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Scritto Martedì 17 ottobre 2017 alle 21:12

Crack della 'Trafileria del Lario': Michela Vittoria Briambilla è diventata mamma, rinviata l'udienza preliminare. Azione civile della curatela: chiede 27 mil. anche alle banche

Michela Vittoria Brambilla e il padre Vittorio in azienda
L'udienza odierna è durata - come da previsioni - giusto una manciata di minuti: Michela Vittoria Brambilla, neomamma di Leonardo, il suo terzogenito venuto alla luce il 13 ottobre in una clinica milanese, non potendo presenziare - per "legittimo impedimento" - alla seduta calendarizzata per quest'oggi ha chiesto, tramite i propri legali, il differimento della stessa ad altra data: il gup del Tribunale di Lecco Massimo Mercaldo, accogliendo la richiesta, ha rinviato la causa al prossimo 23 gennaio, per i medesimi incombenti ovvero la decisione circa la "sorte" dell'ex ministro al Turismo del Governo Berlusconi e di altri sei soggetti chiamati a rispondere, a vario titolo, in relazione al "crack" della Trafileria del Lario spa in liquidazione, dichiarata fallita nel settembre del 2014, con sentenza poi "appellata" e passata in giudicato solo dopo la pronuncia della Cassazione dello scorso giugno. Si tratta nel dettaglio del padre della forzista, l'imprenditore Vittorio Brambilla, di Nicola Vaccani (liquidatore della società) e di Alessandro Valsecchi (amministratore delegato) nonché di tre membri del collegio sindacale, i piemontesi Francesco Ercole (presidente), Mario Ercole e Aida Tia. La pubblica accusa è sostenuta invece dal sostituto procuratore Nicola Pretori con il quale, i legali della forzista - ritenuta essere, dagli inquirenti, l'amministratore di fatto dell'impresa di famiglia con sede in Calolzio - parrebbero aver intavolato trattative per arrivare ad un accordo in relazione alla quantificazione dell'eventuale risarcimento da corrispondere alla curatela, condizione base per poi poter adire - se lo si ritenesse opportuno - a riti alternativi come il patteggiamento, chiudendo dunque la partita senza arrivare a dibattimento e soprattutto "contenendo" l'eventuale pena sotto i due anni, condizione questa necessaria per poter permettere alla parlamentare di essere rieleggibile, sempre che non opti invece - in caso di rinvio a giudizio - per il dibattimento, respingendo in Aula ogni addebito.
Una protesta dei lavoratori davanti ai cancelli dell'azienda prima del fallimento
Non si costituirà invece, in ogni caso, parte civile l'avvocato Carlo Galli, nominato dal curatore fallimentare Luigi Bolis. Ha infatti optato per esercitare l'azione civile intentando causa dinnanzi il Tribunale delle imprese, avanzando una pretesa risarcitoria a sei zeri: 27 milioni infatti la cifra richiesta, in solido, non solo agli attuali sette imputati in sede penale ma anche a tre banche che - sempre stando all'impianto accusatorio ancora tutto da provare - avrebbero anticipato credito alla Trafileria del Lario a fronte dell'esposizione di fatture quantomeno "dubbie". Tale somma parrebbe essere, in parole povere, la differenza tra l'attivo patrimoniale al momento del fallimento e l'attivo patrimoniale al momento in cui l'impresa avrebbe dovuto (ci si passi il termine volgare) portare d'iniziativa i libri in Tribunale. Una causa questa che chiaramente viaggerà su binari paralleli rispetto a quella approdata invece quest'oggi all'attenzione del dr. Mercaldo, incentrata sugli ipotizzati risvolti penali del "crack" dell'impresa calolziese, di fatto continuazione delle storiche "Trafilerie Brambilla". Non si esclude che, già a gennaio, le strade dei sette imputati possano dividersi. Queste, a seguire, le accuse al momento mosse nei loro confronti.
Il sostituto procuratore Nicola Preteroti
Il primo episodio di bancarotta per cui sono imputati amministratori e sindaci risale al 2010 quando la Trafileria del Lario acquistò le quote della Brava Srl, una società con gli stessi soci della prima. Il prezzo dell'operazione venne indicato in 6 milioni e 200mila euro, superiore di circa 4 milioni al reale valore stimato dalla Procura. A determinare un valore così alto fu la qualificazione del complesso immobiliare di Calolzio, in pancia alla Brava che, pur essendo in leasing sarebbe stato fatto passare come bene di proprietà. Una svista marchiana e un grosso danno per la società, ritiene il PM. A completare il quadro c'è una stima particolarmente favorevole di un professionista lecchese che non risulta però indagato che avrebbe prezzato gli immobili quasi 16 milioni, anziché 12. Infine, solo quattro mesi dopo aver comprato le quote della Brava, la Trafileria la fondeva per incorporazione. In tal modo sarebbero state coperte le perdite del bilancio del 2010, evitando così la procedura per la riduzione del capitale e proseguendo l'attività d'impresa ma aggravando inesorabilmente il dissesto. Secondo la Procura i sindaci non avrebbero evidenziato i rischi dell'operazione e men che meno segnalato che la società acquistata utilizzava il complesso immobiliare in virtù di un contratto di leasing e non era per nulla proprietaria. Dimenticanze gravi secondo la ricostruzione del dr. Preteroti tanto da arrivare a contestare anche nei loro confronti l'ipotesi di reato di bancarotta fraudolenta in concorso con i Brambilla, Vaccani e Valsecchi.  
Un secondo fatto di bancarotta ruota intorno a presunte fatture false. Circa 280, per un totale di 15 milioni di euro. La maggior parte sarebbe stata registrata in contabilità, presentata alle banche per gli anticipi, e poi annullata subito dopo. Ovviamente - ritengono gli inquirenti - il credito indicato nei documenti era pura invenzione. Una serie minore di fatture non sarebbe neppure stata registrata nella contabilità mentre alcune sarebbero state emesse due volte, la prima volta regolarmente, la seconda con importo assai più alto della fattura gemella. Anche su questi episodi i sindaci sono accusati di non aver vigilato su quel che accadeva in azienda e di aver invece dichiarato che la contabilità era aggiornata. Nessuna conseguenza, almeno sul piano penale, per le banche che avrebbero corrisposto gli anticipi ignare del disegno sotteso dagli amministratori della Trafileria. Si tratta di Unicredit, Credito Bergamasco, Banca popolare di Sondrio, Intesa, Banca popolare di Milano, Banca popolare di Vicenza e Banca popolare dell'Emilia Romagna.
Nella vicenda, ancora tutta da dimostrare, non mancano infine contestazioni ai soli amministratori, non ai sindaci in questo caso, in materia di imposta sul valore aggiunto per due annualità che non sarebbero state pagate e in tema di contributi Inps. Le sanzioni e gli interessi applicati dall'Erario per il mancato pagamento avrebbero aggravato la situazione della società per almeno 800.000 euro. Su questi aspetti sono però in corso - è bene precisarlo - procedimenti per regolarizzare le posizioni.
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