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Scritto Venerdì 12 maggio 2017 alle 05:51

Calolzio: chiuse le indagini sul crac della Trafileria del Lario. Le 'contestazioni' vertono su un immobile, fatture e imposte

La sede della Trafileria del Lario a Calolzio in un'immagine d'archivio
scattata durante uno dei picchetti dei lavoratori
Goduto anche il “semestre” d’indagine aggiuntivo, chiesto e ottenuto, la Procura della Repubblica di Lecco ha chiuso nei giorni scorsi l’attività investigativa – delegata al Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Lecco, con accertamenti disposti anche fuori provincia – in relazione al crac della Trafileria del Lario di Calolziocorte, dichiarata fallita dal Tribunale di Lecco nel settembre del 2014 ma con sentenza poi appellata e ricorso in Cassazione prossimo ad essere discusso già tra qualche settimana.  Un passaggio, quest’ultimo, fondamentale in nome del “principio” no fallimento-no bancarotta. Come già ampiamente sviscerato nei mesi scorsi, al centro dell’attenzione dei due sostituti procuratori titolari dell’inchiesta, vi sarebbero infatti più episodi di bancarotta patrimoniale dolosa contestati, in concorso tra loro, alla parlamentare forzista Michela Vittoria Brambilla (indicata quale supposto amministratore di fatto), al padre Vittorio (già presidente del Cda dell’impresa di famiglia, a lungo denominata Trafileria Brambilla), al cognato Nicola Vaccani (liquidatore della società), al cugino Alessandro Valsecchi (amministratore delegato) nonché ai tre membri del collegio sindacale, i piemontesi Francesco Ercole (presidente), Mario Ercole e Aida Tia.
Tre i profili sui quali i magistrati hanno cercato di fare luce a cominciare dall’ipotizzata presentazione sistematica di false fatture a più istituti bancari che avrebbero così anticipato alla società i crediti ivi indicati per circa 15 milioni di euro, tra il settembre del 2012 e l’inizio del maggio 2013 nonché dalla supposta sopravvalutazione – nell’anno 2010 - di un complesso immobiliare (a Calolziocorte) di proprietà di una società poi incorporata nella Trafileria. Da ultimo i pubblici ministeri ritengono che gli indagati, a vario titolo, possano aver concorso ad aggravare l’esposizione debitoria dell’impresa nei confronti dell’Erario, omettendo il versamento di imposta per cifre ragguardevoli. A Michela Vittoria Brambilla, Vaccani e Valsecchi verrebbe così ricondotto l’omesso versamento di Iva, per l’anno 2011, per il quale Vittorio Brambilla è già stato condannato, l’estate scorsa, in primo grado dal giudice lecchese Maria Chiara Arrighi a un anno e quattro mesi di reclusione, con sequestro per equivalente di 1.472.529 euro. Alla parlamentare e al cognato, poi, verrebbe addossato anche l’ipotizzato omesso versamento di ritenute dovute o certificate per l’anno 2012 per un importo pari a circa 488.000 euro. Tale accusa è già stata formulata anche nei confronti del patron della Trafileria, con fascicolo assegnato al got Guido Lomacci al cui cospetto il processo stenta a decollare: tre i rinvii disposti, uno dopo l’altro, negli ultimi mesi con la causa aggiornata al prossimo 25 maggio per la sola verifica dell’avvenuta (o meno) adesione del curatore fallimentare alla così detta "rottamazione delle cartelle", adesione che estinguerebbe di conseguenza il reato.
Scoperte le carte della Procura, ora la palla passa ai legali dei sette indagati che, dalla notifica del 415 bis, hanno venti giorni per fare le proprie mosse prima che il “boccino” torni nelle mani dei due sostituti procuratori che potranno proporre il rinvio a giudizio o l’archiviazione. Sempre che la Cassazione non “scombussoli” il gioco delle parti.
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A.M.
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