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Scritto Domenica 12 maggio 2019 alle 15:37

Lecco: Afran espone alla Biennale di Venezia

È stata inaugurata venerdì 10 maggio presso la Biennale di Venezia la mostra collettiva “Pei’s World – A brief history of a Chinese gallery in Italy” presso lo Spazio Thetis dove tra le varie opere esposte figura anche quella di Afran, le cui mani ed estro artistico hanno già fatto sorridere, a Lecco, i volti dipinti in via Carlo Porta.
L’occasione di dare il proprio contributo alla mostra collettiva è data dalla collaborazione che Afran sta intrattenendo, ormai da molti anni, con la galleria di Peishuo Yang, un’artista cinese che, giovanissima, ha deciso più di vent’anni fa di trasferirsi qui e creare un canale comunicativo con la madrepatria, aprendo così – insieme alla prima vera galleria d’arte contemporanea cinese – la possibilità di confronto tra l’arte italiana e quella del suo paese natio.

Un momento dell'inaugurazione

“Per una volta dunque, una mostra non è soltanto incentrata sugli artisti, ma anche su chi si è inventato letteralmente da zero un progetto”. Così Luca Beatrice, curatore della mostra, ha scritto rispetto al progetto cinese che si costituisce come terreno su cui possono convergere una pluralità di artisti, messaggi e stili differenti, andando a creare una polifonia di voci intonate attorno a temi situati in un presente che, se non sempre è in evoluzione, sicuramente è in costante trasformazione.
Il contributo di Afran, che anche questa volta ha deciso di non abbandonare quello che potrebbe essere definito il suo materiale preferito ovvero il jeans, si inserisce nel progetto insieme ad altri cinque lavori di artisti provenienti dai paesi più disparati, dalla Colombia alla Cina, dall’Iran all’Italia.
Per l’artista camerunense ma d’adozione lecchese il jeans diviene ancora una volta decisivo, riesce a raccogliere nella sua “essenza” quelle che sono le trasformazioni di un mondo – il nostro – sempre di corsa, sempre più frenetico.

“Il jeans come comune denominatore a tutte le ultime generazioni, classi sociali, culture, perché lo possiamo trovare in Asia, in America e in Europa; il jeans come rappresentante di uno spirito liberale, di democrazia in quanto vestito casual per eccellenza e che quindi si scinde, si separa da qualsiasi stile pre-impostato; il jeans che raccoglie la voglia di interpretare, di sperimentare e la tramanda in svariati ambiti, dalla sessualità alla religione fino a giungere alla politica con l’emergere di movimenti che si vogliono scindere dai partiti tradizionalisti (quello che potremmo definire populismo odierno ndr)”; dunque una riflessione, quella portata dalle opere di Afran, che abbraccia più ambiti, più dimensioni che possono far parte della vita di un individuo.
Il jeans quindi come rappresentante di una certa idea di democrazia, di libertà, ma nel contempo anche come espressione di un allontanamento dalle tradizioni, da un certo stile di vita e da idee veicolate ormai tempo fa. Emerge quindi anche una sorta di smarrimento, di disorientamento tipico del mondo moderno, dove il relativismo, l’apparenza e la velocità la fanno da padrone: il jeans non è più solo mero strumento per coprire o estetico: “il vestito entra, si insinua fino nelle viscere delle persone e diventa il protagonista; la persona scompare e rimane solo il vestito”.

Il filo rosso che unisce le opere e i progetti in corso di Afran con l’installazione nella mostra collettiva presentata ieri alla Biennale è l’aspetto comunitario: “è negli scambi che nasce qualcosa di imprevisto; io so cosa faccio ed è nel confronto con un artista ma in generale con l’altro che si aprono delle nuove prospettive, che si crea l’unica vera possibilità di uscire dalla monotonia e ti apri ad un altro punto di vista che ti può suscitare una riflessione”.
Aspetto comunitario che del resto è al centro anche del progetto in corso che sta tenendo, a Lecco, da ormai qualche tempo: “ogni sabato pomeriggio organizzo degli incontri d’arte nel mio atelier a Pescate a cui sono invitati giovani artisti di Lecco: un modello, incarnato da una persona qualsiasi, posa per noi ma l’attività non si esaurisce nel fare un ritratto; discutiamo di tutto e niente, scambiamo due parole, interagiamo”. L’arte, il ritratto diviene quindi un pretesto per raggiungere quello che, secondo Afran, è il vero fine della sua arte, ovvero entrare in contatto, costruire rapporti umani che vadano al di là dell’opera.

Afran e, al centro, Peishuo Yang

“Al giorno d’oggi passiamo più tempo ad archiviare le foto che facciamo sul telefono e che non guarderemo più piuttosto che a vivere i momenti che fotografiamo”; con una leggera sfumatura polemica Afran ha fatto notare come, di questi tempi e grazie ai progressi della tecnologia, si tenda sempre di più ad accorciare il processo che ci porta al raggiungimento dei nostri obiettivi e quanto invece sia necessario recuperare il senso della fatica nell’ottenimento delle cose che ci interessano. Ed è proprio attraverso il ritratto, che in media impiega 25/30 minuti, che si può tessere un elogio della lentezza, quanto mai necessario nell’epoca del selfie.

Molti quindi i temi che convergono nelle opere di Afran e in quella che può essere definita la sua filosofia del fare arte, che si impone, a partire da domani con l’apertura al pubblico della mostra alla Biennale, sulla scena nazionale e internazionale dell’arte contemporanea.
A.A.
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