Provvidenza le ha fatte riuscire in quel modo, avrà avuto le sue ragioni: e si trova che questo voler vedere ognuno pagato in questo mondo conforme pare a noi che il suo merito porti, è impazienza, leggerezza, presunzione, e peggio; è un supporre d'aver noi più discernimento di Chi ce l'ha dato: è un dimenticar che quaggiù le partite si piantano, ma si saldano altrove».
Dario Cercek
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