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Scritto Giovedì 11 ottobre 2018 alle 10:05

L'esperienza di Lorenzo e Riccardo, sotto il ''sol quente'' del Brasile con l'OMG, gli occhi pieni di cielo e di storie da ''ritrarre''

Maiadinha, quilombo della “Val do Moleque” nello stato brasiliano del Goias. l quilombos sono comunità di ex schiavi africani scappati nell’entroterra dalle piantagioni e dalle miniere per sottrarsi alla difficile vita imposta dai coloni europei. Questa popolazione sfruttata si è così impossessata illegalmente di terre, nelle quali poi ha vissuto di generazione in generazione, fino ad arrivare ai giorni nostri. E’ proprio tra i discendenti di questi “fuggiaschi” che due ragazzi della provincia di Lecco, Riccardo Plebani (23 anni) e Lorenzo Tentori (20), hanno deciso di intraprendere un’emozionante e intensa esperienza.


Riccardo Plebani e Lorenzo Tentori

Maiadinha è una nuova missione dell’Operazione Mato Grosso (OMG), movimento giovanile fondato dal salesiano Padre Ugo De Censi nel 1967 con il proposito di portare aiuto alle popolazioni dell’America Latina, e che tutt’oggi può contare su numerosi gruppi di giovani del nostro territorio che, attraverso vari lavori, sostengono le loro spedizioni. Un anno fa e completamente allo sbaraglio una ragazza romana di 33 anni, Cinzia Fiorile, la quale risiede in Brasile da sette anni, ha scelto di inoltrarsi in questa comunità in modo da poter prestare aiuto alla sua popolazione, e in particolare ai bambini. Inizialmente Cinzia dormiva in una capanna di paglia e si abbeverava al fiume, ma con il passare del tempo, e grazie ad aiuti esterni, è riuscita a costruire una casa, nella quale ora vengono ospitati ragazzi italiani e brasiliani desiderosi di contribuire a tale iniziativa. Una cucina, due stanze e un bagnetto: è una semplice ed essenziale abitazione quella che ha ospitato Lorenzo e Riccardo durante il mese di agosto. Non vi sono comodità, la vita lì è condotta tutta all’aria aperta, sotto il “sol quente”, il caldo sole brasiliano della stagione secca, che brucia la flora rendendola brulla e polverosa. Ed è lui, con il suo ciclo, che influenza il vivere quotidiano: con il suo nascere alle sei del mattino e il suo calare dodici ore dopo.


Ma da dove è nato il desiderio di immergersi in quella realtà, di lasciare, anche se per breve tempo, le proprie consuetudini e il proprio comfort per buttarsi in qualcosa di nuovo? “Scoprire quel mondo per comprendere ciò che ha spinto i missionari a intraprendere questa scelta” spiegano i due giovani, “ma anche la voglia di capire come funzioni l’OMG ed esplorare il fascino del Brasile”.

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I due si trovavano in Toscana nell’agosto del 2017, proprio a un “campo di lavoro” organizzato dall’Operazione Mato Grosso, e sull’onda dell’entusiasmo scaturito da tale esperienza l’idea di partire ha cominciato a germogliare. “E’ stata una "sparata" alla fine” precisa Lorenzo, “eravamo avvolti dall’atmosfera del campo e in più non ci vedevamo da un po’ di tempo, e così parlando e scherzando è saltata fuori la proposta”. Inizialmente l’idea era quella di compiere una sorta di “viaggio itinerante” tra le missioni dell’OMG, ma rendendosi conto della futilità del percorso, che non avrebbe permesso la completa immersione nella vita locale, hanno deciso di scegliere un posto fisso in cui recarsi e vivere tale avventura. E così il 6 agosto, con le valigie piene e il cuore colmo di eccitazione per ciò a cui stavano andando incontro, i due giovani lecchesi hanno preso il volo: destinazione Maiadinha.



