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Scritto Mercoledì 15 marzo 2017 alle 17:57

Poste Italiane: nel lecchese persi 100 posti di lavoro in 4 anni, presidio in Via Dante 

Un presidio per protestare contro una riorganizzazione del lavoro che non garantisce la qualità dei servizi al pubblico e la crescente cessione di quote azionarie sul mercato e per denunciare la grave carenza di organico a fronte di nuovi compiti affidati a portalettere e impiegati.

Fabio Gerosa e Ciro Nigriello

Lo hanno promosso nel pomeriggio di oggi, di fronte alla sede di Viale Dante Alighieri di Lecco di Poste Italiane, i referenti sindacali che da mesi denunciano una situazione divenuta ormai insostenibile in città e nell’intero territorio lecchese. Affiancati da alcuni dipendenti, hanno distribuito volantini ai passanti per illustrare le motivazioni di un disagio vissuto quotidianamente da chi lavora negli uffici e lungo le strade, che si ripercuote sull’utenza con ritardi nella consegna.
“In Provincia di Lecco sono 550 i dipendenti tra sportellisti, portalettere, impiegati che lavorano negli uffici e responsabili di filiale” ha spiegato Antonio Pacifico, segretario Cisl Poste. “Negli ultimi 4 anni un centinaio di posti di lavoro sono andati persi. Mancano una quarantina di sportellisti, chi c’è viene spostato da una sede all’altra o concentrato negli uffici “vetrina” come questo in cui si lavora sul doppio turno e vengono chiesti anche gli straordinari” ha spiegato il sindacalista. “Anche i portalettere sono costretti a lavorare su più comuni, ad esempio chi deve garantire il servizio “plus”. Il confronto con l’azienda non è risolutivo, il contratto è scaduto e la proposta presentata la scorsa settimana per il rinnovo risulta per noi inaccettabile. Eppure continuano a trasmettere l’immagine rassicurante di una realtà “dal volto umano””.

Alcuni dipendenti

Giusy Di Marco e Antonio Pacifico

Ciro Nigriello, portalettere in città dal 1981, ha vissuto in prima persona i cambiamenti (in negativo) nella riorganizzazione del lavoro. “Prima su 36 zone di recapito c’erano 36 postini e altri 8 di scorta, poi con la scusa che l’avvento di Internet avrebbe diminuito il lavoro hanno continuato a tagliare sul personale e oggi passiamo a giorni alterni. Ma l’impegno non è calato, anzi si sono aggiunti altri servizi come la consegna dei pacchi Amazon e le notifiche Equitalia, mentre i mezzi a nostra disposizione (dai motorini alle vetture, ma anche i tablet in dotazione) sono ormai obsoleti. Ci hanno poi modificato gli orari di lavoro senza motivi: prima iniziavamo alle 7.00, ora alle 8.30 e tra lo smistamento della posta – ancora in carico in gran parte a noi – e la consegna capita che arriviamo in uffici e aziende all’orario di pranzo quando sono chiuse. Avvocati e liberi professionisti giustamente si lamentano”.
Ma non è solo la consegna di buste e pacchi a soffrire di questa situazione. “Non viene assunto personale in numero adeguato in relazione ai pensionamenti, i dipendenti vengono spostati tra le sedi e sempre più subiscono il “pressing” – con la verifica sistematica degli obiettivi da raggiungere – per attività più legate ad una banca o ad una compagnia di telefonia, con tutti i rischi del caso (ad esempio di incorrere in rapine)” ha sottolineato Gerosa.

Un aspetto, questo, ribadito da Giusy Di Marco (Lecco Confsal) che ha spiegato come tra i problemi maggiori vi sia la crescente privatizzazione di Poste Italiane. “Vogliamo che la situazione si sblocchi, è impensabile che l’azienda prosegua da sola senza darci retta. Risultano gravi inadempienze nell’organizzazione del lavoro, ha progettato l’impiego “a tavolino” e in questo modo la consegna quotidiana della posta non è più assicurata. Vogliamo che torni tale e che ai lavoratori venga garantito di poter operare in sicurezza”.
“L’obiettivo dell’azienda sembra essere quello di “fare budget” svendendo i servizi, a discapito dei dipendenti che sono i veri fautori degli utili milionari ottenuti finora” le ha fatto eco Vincenzo Alessi di Failp-Cisal.
“Sono in servizio da 7 anni nella zona di Missaglia, il lavoro da tempo è peggiorato: è un caos totale” ha spiegato Emilio, portalettere lecchese. “Lasciano a casa le persone ma l’impegno non diminuisce, anzi. Ovvio che poi tutto si riversa sull’utenza”.

Tra i tanti problemi per i postini lecchesi c’è anche quello della postepay “lunch”, sorta di carta di credito utilizzabile – teoricamente – al pari dei ticket cartacei per pranzare o fare la spesa. “Peccato che nessuno li accetti; entro marzo la mia tessera scade e i 300 € caricati non so dove finiranno” ha spiegato Nigriello.
Dal 13 marzo al 12 aprile è stato proclamato lo sciopero generale con astensione per un mese dagli straordinari in Poste Italiane, un’ulteriore presa di posizione contro una situazione che non sembra accennare a migliorare.
R.R.
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