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Scritto Giovedì 07 gennaio 2021 alle 11:59

Chi è lo re?

Avrei voluto andare a letto presto, ieri sera: avevo un romanzo da leggere che fremeva sul comodino e la sveglia puntata presto per la ripresa delle lezioni di questa mattina. Eppure non riuscivo a frenare lo zapping tra la CNN e le rubriche italiane su quanto stava accadendo a Washington.
Abbiamo chiuso il 2020 convinti che la data del 27 dicembre sarebbe stata da lì in avanti scolpita sulla pietra dei libri di storia come il V-Day, discrimine di un’epoca, e apriamo il 2021 con una altro avvenimento destinato ad essere immortalato per le generazioni a venire, come il Boston Tea Party, o il 4 luglio, o l’11 settembre.

Solo che il nemico non veste tuniche arabe e non dirotta aerei di linea sul World Trade Center. È un nemico più prosaico, purtroppo, e per questo più pericoloso, che si presenta in pantaloni del pigiama, petto nudo tatuato ed elmo cornuto.
Cresciuto a nazionalismo e slogan, alimentato a tweet, abituato a parlare coi rutti.
Ne parlavo con i miei studenti di quinta superiore questa mattina, e qualcuno di loro mi diceva, ridendo, che in fin dei conti, elmo cornuto a parte, non c’è molta differenza con alcune scene similari che persino il nostro Parlamento ha visto: striscioni, urla, spintoni, fette di mortadella mangiate con le mani, trombette e pernacchie, ancor più gravi, forse, perché messe in scena da rappresentanti del popolo, malaccorti e malabbiggliati dentro giacche e cravatte che non erano sufficienti a rivestire il becero che stava sotto.
Non voglio cedere al facilissimo parallelismo dei simboli tra questi trumpiani e quegli altri che poco lontano da noi inneggiavano al dio Po svestiti anch’essi come Vichinghi, ma mi sconforta vedere il luogo simbolo della più grande democrazia dell’Occidente violentato dagli emuli dell’acrostico di Abatantuono: A, come “abbiamo vinto le elezioni anche se abbiamo perso”, doppia T, come “trumpismo e twitter”, I come “impeachment”, L come “lelezioni sono state truccate”, A come “abbasso Kamala Harris, che è femmina e pure negra”.

Non voglio nemmeno cedere a rigurgiti di aristocrazia oligarchica: la storia e la politica – quelle italiane più di altre, quelle italiane contemporanee come nessuna – ci hanno insegnato che non sempre governano i migliori, anzi. Se c’è una cosa che la democrazia statunitense ci ha insegnato è però che ogni voto vale uguale: che il voto dell’affermato e plurilaureato professionista di Boston vale come quello dell’elmocornutodotato del Wisconsin. Questa è la grandezza della politica: riuscire ad ascoltare, capire e poi parlare con tutti, senza distinzioni di censo e di istruzione. Questa è la responsabilità della parola, nel mondo globalizzato di internet che ha ancora gli istinti dei peggiori barbari, in cui basta un tweet provocatorio per accendere gli animi.
Sogno una politica educata in cui, per esempio, la struttura comunicativa di un politico non si chiami “la Bestia”, in cui chi vince non esulti come un forsennato ma sia colto dalla vertigine di una responsabilità grande che adesso grava sulle sue spalle, chi perde non si consideri un “loser” ma rifletta sulle ragioni per cui non è stato capito e apprezzato, e si prepari a far meglio la volta prossima. Chi parteggia per l’uno o per l’altro si impegni con coscienza senza farsi abbacinare dalle logiche da stadio: la responsabilità è servizio, non conquista, la politica è vocazione, non tifo.
Stefano Motta
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