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Scritto Mercoledì 05 dicembre 2018 alle 10:46

Dall'analisi + 75% di tumori al fegato nelle zone di ricaduta del forno ma "causa non certa"

L'esito conclusivo dello studio epidemiologico condotto sulla popolazione interessata dalle emissioni del forno inceneritore per valutarne lo stadio di salute, illustrato ieri sera, ha portato a concludere che "non ci sono effetti sulla salute per le patologie associate all'esposizione a emissioni di inceneritori" con l'eccezione di "alcuni eccessi presenti della popolazione residente nell'area, come nel caso dei tumori del fegato o della pleura". Nel caso del tumore al fegato l'incidenza è del 75 per cento superiore tra le persone esposte alle emissioni rispetto a coloro che non lo sono, ma secondo gli epidemiologi sono "malattie la cui plausibilità di associazione eziologica con l'inquinamento derivate dall'impianto di incenerimento è molto bassa, come nel caso dei tumori al fegato, o inesistente, come nel caso dei tumori alla pleura".

L'impianto di Valmadrera, sede di Silea

L'indagine è iniziata il 9 maggio del 2016 e si è conclusa, come previsto, con la restituzione nel dicembre di quest'anno e ha visto coinvolti ATS Monza Brianza, il Centro epidemiologico dell'Università di Torino, la società Tecno Habitat. Mentre i Comuni interessati dallo studio sono stati Annone, Civate, Galbiate, Lecco, Malgrate, Suello e Valmadrera: in questi territori infatti si concentrerebbero le maggiori ricadute delle emissioni del forno, secondo quanto stabilito dal modello di ricaduta dei fumi realizzato da Tecno Habitat, che ieri è stato al centro di lunghe discussioni. Ad illustrare i passaggi che hanno portato all'elaborazione del modello di ricaduta per conto della società che lo ha curato è stato l'ingegner Marco Vuono. "Il primo aspetto affrontato è stato quello di individuare il software migliore per l'area in esame, caratterizzata da complessità orografica con specchi d'acqua, l'inceneritore, rilievi montani. Sulla base di questi elementi abbiamo scelto il software CALPUFF. Poi ci siamo concentrati sulla scelta dell'area di studio e su quali parametri utilizzare - da quale tracciante a scegliere fino a come considerare i dati meteorologici - e infine abbiamo implementato il modello". Il modello ha permesso di stabilire quali aree sono più esposte dividendole in tre fasce: bassa, media ed alta esposizione. Facendo riferimento a questo modello gli epidemiologi del'Università di Torino e dell'Ats hanno poi condotto uno studio di Coorte storica retrospettiva, prendendo in considerazione la storia residenziale della popolazione residente nell'area e i dati di salute di queste persone dal 1 gennaio 2003 al 31 dicembre 2015. Cristiano Piccinelli ha spiegato quali sono stati i dati utilizzati per prendere in considerazione lo stato di salute delle persone: le schede di dimissione ospedaliera, le cause di mortalità, le informazioni del registro tumori e i certificati di assistenza al parto. Sulla base di queste informazioni è stato fatto un confronto tra chi, nel periodo preso in considerazione, ha risieduto per almeno un anno in un'area a bassa esposizione e chi in un'area a medio-alta.
Per eseguire questa analisi modello di Cox per ottenere le stime di rischio detto "hazard ratio" a cui sono state aggiunte come variabili l'età, la fascia socio-economica e l'indice di deprivazione. I soggetti arruolati nello studio sono stati 100576.
"Sono state causate 50 cause di morte - ha spiegato ancora il medico dell'Università di Torino - e prendendo in considerazione i tumori, i primi ricoveri ospedalieri, le cause perinatali, le malattie cardiovascolari e respiratorie. L'unica patologa emersa con incidenza significativa è il tumore al fegato, che ha un indice di 1,75". Ovvero si manifesta nel 75 per cento dei casi in più nelle aree più esposte rispetto a quelle a bassa esposizione. "Il tumore al fegato - ha poi aggiunto il dottor Cavalieri D'oro - ha anche delle altre cause molto più probabili: la mappatura consente di avere una visione di insieme e mostra che non c'è una tendenza ad accentrarsi nella zona di Valmadrera. La nostra ATS si sta attrezzando per fare una valutazione più raffinata su territori più profilati".
A chiudere l'esposizione è stato Ennio Cadum, epidemiologo garante dello studio. "I risultati complessivi dell'indagine che ha indagato 52 cause ci dicono che per 51 di esse non ci sono variazioni. Il lavoro è di buona qualità e si colloca tra quelli che hanno analizzato maggior numero di cause e di informazioni. Lo considero uno dei migliori lavori fatti in Italia e mi sembra che sia un lavoro condotto nei tempi previsti e che ha fornito tutti gli elementi per prendere le decisioni del caso. C'è un margine di dubbio sulla patologia emersa in eccesso: potrebbe essere causata dall'impianto o essere dovuta a fattori che per combinazione sono più frequenti in quell'area".
M.V.
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