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Scritto Venerdì 18 gennaio 2019 alle 14:49

Rimborsopoli: 4 anni e 8 mesi per Stefano Galli, per le 'spese pazze' in Regione condannati anche Boscagli e De Capitani

Giulio Boscagli, Stefano Galli e Giulio De Capitani
Spese Pazze? Una mannaia. Nella tarda mattinata odierna i giudici della decima sezione penale del Tribunale di Milano hanno irrogato pene da un anno e 5 mesi fino a 4 anni e 8 mesi a 52 dei 57 imputati nell'ambito del procedimento scaturito da "Rimborsopoli", l'inchiesta, chiusa nel 2015, vertente complessivamente su poco più di 3 milioni di euro usciti - stando all'impianto accusatorio - indebitamente dalle casse della Regione per pagare, tra le altre cose, dolci di pasticceria, lecca lecca, sigarette, ovetti Kinder, sushi e gratta e vinci inseriti nei rendiconti di consiglieri e assessori quali costi connessi al loro mandato.
Quelle che giornalisticamente sono state definite "spese pazze" sono costate la condanna non solo a Renzo Bossi, il Trota, figlio di Umberto (2 anni e 6 mesi)  o all'igienista dentale Nicole Minetti (1 anno e 8 mesi) ma anche a tre lecchesi.
Si tratta di Giulio De Capitani (2 anni e 2 mesi, pena base per chi non ha optato per la refusione della somma incriminata alla Regione), Giulio Boscagli (2 anni e 5 mesi) e Stefano Galli (4 anni e 8 mesi). I primi due, quali consiglieri regionali rispettivamente della Lega Nord e dell'allora Popolo delle Libertà, erano chiamati a rispondere di peculato, con la posizione dell'ex sindaco del capoluogo cittadino "aggravata" dall'aver assunto per qualche mese il ruolo di capogruppo. Al terzo, leader dei Lumbard al Pirellone, era invece contestato anche il reato di truffa ai danni dell'Ente: avrebbe pagato con soldi pubblici il matrimonio della figlia e avrebbe fatto assumere il genero Corrado Paroli (2 anni e 6 mesi) quale consulente con un compenso di 196mila euro lordi per 19 mesi di lavoro.
"Tutti coloro che erano accusati di peculato sono stati condannati" ha sintetizzato a caldo l'avvocato Richard Martini, difensore di Boscagli. "Siamo certi e convinti della liceità della condotta: sono stati usati fondi previsti dalla legge per fini inerenti al mandato" ha detto in relazione alla posizione del proprio noto assistito. "Leggeremo le motivazioni della sentenza e impugneremo poi una sentenza che riteniamo ingiusta". 90 i giorni che il collegio si è riservato per il deposito. "Vedremo se in Appello ci sarà un clima più sereno" ha aggiunto il penalista lecchese.
"La decisione odierna del Tribunale di Milano non rende giustizia e sarà appellata, perché Giulio De Capitani non ha commesso reati" ha aggiunto altresì l'avvocato Massimo Campa, in riferimento al proprio assistito. "Leggeremo le motivazioni, ma è un fatto che le spese contestate sono 4.001 euro e sono tutte riferite a specifiche e documentate occasioni di incontro e rappresentanza con referenti di enti ed istituzioni, in occasione di sedute di Consiglio e Commissioni, dove De Capitani era presente: d'altronde nel suo mandato vanta il 99% di presenza. Giulio De Capitani - ha chiosato il legale dell'olginatese - oggi paga addirittura di più per la coerenza di non aver restituito i 4.001 euro, perché convinto della correttezza delle spese di cui ha chiesto il rimborso, secondo coscienza e secondo il regolamento consegnatogli: spese per cui la Corte dei Conti, con sentenza, ha già escluso il dolo. Dispiace molto che la sentenza non abbia considerato la singolarità di Giulio De Capitani, perché il giudizio è sempre e solo sulle persone. Perseguiremo le nostre ragioni con ancora maggiore determinazione".
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