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Scritto Domenica 01 novembre 2020 alle 08:16

SCAFFALE LECCHESE/19: la pedagogia popolare di Carlambrogio da Montevecchia nel libro di Cesare Cantù

Letto oggi, in effetti, un po' pedante lo è. Però, i tempi erano quelli: ormai, quasi due secoli or sono, altre teste. Inevitabile che per noialtri abitanti del secolo ventunesimo, il buon Carlambrogio rimi proprio con barbogio. Per quanto sia stato e resti un monumento della Brianza. Benché solo qualche studioso o qualche studente abbiano ancora dimestichezza con le sue parole. Ai più, il nome Carlambroeus evoca un'osteria ben frequentata e aperta per tempo immemore (leggenda volle addirittura che ad aprirla fosse stato lo stesso Carlambrogio al quale si attribuiva anche un cognome, Brivio; vai a sapere, lui che biasimava la frequentazione d'osterie....).

S'è capito, siamo a Montevecchia, collina tra le più suggestive che si dice sia l'autentico cuore della Brianza (come dire, l'ombelico del mondo e se ne facciano una ragione i monzesi). Anche se un "brianzologo" di rango, il giornalista erbese Emilio Magni, ha proclamato già molti anni fa che la Brianza non è un concetto geografico bensì un sentimento. Geografia o sentimento, Montevecchia ha attirato e attira visitatori e villeggianti per via di un paesaggio delizioso, di tramonti indimenticabili e di una non trascurabile tradizione fatta di vino e formaggini.

 

La casa natale a Brivio

Di questo, però, il Carlambrogio di Montevecchia non ci parla. Il suo ideatore - Cesare Cantù, nascita in quel di Brivio dove c'è la casa-museo, poi studi a Sondrio e a Como per approdare infine a Milano - gli affida tutt'altra missione: quella di educare il popolo.
E' vero che il Cantù apre il racconto con una "fotografia" di Montevecchia: «Pochi sono qui in Lombardia che, dinanzi a quella schiera di monti che ne circonda fra levante e settentrione, non sappiano discernere la Montevecchia. E' una collina, dalle falde alla cima ridente di vigne a poggio e di frutteti, di campetti e panchine a scala, cinta ai piedi di lieti casali e dalle ubertose campagne della Brianza. Da lungi la si discerne dalle altre per una chiesuola posta sul suo cocuzzolo, ed ombreggiata da immensi olmi: - immensi una volta, ma ora anch'essi per l'età e per le intemperie, vanno degenerando, come tutte le cose umane, per ceder luogo ad altri, che col tempo e col favor del cielo vi cresceranno».

 

Cartolina d'epoca di Brivio

E' altrettanto vero che dopo l'omaggio iniziale, Montevecchia scompare e Carlambrogio potrebbe star di tetto in un qualsiasi paese. Di Brianza e non solo.
Altro si propone questo libro stampato nel 1836 e che in quel secolo tutto ebbe un gran successo, arrivando a venti e passa edizioni.
Oggi, Cesare Cantù è trascurato: lo si ricorda per "Margherita Pusterla", libro pure oblìato ma di cui parleremo, che lo pose come altri della sua epoca sulla strada del romanzo storico, anche se per i molti romanzieri storici in circolazione, il nostro ebbe parole non proprio lusinghiere. Oblìato è pure il Carlambrogio: la più recente pubblicazione dovrebbe essere la ristampa anastatica dell'edizione 1857 curata dalla Biblioteca parrocchiale di Montevecchia nel 1978, con la premessa dell'allora parroco Luigi Casiraghi («Dopo centocinquant'anni, il "vecchietto rubizzo allegro spiritoso" che fu Carlambrogio» forse « ha ancora qualcosa da dire ai suoi discendenti e concittadini») e la presentazione di Claudio Cesare Secchi all'epoca presidente del Centro nazionale di studi manzoniani («Mi fu dato da leggere quand'ero ragazzo e mi piaceva per il suo proverbiare, perché era un po' nell'abitudine della Milano di allora di attingere norme di vita e di comportamento da questa sapienza popolare, trasmessa attraverso ai secoli in rapide forme ed in conciso parlare. E pure mio nonno parlava così»).

Non certo lusinghiere furono anche molte critiche - politiche e letterarie - che, accanto agli elogi, furono rivolte a Cantù. Ai suoi tempi e dopo. Le stesse biografie sono controverse. Pare certo che in giovinezza fosse vicino agli ideali risorgimentali, pur con alcuni distinguo su metodi e tempi, finendo per undici mesi nelle galere austriache. Dove, per alcuni tradì e per altri tenne la schiena ritta.
Sta di fatto che già all'epoca del Carlambrogio, le concezioni ideali di Cantù prendono altra piega: da un lato, l'ambiguità nei confronti dei governanti austriaci, dall'altro un cattolicesimo che va radicalizzandosi tanto da guadagnare al suo propugnatore l'etichetta di neoguelfo.A proposito del Carlambrogio, si tratta - come detto - di un'opera moraleggiante, di un testo che intende educare il popolo offrendo una serie di consigli e raccomandazioni, lamentando l'assenza nella nostra terra di una Società della temperanza come quelle sorte in altri Stati nordeuropei. Non va trascurato, a essere onesti, che le condizioni del popolo, dei contadini brianzoli ai quali Cantù si rivolge espressamente, erano drammatiche: siamo nella prima metà dell'Ottocento, teniamolo presente.

