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Scritto Lunedì 12 marzo 2018 alle 12:21

Valmadrera: la prima guerra mondiale 'in mostra', tra curiosità come il modo di dire 'girare le palle' e la storia delle portatrici carniche

Al centro Fatebenefratelli di Valmadrera nella giornata di domenica è stato possibile godere di una splendida mostra di oggetti e reperti della prima guerra mondiale ospitata dal comune ed organizzata insieme all'ANFCDG (Associazione Nazionale Famiglie Caduti e Dispersi in Guerra) con il gruppo storico "Militaria 1848-1918", da Torino.

A destra Laura Comandù, nei panni di un ufficiale medico donna dell'esercito

Quest'ultimo è nato nel 2003 come compagine di rievocazione storica alpina e ha poi esteso le sue attività anche al periodo risorgimentale. L'associazione è formata da volontari che autofinanziano i loro lavori di ricerca storica sul territorio, di recupero di reperti relativi ai conflitti e tutte le attività di divulgazione, sotto forma di mostre, rievocazioni o conferenze. Da due anni in particolare hanno iniziato un percorso di educazione rivolto alle scuole medie inferiori e superiori per mostrare ai ragazzi aspetti della guerra magari tralasciati a lezione di storia, come la vita dei soldati e le sfide che dovevano affrontare durante i conflitti. Domenica, ai visitatori dell'esposizione, i membri dell'associazione hanno presentato in costume storico un percorso tra diversi ruoli che donne e uomini hanno avuto nel primo conflitto mondiale con l'ausilio di autentici reperti storici e documenti.
Tre figuranti in divisa militare alpina hanno mostrato al pubblico una carabina e una mitragliatrice, descrivendo poi la vita dei soldati, con digressioni storiche sulla formazione dei diversi corpi sulle battaglie e hanno arricchendo infin il racconto con aneddoti interessantissimi sulla grande guerra, come l'origine del simbolo della Ferrari, legato alla morte di un giovane aviatore e cavaliere nonché la radice dei modi di dire "rompere le scatole", "nascere in camicia" e "girare le palle", legati all'uso e alla forma dei proiettili dei fucili usati da italiani e austriaci. Le scatole erano il contenitore delle munizioni che non andavano rotte per non correre il rischio di perdere bossoli o non averli a portata di mano. Le "palle" sono le ogive dei colpi, che se girate riducevano la penetrazione del proiettile facendolo frammentare quando colpiva qualcuno. Girarle "come facevano gli austriaci" era sinonimo di comportarsi in modo sleale e crudele contro un altro soldato. Infine la "camicia" è la copertura delle ogive di piombo. Mentre in Italia i proiettili avevano un film di sicurezza, i proiettili austriaci ne erano sprovvisti ("nascevano senza camicia") e quindi potevano provocare avvelenamenti colpendo qualcuno.
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Per quanto riguarda le rappresentanti del gentil sesso, sono state presentate le ricostruzioni del ruolo degli ufficiali medico donna e delle portatrici carniche. Le prime sono state una divisione di 45 laureate che prestavano servizio militare, ordinate da sottotenente a capitano, distinte dalla particolarità per l'epoca di portare una divisa identica a quella maschile, meno che per la gonna, che indossavano poiché erano state arruolate con urgenza a causa della carenza di ufficiali medici uomo. La loro figura è scompare dopo la prima guerra mondiale, ma l'associazione ha svolto un lavoro di ricerca per documentare il ruolo di queste dottoresse nella storia. Insieme a questa figura sono stati mostrati i metodi e i protocolli, alcuni dei quali sembrano oggi grottescamente grossolani, che venivano seguiti sul fronte dai medici.

Le portatrici carniche si occupavano invece di mantenere i loro paesi insieme ad anziani e bambini mentre gli uomini erano in guerra: sono state assunte dall'esercito per trasportare ogni giorno viveri e munizioni sul fronte. Alda Uberti, volontaria dell'associazione, si è occupata di vestire i panni di una portatrice e presentare il loro ruolo. Ha ammesso candidamente di aver conosciuto tali figure solo quando le è stato proposto di studiarle da Militaria: da allora ha approfondito le loro vite con ricerche fra gli archivi storici per raccogliere tutte le testimonianze possibili e identificare queste donne, che come ha spiegato nella sua stupenda presentazione, sono state delle eroine per caso, che hanno accettato un lavoro mal pagato e molto pericoloso dallo stato per necessità e comunque continuando a occuparsi delle loro case e famiglie. Le portatrici camminavano con scarpe di tela nella neve fino a 9 ore al giorno trasportando carichi sulle spalle sia in salita che discesa, lavorando a maglia mentre scalavano per non perdere tempo. Dopo l'armistizio a loro non è stata riconosciuta nessuna pensione di guerra o merito fino al 1976, quando è stato conferito alle portatrici sopravvissute -80 circa sulle 1400 stimate- la medaglia d'argento di Vittorio Emanuele e una pensione da reduce. Quelle ragazze che avrebbero dovuto avere tra i 16 e i 65 anni quando sono state al momento dell'assunzione ma che in realtà spesso mentivano sull'età per poter lavorare, descritte ora come delle eroine materne erano solo delle donne che si impegnavano per andare avanti e che purtroppo non sono state debitamente ringraziate per molti anni per il loro contributo.

Il presidente dell'associazione ed ex-ufficiale degli alpini Carlo Martinelli ha spiegato che "lo scopo del gruppo è quello di non dimenticare il ruolo dei nostri bis-nonni, nonni e padri che hanno partecipato alle conflitti dei secoli scorsi; non per esaltare la guerra ma commemorare il sacrificio di tanti giovani che sono andati a combattere e sono tornati o per loro sfortuna hanno perso la vita in battaglia, sotto qualsiasi bandiera combattessero".  
Riccardo Aurelio Gilardi
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