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Scritto Sabato 01 maggio 2021 alle 08:46

Montagna: alcuni 'Ragni' e altre celebrità rispondono alla domanda Perchè lassù?

La domanda è di quelle ormai trite. Qualcuno, magari, non ha nemmeno più voglia di rispondere. Ogni volta, la solita pappardella. Epperò, ce la si pone sì, quella domanda lì: perché lassù? Già, perché? Perché avventurarsi su montagne incredibili, vie inaudite, picchi favolosi? Nonostante le cronache raccontino spesso di chi su quelle crode ci ha lasciato le penne. E mica emeriti sconosciuti. Amici tuoi, magari. Compagni di tanti momenti. E allora, perché? Perché lassù? Inevitabile, ogni volta, la domanda ritorna.

La copertina del libro

“Perché lassù” è il titolo di un libro uscito in questi giorni da Mondadori (180 pagine, 18 euro) e curato da Serafino Ripamonti, origini meratesi, maglione rosso dei “Ragni” già in libreria lo scorso anno proprio con una storia del gruppo alpinistico lecchese in occasione del 75° di fondazione (“I Ragni di Lecco. Una storia per immagini”, editore Rizzoli).
Perché lassù, quindi? Ripamonti ha girato la domanda «che sorge di fronte a una tragedia in montagna» a dodici alpinisti che hanno dato le loro risposte.
 Qualcuno, in verità, le aveva già fornite in altra sede a suo tempo: Walter Bonatti, per esempio, alpinista iconico del Novecento, una biografia ricchissima fatta anche di polemiche, battaglie e sofferenze, Bergamasco ma “Ragno” lecchese con casa in Valtellina, morì nel 2011 a Roma all’età di 80 anni: la sua risposta (“La cultura della montagna e i suoi valori”) è stata recuperata in uno scritto conservato nell’archivio dell’Università dell’Insubria.
«Ho potuto compiere ogni volta – scriveva Bonatti - un viaggio affascinante dentro me stesso per meglio scrutarmi, capirmi, e anche per comprendere di più gli altri e il mondo attorno a me. Adesso, lo posso dire, io conosco meglio me stesso, ciò che ho fatto e so bene anche quello che voglio da me e dagli altri. Di costoro, naturalmente, respingo il malanimo qualora ci fosse, accetto invece la critica: può essere anche sfavorevole, basta però che sia costruttiva. La critica non costruttiva è come aria per me: non mi tocca. Si dice che io abbia avuto fortuna, ma io non credo alla fortuna, né al destino. Il destino, lo ripeto, penso sia quello che sappiamo creare per noi stessi, con la sola limitazione dell’imponderabile.»
Oltre a Bonatti, il libro raccoglie, tra gli altri, interventi dello stesso Ripamonti (“Gusteremo la carne dell’orso”) e di Simone Pedeferri (“Da grande farò lo scalatore”), canturino e “Ragno” anch’egli, considerato ancora tra i più forti arrampicatori italiani.

