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Scritto Sabato 17 ottobre 2020 alle 09:31

Lecco: come uscire dalla bolla delle fakenews? La risposta nelle parole di due esperte

Ne usciremo sì, ma con calma, ci vorranno probabilmente anni, dovremo sviluppare gli anticorpi, una risposta immediata non c’è mentre avremmo invece fretta perché oggi vediamo il disastro che si è prodotto quasi all’improvviso e che negli ultimi anni ha fatto registrare un’accelerazione. Ma ne usciremo. E, a conti fatti, non saranno tanto le leggi o le regolamentazioni a riportarci a galla, ma l’educazione, imparare a saper distinguere le notizie, a riflettere, mettersi tutti in gioco in prima persona a ragionare, ad accendere il cervello. Niente ricette, dunque, ma un paziente lavoro quotidiano.
Si è chiuso con una nota d’ottimismo il ciclo “Parole come pietre” promosso da “Les Cultures” in  occasione della Settimana antirazzista e che ha visto la proiezione di due film e un incontro pubblico – ieri sera a Palazzo della paure – su fake news, discorsi d’odio e razzismo in rete.

Maria Grazia Zanetti con Gabriela Jacomella e Noemi D'Urso

Relatrici della serata, introdotte da Maria Grazia Zanetti, di “Les Cultures”, erano Gabriela Jacomella (tra i fondatori di “Factcheckers”, associazione nata nel 2016 con lo scopo di diffondere nelle scuole e non solo la cultura della verifica delle notizie) e Noemi Urso, caporedattrice del blog  Butac (acronimo di Bufale un tanto al chilo, partito inizialmente come pagina di facebook e poi diventato autonomo).
Il disastro attuale, quindi, quando hanno più eco le parole di odio che quelle di amore, proprio come un virus, una pandemia, che si propaga incontrollato e contro il quale sembriamo avere armi spuntate e un vaccino ancora di là da venire.

Gabriela Jacomella

«Ma dobbiamo ricordarci – ha esordito Jacomella – che ciascuno di noi non è immune». La nostra attenzione è rivolta agli episodi macroscopici, a quelli che indignano e generano discussioni, ma spesso si verificano episodi microscopici, impercettibili, a bassa frequenza,  che pure contribuiscono a spostare un po’ più in avanti l’asticella del dicibile».
C’è stato un momento preciso che gli esperti indicano come il momento in cui è nato il concetto di fakenews. E’ stata la campagna elettorale Usa di quattro anni fa, quella che ha portato alla presidenza Donald Trump. La campagna elettorale in cui si è diffusa appunto  la madre di tutte le fakenews, quella di un complotto ordito dai democratici guidati da Hillary Clinton, dalla grande finanza con in testa naturalmente il magnate ungherese George Soros e da tutti i poteri occulti immaginabili, i quali tenevano segregati centinaia di bambini da destinare a feste pedofile organizzate nei retrobottega delle pizzerie. Un complotto al quale molti americani hanno creduto e credono ancora: “Pizza gate” era stato definito. Ancora ci crede, per esempio, il tipo che un giorno ha imbracciato il fucile e si è messo a sparare in una pizzeria: condannato a quattro anni di reclusione, ripete che se in quel posto non c’erano bambini reclusi era solo perché stavano da un’altra parte e lui si era semplicemente sbagliato d’indirizzo. Un tempo, sarebbe stata definita paranoia, oggi le danno credito anche persone apparentemente attrezzate.

Noemi D'Urso

E’ stata così archiviata anche da noi la parola bufala che indicava sì una notizia falsa ma che in qualche modo poteva essere individuata. La differenza – ha spiegato Noemi Urso – è che le fakenews si servono di fatti accaduti ma ne illuminano solo alcuni aspetti, inventano dettagli di sana pianta e lanciano insinuazioni
Del resto, bufale e fakenews, discorsi d’odio e quant’altro sono sempre esistiti. Semplicemente la rete ne ha amplificato la portata. «Negli ultimi tempi – ha aggiunto Jacomella – ho visto persone al di sopra di ogni sospetto utilizzare un linguaggio rabbioso nei confronti del coronavirus, anche quello visto come complotto».
E a proposito di covid, Urso ha portato l’esempio di quello che era un suo amico di lunga frequentazione e che di punto in bianco l’ha accusata di vivere in una casa compratale da Soros: «Ma diamine, l’ha pur vista quella casa, sono sessanta metri quadri… Gliel’ho fatto notare e mi ha risposto che allora avevo venduto l’anima per poco».
Perché chi vive nella “bolla” si convince ogni giorno di più di essere nel giusto, nel vero. Lo stesso meccanismo di internet, trasformato da grandiosa prateria anarchica in una macchina da soldi per qualcuno, gli stessi famigerati algoritmi favoriscono l’autoconvincimento. Cercare il dialogo risulta spesso impossibile, per quanto ci si sforzi, mantenendo un linguaggio pacato, evitando toni rabbiosi: «se ti introduci in una bolla, vieni cacciato e anche per quello i suoi componenti si rafforzano nelle proprie convinzioni» per quanto irreali o bizzarre.
«Negli ultimi trent’anni – ha aggiunto Jacomella – sono venuti meno tutti gli intermediari ai quali i cittadini in passato concedevano fiducia: i giornalisti, in primis, ma poi la scienza, l’accademia, gli insegnanti. E d’attorno un bombardamento di informazioni che ci manda in confusione e allora vien più facile scegliere la notizia che conferma i nostri pregiudizi anziché quella che richiederebbe un momento di riflessione. Orientarsi in questo flusso incontenibile di notizie è un lavoro esorbitante e allora forse occorrerebbe davvero una dieta digitale.

In quanto alle leggi, l’argomento è un ginepraio e se fino a oggi non si è fatto nulla non è perché manchi la volontà, ma perché ci si scontra con una serie di difficoltà non soltanto giuridiche. Come il caso dell’anonimato: se può essere considerato un male perché si celano i cosiddetti odiatori, nel contempo è un bene per chi si oppone alle dittature. E, in fondo, la censura sarebbe controproducente e rischierebbe addirittura di provocare guai peggiori.
Quindi l’impegno di tutti, a prestare attenzione ai propri comportamenti, a imparare e insegnare che occorre diffidare di tutte quelle notizie che quando si leggono sembra di ricevere un pugno nello stomaco. In questo modo, ne usciremo. Con calma.
In fondo, se in internet c’è tanto odio, ma c’è spazio anche per l’amore: ci sono iniziative di solidarietà che senza la rete non sarebbero state possibili come “Humans of New York” che è riuscito a raccogliere due milioni di dollari per aiutare una ex spogliarellista nera in cattive condizioni di salute. Insomma, pietà non l’è morta. A quanto pare, nemmeno la speranza.
D.C.
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