E’ un luogo abbastanza isolato dal mondo esterno, la cittadina più vicina è Cavalcante, la quale però si trova ad almeno tre ore di distanza su strada sterrata da percorrere in camion. I kalungas, l’etnia discendente dagli africani, non risiedono in un “villaggio” compatto, ma sparsi per il “mato”, per la steppa brasiliana, vivendo di ciò che coltivano ed allevano e senza una strutturata organizzazione sociale. Ora inoltriamoci in quello che era il loro vivere quotidiano: come passavano le loro giornate? Quali erano i lavori che erano tenuti a svolgere? Due erano le principali attività, spiegano i due giovani: una che possiamo definire di vero e proprio “lavoro” e l’altra dedicata ai piccoli della comunità. La prima riguardava la casa e l’ambiente circostante, perché essendo una missione sorta da poco vi è la necessità di erigere “stabilimenti”: per esempio la costruzione di un “galpon” (tendone) che sarà utilizzato come oratorio; un deposito per attrezzi; la recinzione dell’orto; la realizzazione di una fossa profonda per rifiuti organici. Ma non solo, la loro azione si estendeva anche al dì là del luogo in cui vivevano: un’altra attività consisteva infatti nella costruzione di case in adobes e argilla per i kalungas bisognosi, che non hanno ottenuto dal governo un’abitazione. Durante la presidenza di Luiz Inacio Lula da Silva (2003-2011) queste comunità sono state riconosciute ufficialmente, dotate di una pensione e le loro terre considerate riserve. Lo Stato ha poi iniziato ad erigere case in mattoni che però sono state assegnate solo a una minima parte di questa popolazione.



Il secondo impegno era rivolto invece ai bambini della comunità, tra i 5 e i 19 anni, i quali ogni giorno, e grazie a un servizio di camion che fa il giro del quilombo per raccoglierli, arrivano nel centro della comunità, il luogo in cui abitavano Lorenzo e Riccardo, per andare a scuola e fare oratorio. Ciò che questi due ragazzi facevano era stare con loro, farli divertire con vari giochi, oltre che aiutarli con i compiti scolastici. Inizialmente l’approccio è stato abbastanza difficile, spiegano: “questi bambini, probabilmente perché discendenti dagli schiavi, sono molto timidi e timorosi, negli occhi hanno la paura dei loro nonni e bisnonni. Non si avvicinavano a noi, era come se ci fosse una solida barriera che ci divideva. Così abbiamo deciso di puntare su qualcosa di cui i piccoli brasiliani vanno matti: il calcio”. Ed è proprio così che Lorenzo e Riccardo li hanno conquistati: palleggiando tra di loro e invitando piano piano queste piccole creature ad unirsi a loro, che inizialmente titubanti si sono poi sciolte. “Dopo qualche giorno ci siamo resi conto di come questi bambini siano di un’allegria e di una curiosità veramente disarmanti. Una volta presa confidenza venivano da noi, ci stuzzicavano, volevano sempre giocare, ci assorbivano completamente. L’amicizia per loro è molto fisica, e soprattutto di gruppo: siamo diventati una sorta di bene comune”.



Come già accennato, Riccardo e Lorenzo ogni giorno aiutavano i piccoli kalunga con i compiti scolastici. E anche in questo caso sono rimasti molto colpiti: i docenti non svolgono il loro lavoro, non spiegano la lezione ma si limitano a scrivere alla lavagna le attività da svolgere a casa, con l’unico obiettivo di finire entro l’anno il programma imposto dallo Stato, senza interessarsi a insegnare sul serio qualcosa a questi bambini, i quali non vengono minimamente stimolati a ragionare e a costruire un pensiero logico. “Noi cercavamo di aiutarli e di trasmettere loro qualcosa. È spiazzante come a livello scolastico non sappiano niente. La scuola insiste a insegnare loro materie complicate come la filosofia e la psicologia, mentre avrebbero solamente bisogno di imparare a scrivere, leggere e farei i conti. Una volta abbiamo impiegato un’intera mattina a spiegare loro le tabelline, che probabilmente poi dopo poco avevano già dimenticato”.


