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Scritto Mercoledì 11 gennaio 2017 alle 07:16

Gilardoni: sei gli indagati ai quali è stato notificato il '415 bis'. Tra di loro anche 2 camici bianchi e il lecchese Alberto Comi

La sede di Mandello del Lario
Non solo a Mariacristina Gilardoni e Roberto Redaelli, rispettivamente ex presidente ed ex direttore del personale. L’avviso di conclusioni delle indagini preliminari – previsto dall’articolo 415 bis del codice di procedura penale – nell’ambito dell’inchiesta coordinata dal sostituto procuratore Silvia Zannini, affiancata direttamente dal Procuratore Antonio Angelo Chiappani, vertente sulla Gilardoni Raggi X di Mandello del Lario, nella giornata di martedì 10 gennaio, è stato notificato anche ad ulteriori quattro soggetti.
Il terzo nome riportato sull’atto è quello di Andrea Paolo Federico Ascani Orsini, classe 1963, figlio di Annapiera Gilardoni e nipote dell’ormai ex numero uno dell’impresa Mariacristina, socio di minoranza con il 45% delle quote della spa di famiglia, colui il quale intentando – presso il Tribunale di Milano – una causa per “distruzione di valore” nei confronti dell’83enne ha ottenuto la destituzione della stessa dalla carica di presidente e l’azzeramento del consiglio di amministrazione con la nomina – per 8 mesi scattati nell’ottobre scorso – di Marco Taccani Gilardoni a amministratore giudiziario.
Seguono poi i nominativi di Stefano Marton, medico legale pavese, classe 1960 e della collega Maria Papagianni, camice bianco milanese nata in Grecia nel 1972 nonché del lecchese Alberto Comi, 70enne, consulente del lavoro già presente, nei mesi scorsi, ad almeno un incontro avuto dall’ex ministro della Giustizia Roberto Castelli – entrato a luglio nel cda, poi destituito – con i sindacalisti intenzionati a chiedere ulteriori rassicurazioni dopo le prime manifestazioni di protesta organizzate per denunciare pubblicamente le problematiche riscontrate tra le mura della rinomata realtà produttiva mandellese, azienda all’avanguardia nella progettazione e produzione di apparecchiature a raggi X e a ultrasuoni, di componenti e servizi nei settori medicale, controlli non distruttivi e sicurezza.
I sei indagati avranno ora tempo 20 giorni per presentare eventuali memorie difensive o optate per farsi interrogare dal magistrato che, trascorso tale lasso di tempo, dovrà tirare le proprie conclusioni decidendo se chiedere o meno il rinvio a giudizio di tutti o alcuni dei destinatari del “415 bis”, notificato anche nella serata di martedì a 54 presunte persone offese, convocate tutte insieme in Questura. Si tratta di dipendenti o ex dipendenti della Gilardoni che, nei mesi scorsi, avrebbero trovato il coraggio di raccontare agli operanti delle “vessazioni” subite sul posto di lavoro, puntando il dito contro la signora Mariacristina e il pescatese Roberto Redaelli, indagati per maltrattamenti e lesioni.
Da peggior bar di periferia più che da ufficio amministrativo le espressioni ascritte all’anziana imprenditrice dal magistrato nell’avviso di conclusione delle indagini. La presidente “insultando reiteratamente e quotidianamente” il personale si sarebbe rivolta agli impiegati con “appellativi” quali grande asino, bimba viziata, porco, terrone, cazzone, ladro, disonesto, coglione, oca per citarne alcuni, proferendo poi frasi quali “vada al Cottolengo”, “la pianti di rispondere scemate per pararsi il culo che puzza” o “non me ne frega un cazzo se tua mamma ha un tumore, organizzati” nonché minacciandoli di licenziamento/mancato pagamento e aggredendoli fisicamente con graffi, pizzicotti e schiaffi arrivando perfino a infilare una biro nel cavo auricolare di un lavoratore, a lanciare faldoni verso il petto di un altro, a morsicare o pestare i piedi alle maestranze.
Il capo del personale, invece, sempre secondo quanto sintetizzato nel documento a firma della dottoressa Zannini, risulta indagato per aver presenziato a tali poco idilliache scene, appoggiando la donna e dandole ragione, offendendo a sua volta gli amministrativi, tempestando di mail i dipendenti di malattia, mettendo in dubbio le loro patologie e denigrandoli dinnanzi a terzi.
Ad entrambi, in concorso, viene poi addebitato, come riportato nell'avviso di conclusione delle indagini, di aver trasferito uomini e donne da altri reparti agli Uffici, senza preavviso alcuno, adibendoli ad incarichi mai precedentemente svolti e non pertinenti con la loro formazione/professionalità acquista, con conseguente relativo demansionamento, sovraccaricandoli di incombenze, impartendo ordini contradditori e esercitando forme di controllo “esasperato”, favoriti dalla struttura stessa, un open space a vetrate. Il cavalier Gilardoni e Redaelli avrebbero poi instaurato in azienda un clima etichettato dal pubblico ministero come “vessatorio” attivando continui procedimenti disciplinari, erogando plurime e reiterate sanzioni fino ad ottenere le dimissioni volontarie o il licenziamento giustificato, non riconoscendo permessi o ferie, trascurando di sottoporre gli stessi alle previste visite mediche ed omettendo di adottare le misure idonee a tutelare l’integrità psicofisica dei lavoratori.
Insomma avrebbero reso a parte degli assunti – a livelli di intensità diversa - insopportabile la vita in azienda.
A.M.
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