Edizione del 1857

Intenti educativi non erano in fondo fuori luogo. Il Carlambrogio sarebbe stato tra l'altro un apripista, secondo lo storico Franco Della Peruta: «Cantù aveva saputo rispondere in forme adeguate a quella domanda di libri popolari che ancora a lungo non sarebbe provenuta tanto da operai, artigiani e contadini analfabeti tout court o di ritorno, quanto da quelle categorie dei ceti superiori che per la loro funzione sociale, economica e religiosa erano a più diretto contatto con i poveri e i lavoratori: domanda la cui persistenza è attestata (...) dal nutrito filone di trattatelli, dialoghi, racconti, novelle destinati al "popolo" che per decenni si succedettero in Lombardia e nel resto del paese e la cui ispirazione era per molti versi analoga a quella dei libretti di Cantù.»

La Grigna e il Resegone visti da Montevecchia

Pedagogia popolare, quindi. Imperniata su una saggezza antica: non a caso, le prime pagine del "libretto" sono zeppe di proverbi ed è un autentico colpo di genio.
Carlambrogio è un piccolo ambulante che gira fiere e mercati prima di tornare a Montevecchia per trascorrervi la vecchiaia ottenendo cariche e incarichi, e morirvi.
Nel corso di una giovinezza in cui mordeva il freno, Carlambrogio dice di avere imparato la moderazione: ne conseguì il vivere con saggezza. Eccolo allora, in età matura, dispensare consigli, farsi quasi avvocato della povera gente. Combatte l'ozio, innanzitutto: «Quando partorisce la noja, il peggio è che si prende ripugnanza per l'unico rimedio di questo male, che è il lavoro. Che si fa allora per sopportare il peso del tempo? Giocare, mangiare, sbevazzare, ficcar il naso nei fatti altrui, e tagliare i panni addosso al prossimo».

Vero che a proposito di mangiare non è che ci fossero poi molte occasioni per i poveracci, ma vero è che le osterie e il bere spesso assorbivano i pochi denari guadagnati. L'ubriachezza era veramente una grossa piaga: alimentava liti, violenze famigliari, un incubo pressoché quotidiano ai piani bassi della società. I grandi scrittori dell'Ottocento ci hanno lasciato affreschi memorabili.
C'è quindi l'invito a rispettare la moglie, i figli. E, a suo modo, è un avanzato veder la famiglia, per quanto la donna resti per sua natura sottomessa. E avanti: rispettare i vecchi, i genitori, utilizzare un linguaggio garbato che non offenda gli altri, non crei scandalo, in particolar modo non guasti i fanciulli. Si continua con le ricette mediche che altro non sono se non inviti a non darsi ai bagordi e a prevenire i malanni, prendendosi di cura di sé. L'invito a seguire i precetti della religione, a rifuggire le superstizioni.
Sotto l'aspetto politico, però, Cantù ferma il mondo. I poveri debbono rassegnarsi: non devono invidiare i ricchi i quali, se sono in quella posizione, lo hanno meritato: se non loro direttamente, gli avi. I poveri non debbono nemmeno pensare a una possibile ascesa social. Uno dei passi più celebri è quello della piramide: insensato aspirare al vertice dove si sta stretti e si rischia di cadere, meglio stare alla base, larghi e comodi. Occorre sperare, secondo Carlambrogio, che la saggezza sia patrimonio anche dei ricchi. Per i quali pure ci sono richiami: non infieriscano sui sottoposti, non abusino dei servi. E, soprattutto, non si lamentino, i signori, dell'ignoranza dei poveri che ignoranti sono proprio perché tali vengono volutamente mantenuti.

Vista dalla collina

Se buon consiglio potrebbe essere quello dell'osservare la legge per non trovarsi in guai più grandi, più infido appare l'invito ad amare il governo che opera per il nostro bene (siamo ancora sotto la dominazione austriaca e qualcosa vorrà pur significare). Governanti i quali - dice addirittura - siamo noi stessi a eleggere: mancano quasi cent'anni al suffragio universale maschile e molti di più ancora per quello femminile.
Non è un caso, probabilmente, che Cantù invita i suoi contadini brianzoli a diffidare di chi cerca «di suscitare asti di partito. Costoro vogliono pescar nel torbido. (...) Vi contano belle parolone, vi promettono mari e monti, ma credete a me, essi guardano solo al proprio interesse, e del vostro si fanno giuoco». Ce l'aveva con mazziniani e democratici, che pure in gioventù aveva frequentato. Insomma, testa bassa e lavorare, non si pensi a un riscatto ma solo a condurre una vita morigerata e religiosa.
A corollario dei «precetti dati da Carlambrogio di Montevecchia per vivere il meno male che si possa quaggiù», Cantù prosegue con altre carte che arriverebbero dai cassetti dallo stesso ambulante: ci parla di letteratura popolare, società domestica, famiglia ed educazione, con una serie di "parabole" gonfie di buoni sentimenti.
Stringi stringi, Cesare Cantù invita ad accettare la vita come viene, a farsene una ragione. I poveri si rassegnino. Solo così allevieranno le sofferenze.
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Dario Cercek
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