Lorenzo e Riccardo con i loro compagni d’avventura: Gustavo, Bruno, Pablo, Giuseppe, Camilla e Cinzia

Un fattore molto importante è che questi bambini, vivendo isolati da quello che è il mondo esterno, non hanno le possibilità che i loro coetanei italiani hanno. Quello che viene loro insegnato non potrà mai essere messo a frutto, perché non necessario a quello che è il loro modo di vivere. Ma nonostante ciò, e nonostante la loro giovane età, sono molto responsabili, una caratteristica che ha colpito molto i due ragazzi. Già da piccoli sono molto bravi in quello che serve loro per sopravvivere in quella realtà: sanno pescare e pascolare il bestiame; riconoscono i frutti buoni da quelli cattivi; si sanno orientare nella steppa brasiliana.



“Ogni giorno viene offerto il pranzo ai bambini, dopodiché tutti insieme si va a pulire le stoviglie al fiume. Prima di tutto ci ha stupiti molto il fatto che, dopo aver lavato tutto, i piccoli si buttano letteralmente nell’acqua sporca: si divertono un mondo a sguazzare, si prendono in giro, saltano gli uni sugli altri, fanno le capriole in aria. Poi ogni tanto uno di loro si stacca, prende i suoi panni e il sapone e in un angolino pulisce le sue cose, magari anche portate da casa, e il suo corpo”. Una domanda è sorta a Lorenzo e Riccardo durante questo mese così intenso, che li ha toccati nel profondo: “Qual è il mio scopo qui? Cosa ho da offrire a questi bambini che sguazzano felici nell’acqua putrida e che a nove anni si prendono la responsabilità di pulire le loro cose o vanno a pescare da soli per poi portarti un pesce come ringraziamento per il tempo passato con loro? Che senso può avere provare a insegnare loro qualcosa che in realtà non serve come la matematica, la storia europea, il pensiero dei grandi filosofi?”. “E’ la nostra presenza ciò che possiamo regalare loro”, afferma Riccardo, "questa cambia tutto. Lo scopo non è imporre la tua concezione di vita occidentale. Devi entrare in punta di piedi nel loro mondo e conquistare la loro fiducia, far capire che sei lì a loro disposizione. Il lavoro che Cinzia sta portando avanti è quello di trasmettere qualcosa che non c'entra con l’universo moderno e tecnologico, ma qualcosa di puramente umano. Lei attraverso il catechismo cerca di insegnare a questa popolazione un modo di vivere rispettoso, trasmettendo valori morali”.



Durante questa esperienza Lorenzo e Riccardo non hanno solo donato il loro tempo, lo hanno anche ricevuto. Allontanarsi per un po’ dalla frenetica vita italiana ha permesso loro di riflettere su se stessi, di mettere a fuoco quello che per loro concretamente conta. I ritmi lenti e tranquilli, l’immersione nella natura incontaminata hanno donato loro la possibilità di liberarsi da molti pensieri e preoccupazioni che in Italia sono così incombenti. “Questa esperienza ci ha dato modo di fermarci e riflettere. Entrambi abbiamo scritto un diario durante il mese. Eravamo in una situazione che ci permetteva di avere molto tempo per noi stessi, potevamo organizzare la nostra testa in un modo più semplice ed essenziale, e di conseguenza veniva più facile pensare, potendo così dedicare tempo alla nostra interiorità, cosa che è molto più difficile fare nella turbinosa vita in Italia. È stata un’occasione d’oro”. C’è un altro elemento che ha accompagnato questi due ragazzi durante la loro avventura: la condivisa passione per la fotografia. “Quel luogo era una miniera d’oro” affermano, “facevi i ritratti e questi ti donavano delle storie; dirigevi la macchina verso il cielo e venivi catapultato nello spazio. La fotografia ha avuto il potere di racchiudere tutto quel mondo. Ogni scatto ha un suo racconto: tutto parlava. Ma non solo: vi sono anche le emozioni che abbiamo provato, ciò che abbiamo visto e condiviso. Queste foto raccontano sia la vita brasiliana sia noi stessi. Noi siamo dentro quelle immagini”. Questa esperienza è stata un dono, dunque, per Lorenzo e Riccardo: ha dato loro la carica per tornare in Italia e continuare il loro percorso di vita, in cui importante è la condivisione e il rapporto con gli altri. Ciò di cui hanno fatto esperienza in Brasile ha arricchito il loro modo di essere.
A.T.
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