Serafino Ripamonti, curatore del libro

Dice Ripamonti: «Io, ogni tanto, ho provato a dare una risposta a quella domanda. Di rado, in verità, spesso davanti alla seconda pinta di birra, ormai sprofondato in labirintiche discussioni evidentemente prive di vie d’uscita. No, non si può rispondere a una domanda del genere, almeno non con una serie di ragioni messe in fila. Sarebbe un po’ come cercare di spiegare perché sono innamorato di mia moglie facendo la lista delle cose che mi piacciono di lei. Per quanto esaustivo possa essere l’elenco, il perché del mio amore non si può certo trovare lì. Anzi, è piuttosto il contrario: tutte quelle cose sono vere proprio in virtù del mio essere innamorato.»
E Pedeferri: «L’arrampicata ti dà la possibilità di vedere il paesaggio, di osservare il mondo e toccare lo spazio. Non è un’esperienza di tutti i giorni! Scalando sei dentro la natura e sei dentro uno spazio completo. Questo si ripercuote sulla pittura: io lavoro tantissimo sulle forme naturali; quello che contemplo nei miei viaggi, i colori che vedo nelle spedizioni, influenzano la mia tavolozza. Come scalatore tocco la roccia, la materia, e come pittore ho bisogno di portare questi elementi nelle mie opere, che sono una creazione complessa, come complessa è la genesi di una scalata.»
C’è anche la testimonianza di Marco Confortola (“Creatore di sogni e di sorrisi”), il cinquantenne valtellinese impegnato nella conquista dei quattordici Ottomila nonostante abbia perso le dita di entrambi i piedi nel 2008 in quello che è conosciuto come il Disastro del K2 (nel giro di poche ore tra l’1 e il 2 agosto, undici alpinisti persero la vita in circostanze diverse sulla seconda vetta del mondo e un’altra ventina riporto lesioni più o meno gravi): «Io però ho le spalle larghe, sono un uomo di montagna e la montagna mi ha insegnato anche questo: la sopportazione, la resilienza, la forza di tenere duro per raggiungere quello in cui si crede.»
Gli altri contributi portano la firma del bergamasco Agostino Da Polenza (“La sfida”), un’autentica autorità nel mondo alpinistico; Carlarberto detto “Cala” Cimenti (“Sei quello che fai”), piemontese, 45 anni: il destino ha voluto che non potesse vedere la sua testimonianza stampata, una slavina se l’è infatti portato via in Val di Susa l’8 febbraio di quest’anno; Denis Urubko (“Oltre l’orizzonte degli eventi”), Federica Mongolia (“I conquistatori dell’inutile”), Silvio detto “Gnaro” Mondinelli (“Confessioni di un ‘pestaneve’”), Simone Origone (“Ho ancora fame di vittoria”), Angelika Rainer (“Arrampico e sono felice nella natura”), Nico Valsesia (“I veri campioni sono quelli che non mollano”), Pierluigi Bini (“Cinque anni di alpinismo totale”), François Cazzanelli (“La lezione del Cervino”) e Stilke Unterkircher “La strada del cuore”) che è stata la compagna di Karl Unterkircher, morto sul Nanga Parbat il 15 luglio 2008.
E sul Nanga Parbat, il 25 febbraio 2019, trovarono la morte anche il laziale Daniele Nardi, 42 anni, e il britannico Tom Ballard, 30, alle cui famiglie sarà interamente devoluta la quota spettante ai dodici autori del libro. Nardi e Ballard stavano tentando la salita alla vetta (8126 metri) dallo Sperone Mummery, lungo quella via teatro nel 1970 della morte di Günther Messner, il fratello di Reinhold: il 24 febbraio si interruppero le comunicazioni con il campo base, il 27 febbraio venne lanciato l’allarme, il 6 marzo i due alpinisti vennero individuati ormai senza vita, morti di ipotermia probabilmente dopo essere stati travolti da una slavina. Impossibile, il recupero dei corpi, che ancora riposano a quasi seimila metri di altezza.
Di Daniele Nardi parla lo scrittore Antonio Pennacchi – conosciuto dal grande pubblico dei lettori soprattutto per lo straordinario “Canale Mussolini” oltre che per qualche eccentrica presa di posizione - che firma l’introduzione al libro: «In giro per Latina, oltre che per i social, c’è chi dice: “Ma chi gliel’ha fatto fare? Come gli salta per la testa, a uno di Sezze con moglie e figlio piccolino, di andare fino sopra all’Himalaya, al Nanga Parbat? Non gliel’aveva detto pure Messner: ‘Rinunciate! Non è una scalata da farsi’?”».
Già, perché lassù? Il fatto - risponde Pennacchi – è che «quelli che vanno in cerca di guai ci servono come il pane. Svolgono una fondamentale funzione cosmica, prima ancora che sociale. E’ una legge fisica: non possiamo essere tutti spiccicatamente uguali, non esiste in natura la normalità».
D.C.
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