Scritto Sabato 15 maggio 2021 alle 17:10

Crac di Banca Etruria: chiesta la condanna dei 24 imputati, un anno e mezzo per il lecchese Bonaiti


La sentenza è attesa per il mese di settembre. Si avvia al termine, a Arezzo, il "maxi-processo" per il crac di Banca Etruria. 24 gli imputati dopo l'uscita di scena, già in udienza preliminare, nel gennaio di due anni fa, di due big quali l'ex presidente Giuseppe Fornasari e dell'ex direttore generale Luca Bronchi: 5 anni la pena irrogata nei loro confronti dal GUP Giampiero Borraccia, al netto dello sconto concesso per il rito. Ed ancora, hanno già definito in quella sede la loro posizione, altri due componenti dei diversi cda che si sono alternati alla testa dell'Istituto: l'ex vice presidente Alfredo Berni (2 anni) e Rossano Soldini (un anno) con quest'ultimo che, a differenza degli altri tre, rispondeva di bancarotta semplice e non di bancarotta fraudolenta.
Giovedì, dichiarata chiusa la lunga e corposa istruttoria, i PM Julia Maggiore e Angela Masiello hanno chiesto la condanna per tutti i 24 imputati. Tra loro anche il lecchese Alberto Bonaiti. Un anno e sei mesi: questa la pena che la Procura aretina vorrebbe venisse irrogata a suo carico. Una delle più basse, partendo dai 6 anni e 6 mesi suggeriti per Alberto Rigotti, scalando ai 5 anni e 4 mesi chiesti per Giorgio Guerrini e Federico Baiocchi De Silvestri; 4 anni per Giovanni Inghirami, già vice presidente e Augusto Federici. Per l'ultimo presidente prima del commissariamento, Lorenzo Rosi, sono stati chiesti 3 anni e mezzo. E così via, fino ad arrivare ad un minino di un anno.
Già numero uno di Banca Lecchese poi assorbita da Etruria, l'avvocato Bonaiti ha fatto parte del penultimo consiglio di amministrazione dell'Istituto di Arezzo. Alla notifica dell'avviso di garanzia, nel dicembre 2016, lo stesso professionista - classe 1962 - aveva precisato come il proprio coinvolgimento nella vicenda è legato all'approvazione collegiale di alcune delibere risalenti al periodo 2008-2011, finite all'attenzione degli inquirenti. Nello specifico, nella sua qualità di ex amministratore privo di delega - e dunque non parte di quel "direttorio" che a detta della Procura avrebbe preso le decisioni poi portate in cda per la mera ratifica - al lecchese erano inizialmente contestati 5 presunti fatti di bancarotta fraudolenta, poi derubricata a bancarotta semplice già prima dell'udienza preliminare. Assistito dal collega Stefano Pelizzari, aveva ottenuto dal GUP l'assoluzione in relazione ad un episodio venendo di fatto rinviato a giudizio per tre pratiche di finanziamento, la più sostanziosa delle quali vagliata non solo da Etruria ma anche da un pool di altre 13 banche senza far scattare campanelli d'allarme.
Tra i testi portati in Aula dalla difesa, nel corso del processo, anche Salvatore Maccarone, presidente del Fondo interbancario di tutela dei depositi. Fu proprio il mancato intervento del Fondo a contribuire alla risoluzione di Banca Etruria, che nel 2015 condivise lo stesso destino con Banca Marche, Carichieti e Cariferrara. L'avvocato Pelizzari ha rinunciato invece all'escussione di Pierluigi Boschi, papà dell'ex ministro Maria Elena, non presentatosi in Aula  lo scorso marzo. Del resto, l'ex vice presidente dell'istituto di credito aretino, aveva già preventivamente preannunciato l'intenzione di avvalersi della facoltà di non rispondere in quanto imputato in un procedimento collegato. Boschi è, infatti, a processo per le cosiddette consulenze d'oro di Banca Etruria, con fascicolo ancora aperto sempre davanti al Tribunale di Arezzo.
Tornando al crac, hanno già rassegnato le loro conclusioni anche i legali delle parti civili. Nelle prossime settimane toccherà alle difese. La sentenza - come detto - è prevista dopo l'estate come annunciato dal presidente del Tribunale Gianni Fruganti.
A.M.
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